Non più vino da taglio ma interprete contemporaneo del territorio: 6 aziende riscrivono il futuro del vitigno bianco più coltivato dell’isola
di Fabrizio De Angelis Puglisi
Freschezza, sapidità, profumi mediterranei ed esotici. Chi si imbatte nel Catarratto in Sicilia conosce benissimo queste caratteristiche che offrono oggi un vino dal gusto contemporaneo ma soprattutto un racconto autentico dell’isola. Racconto purtroppo “ignorato” in passato dagli stessi siciliani.
Ma il Catarratto sta rinascendo, e quello che una volta era considerato il vino bianco da taglio per eccellenza, oggi è diventato la punta di diamante di alcune aziende del territorio centro occidentale siciliano. Un movimento di rivalutazione del Catarratto che vede nell’Arca (l’Associazione Regionale del Catarratto Autentico) il principale soggetto protagonista. Al momento l’associazione conta sei aziende, sei produttori che interpretano il vitigno in base al proprio stile e alla propria visione, lasciando intatti però i caratteri fondanti e soprattutto quelli territoriali. In totale le aziende Arca coltivano 80 ettari di Catarratto con un potenziale produttivo di circa 7 mila ettolitri di vino.
La rivalutazione del Catarratto ha visto un momento fondamentale il 6 e 7 giugno scorsi, quando presso Santa Cristina Gela, in provincia di Palermo, è andata in scena la prima “Festa del Catarratto”, dove vino, cibo e tradizioni del luogo hanno dialogato per aprire una breccia verso la cultura enogastronomica delle terre del Catarratto.
Un momento fortemente voluto da Arca per fissare l’anno zero di rinascita del vitigno siciliano: “L’Associazione regionale del Catarratto Autentico vuole mettere al centro questo vitigno che sta vivendo un vero e proprio rinascimento grazie alla volontà delle aziende che hanno creduto in questo progetto e che stanno investendo in promozione e valorizzazione sia nella nostra isola che fuori dai confini della Sicilia”, spiega Sebastiano Di Bella, presidente Arca.
“La Festa del Catarratto – prosegue – è infatti la tappa finale del Tour del Catarratto, un viaggio che ha toccato negli ultimi dodici mesi dieci città dentro e soprattutto fuori la Sicilia, raccogliendo ovunque sorpresa e ammirazione per le inattese qualità dei vini”.
Di Bella insiste sulle qualità di questa uva, fra le più antiche in Sicilia: “dal Catarratto possono nascere vini freschi, eleganti. Vini di grande personalità e sorprendente verticalità. Il nostro compito è creare valore, restituire al Catarratto il prestigio che merita”.
La regia tecnica del progetto Arca è affidata a Tonino Guzzo, enologo siciliano fra i più importanti e con una lunga esperienza in campo. Guzzo si può definire il “papà” del Catarratto, dati i suoi trascorsi con questa uva che sono iniziati più di 20 anni fa: “lavoro con il Catarratto da sempre praticamente. Mentre la maggior parte di produttori hanno sempre messo da parte quest’uva, ritenendola adeguata solo per i blend con l’inzolia in particolare, io ho studiato tantissimo il Catarratto, che ha delle caratteristiche uniche e prettamente siciliane”, spiega l’enologo.
“Freschezza, talvolta sapidità ma soprattutto il Catarratto ha un grande potenziale di longevità, dimostrato da alcune annate più vecchie conservate dalle aziende. Abbiamo sempre avuto un tesoro incredibile in casa ma forse non è stato compreso”, prosegue Guzzo, che aggiunge anche che quest’uva si dimostra “maggiormente resistente a cicalina, oidio e peronospora rispetto alle altre varietà siciliane”.










Le aziende Arca hanno quindi deciso di dare un segnale concreto, costruendo le basi per il rinascimento del Catarratto, che potrebbe tranquillamente diventare uno dei più interessanti vini bianchi d’Italia.
Le sei aziende associate sono Bagliesi, Caruso & Minini, Castellucci Miano, Di Bella, Feudo Disisa e Tenute Lombardo, che sono state protagoniste nella due giorni di Santa Cristina Gela, raccontando il Catarratto secondo le proprie prospettive ma mettendo al centro la scelta di voler fare del Catarratto il vitigno simbolo delle rispettive realtà.
Caruso & Minini, sorge nel territorio di Marsala ma coltiva le proprie uve a Salemi, ad un’altitudine di circa 450 metri sopra il livello del mare e con il caratteristico suolo di ciottoli che dona freschezza ai vini. Il Catarratto si esprime nella sua sapidità con Catalù, dove fiori e frutta si incontrano in un sorso fresco e piacevole. Ma è Arya la versione di Catarratto di punta dell’azienda, uno spumante metodo classico affinato 36 mesi sui lieviti che regala una beva elegante e di grande impatto. Sorprendente il Perluci, ultimo arrivato in casa, che è un blend di Catarratto lucido (60%) e perricone vinificato in bianco (40%). Una visione del territorio che non mancherà di far parlare di sé prossimamente.
Da Castellucci Miano, a Valledolmo (PA), il Catarratto cambia pelle e altitudine, dove i quasi 800 metri di altitudine si fanno sentire: se con Miani il Catarratto si esprime con maggiore freschezza e sentori spinti di frutta esotica, con Sciarà, la riserva, la beva si fa più matura e gastronomica, con una complessità sia al naso che in bocca. Questo vino non teme confronti più blasonati. Il Miano Brut è lo spumante metodo italiano dell’azienda, dove il Catarratto in questo caso unisce sia freschezza che briosità.
Feudo Disisa sorge a Monreale, e decide di scommettere sul Catarratto con Lu Bancu, nome legato ad un’antica leggenda popolare che narra di un tesoro nascosto nel Feudo Disisa e mai ritrovato, esattamente come il Catarratto, un tesoro nascosto che però a differenza della leggenda viene “ritrovato” proprio dall’azienda, famosa anche per la produzione di olio di qualità. Un vino equilibrato in bocca, in virtù anche di un importante affinamento in bottiglia, che mostra il carattere mediterraneo del vitigno. Chara invece rappresenta il Catarratto da bere tutti i giorni, con la freschezza al servizio di una beva piacevole e coinvolgente.
A San Giuseppe Jato Di Bella Vini produce Esperides, il Catarratto coltivato a quasi 600 metri d’altezza e che si muove con eleganza fra fragranza e complessità. Fra fiori gialli e pesca e albicocca, mantenendo un sorso equilibrato e vibrante.
Spostandoci nel territorio di Caltanissetta, il Catarratto diventa più verticale e acido, con Tenute Lombardo che propone due spumanti, uno metodo italiano, il Sua Altezza, coltivato a 650 metri di altitudine e il metodo classico D’Altura, che invece propone con i suoi 42 mesi di riposo sui lieviti una bolla più elegante e complessa. Il Catarratto d’Altura è la versione ferma del vitigno protagonista che esprime tanto la verticalità quanto la complessità al naso e in bocca.
L’azienda Bagliesi sorge nel territorio di Agrigento e produce vb59, un Catarratto che affina 9 mesi sui lieviti e poi almeno 5 in bottiglia, regalando un vino di spessore in bocca, che non rinuncia all’eleganza.