L’agricoltura siciliana sta perdendo una sua ricchezza: i grani antichi

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di Paolo Caruso

Il settore è stato gestito male, senza programmazione e senza fare squadra per far fronte ai costi e ai cambiamenti climatici. Ma le soluzioni non mancherebbero

Il dato oggettivo è l’effettiva mancanza di granella (almeno in Sicilia) di cosiddetti “grani antichi”.

Riceviamo continuamente, e da più parti, richieste di acquisto di partite di questi grani, ma i nostri contatti ci riferiscono di assoluta mancanza di materia prima che, quando disponibile, riesce a soddisfare solo le proprie piccole filiere.

Si tratta di uno dei rarissimi casi in agricoltura di eccesso di domanda non supportato da adeguata offerta.

Questa situazione paradossale pone degli interrogativi su come è stato gestito in Sicilia questo settore che, da speranza per i cerealicoltori isolani, si sta lentamente trasformando nell’ennesima occasione perduta.

La quasi totale assenza di un’adeguata pianificazione, sommata all’atavica difficoltà a fare squadra tra siciliani, pervasi da quella che Sciascia – riprendendo le riflessioni di un giurista – definiva “ipertrofia dell’io”, hanno condotto a questa situazione kafkiana.

Analizzando in modo razionale la questione possiamo certamente affermare che la carenza dal lato dell’offerta di materia prima è principalmente dovuta a una mancanza di programmazione e, a voler essere sinceri, anche da una radicata convinzione di molti trasformatori a tirare sul prezzo di acquisto ai danni degli agricoltori.

La situazione economica di questi ultimi è radicalmente e repentinamente mutata: dal periodo pandemico in poi, si sono registrati incrementi elevatissimi dei costi di produzione e contemporaneamente si assiste a una decurtazione netta delle rese agronomiche, condizionate da situazioni climatiche anomale che registrano pochi precedenti.

Questo combinato disposto ha determinato una contrazione delle superfici coltivate e una minore disponibilità di raccolto per unità di superficie. E la situazione, da questo punto di vista, non accenna a migliorare: tutt’altro…

Allora come affrontare queste criticità?

Occorre senza dubbio uno sforzo da parte dei trasformatori (mulini e pastifici) sia in termini economici, sia dal punto di vista della programmazione. È impensabile che gli agricoltori seminino “al buio” un prodotto che ha canali di vendita limitati e che è vincolato solo ai desiderata dell’acquirente. Per evitare ciò occorre concertare, magari con contratti di coltivazione a prezzo predeterminato, superfici e quantitativi da seminare.

Per la nostra esperienza non esiste un agricoltore che rifiuti un contratto che lo tuteli da oscillazioni di prezzi e incertezze sui canali di vendita.

Non ci vuole uno scienziato per mettere in atto questa strategia.

In caso contrario si assisterà all’ennesima occasione persa per l’agricoltura siciliana, che da una condizione di quasi monopolio nel settore “grani antichi”, grazie, o meglio, a causa dell’insipienza e della scarsa lungimiranza di qualcuno, sta cedendo questa opportunità ad altri territori (Puglia e caso Perciasacchi/Kamut docet) per l’incapacità di vedere al di là del proprio naso.

Produzione grano
Immagine di Paolo Caruso

Paolo Caruso

Creatore del progetto di comunicazione “Foodiverso” (Instagram, LinkedIn, Facebook), Paolo Caruso è agronomo, consulente per il “Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente” dell’Università di Catania. Consulente di numerose aziende agroalimentari, è considerato uno dei maggiori esperti di agrobiodiversità.

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