Viandante del Cielo: in Umbria George Lucas ha restituito un lago all’Italia

Tempo di lettura: 6 minuti

Il regista, ideatore di galassie immaginarie, ha contribuito a recuperarne una reale: 20 terrazze affacciate sul Trasimeno, vini frutto di storia e lavoro

di Nello Gatti

Ci sono laghi che sembrano tenere il tempo sospeso. Il Trasimeno è uno di quelli. Quarto specchio d’acqua d’Italia per estensione, poco più di cento chilometri quadrati, profondo appena sei metri nella sua parte più bassa, incassato tra le colline dell’Umbria meridionale come se qualcuno lo avesse versato lì con cura secoli fa. Non ha immissari significativi né emissari naturali: si nutre di pioggia e di pazienza. Nella primavera del 217° avanti Cristo, Annibale Barca usò questa topografia per tendervi una delle imboscate più precise della storia militare, intrappolando l’esercito romano tra le colline e la riva. Quindicimila uomini in meno di tre ore, sotto una nebbia mattutina che i soldati romani non videro in tempo. I Cartaginesi conoscevano il territorio. I Romani no. È ancora così che funziona.

Duemilasettecento anni dopo, sulle sponde settentrionali di quel lago, un gruppo californiano fondato da George Lucas ha deciso di impiantare un vigneto. Il nome scelto, Viandante del Cielo, è la traduzione italiana di Skywalker. La tenuta si trova a Passignano, quota 330-370 metri, esposizione sud/sud-ovest, con il profilo di un convento cappuccino del Cinquecento che domina il punto più alto della proprietà e una vista che abbraccia l’Isola Maggiore, dove Francesco d’Assisi aveva scelto di ritirarsi in solitudine. La geografia spirituale di questo posto è stratificata quanto la geologia, e le due cose non sono separate.

Il problema delle terrazze

Parlare di viticoltura terrazzata nel Mediterraneo significa parlare di un paradosso. Le terrazze sono state tra le prime forme di coltivazione ad essere abbandonate nel dopoguerra, perché la meccanizzazione le esclude per definizione, e il calcolo economico era impietoso. Eppure sono esattamente quelle terrazze a dare ai vini prodotti su di esse una complessità irriproducibile altrove: pendenza, drenaggio, escursione termica, rapporto con la luce. Quello che rende il lavoro impossibile da industrializzare è anche quello che rende il prodotto impossibile da replicare.

Quando Skywalker ha acquisito la tenuta nel 2007, era abbandonata. I ventiquattro ettari totali includono quattro ettari di vigneto distribuiti su venti terrazze strette, un sistema che richiede cura manuale quasi integrale. Il recupero ha rispettato la tradizione dell’agricoltura promiscua locale: su ogni terrazzamento convivono viti e olivi, quelli preesistenti dove erano sopravvissuti, nuovi impianti dove erano scomparsi. Non è decorativismo rurale. È continuità con un modello colturale che in questa zona ha radici etrusche.

Il suolo merita una nota tecnica precisa perché racconta molto. Le radici delle viti affondano in una stratificazione di depositi argillosi lacustri del Pleistocene e di arenarie e marne dell’Oligocene-Miocene. Frammenti di roccia calcarea conferiscono tensione minerale senza irrigidire la struttura. È un terreno che non si lascia semplificare: ogni ettaro ha un comportamento diverso, e gli enologi Maurizio Castelli e Mery Ferrara lo hanno mappato varietà per varietà.

Diecimila viti per ettaro

La densità di impianto scelta da Castelli e Ferrara è di diecimila viti per ettaro, quasi il doppio rispetto agli standard diffusi nella viticoltura italiana. Non è un dettaglio secondario. Ad alta densità, le viti competono per acqua e nutrienti, sviluppano apparati radicali più profondi, producono meno uva per pianta con concentrazione maggiore. È una scelta che richiede investimento maggiore in vigna e restituisce, nel lungo periodo, piante più autonome e vini con più carattere. La logica è semplice ed esigente nello stesso momento.

La distribuzione varietale segue la topografia con precisione quasi didattica. Sulle terrazze superiori, sotto il convento, dove l’arenaria compatta e il drenaggio sono eccellenti, cresce il Cabernet Sauvignon. Più in basso, nelle zone con maggiore ritenzione idrica, trova equilibrio il Merlot. A nord, su suoli sabbiosi e calcarei, si coltivano le varietà autoctone umbre: Ciliegiolo, Foglia Tonda, Pugnitello, Canaiolo. Nelle aree più fresche e riparate, Chardonnay e Grechetto completano la gamma. Ogni vitigno è dove dovrebbe essere, non dove è più comodo metterlo.

La cantina, completata nel 2020, è interrata nella collina per ridurre l’impatto visivo e utilizzare la termoregolazione naturale del sottosuolo. Le vasche di fermentazione per i rossi sono in cemento non rivestito, a forma di tulipano, prodotte su misura in Veneto da 43 ettolitri. Il cemento privo di rivestimento è chimicamente inerte: non cede nulla al vino, non lo condiziona. La geometria della vasca, più stretta in cima, aumenta la profondità durante il délestage e favorisce un’estrazione polifenolica più fine rispetto al rimontaggio classico. Il bianco fermenta in botte, con una parte trasferita in cemento o acciaio per mantenere tensione e verticalità.

I vini prodotti sono tre. Viandante è un assemblaggio di Cabernet Sauvignon (85%) e Merlot, pensato per struttura e longevità. Pristinvm è costruito su Ciliegiolo con l’apporto di Foglia Tonda, Pugnitello e Canaiolo: un blend di varietà umbre che il mercato internazionale conosce poco e che qui trovano una voce coerente. Il nome viene dal latino “pristinus”, che significa “nella sua forma originaria” e non è una scelta casuale. Lungolago è il bianco, Chardonnay con Grechetto, con una predisposizione all’evoluzione in bottiglia non comune tra i bianchi umbri. Produzione complessiva intorno a 22.000 bottiglie annue, con un obiettivo dichiarato di 40.000. Metà mercato italiano, metà estero: Stati Uniti, Giappone, Svizzera, Germania, Francia.

Michele Biraga e l’apertura al consorzio

Dall’inizio del 2025 la direzione aziendale è affidata a Michele Biraga, classe 1989, laureato in Economia, sommelier AIS con Master Alma AIS e WSET livello 3. Il suo percorso formativo è stato costruito per sovrapposizione di contesti diversi: l’ospitalità con Contadi Castaldi in Franciacorta, la produzione alla Schug Winery a Sonoma in California, la cura agronomica con Monteraponi a Radda in Chianti. È un profilo che sa leggere il vino sia dal punto di vista del produttore sia da quello del mercato, e che porta a Viandante del Cielo una prospettiva meno autoreferenziale di quanto la storia della tenuta avrebbe potuto suggerire.

La prima mossa significativa di Biraga è stata l’integrazione nel tessuto consortile locale. Viandante del Cielo ha partecipato per la prima volta all’assemblea del Consorzio Colli del Trasimeno DOC, contribuendo al processo di ridenominazione in “DOC Vini Colli del Trasimeno”, attualmente in fase di approvazione. Biraga ha poi invitato le dodici cantine del consorzio a tenere la prossima assemblea proprio a Viandante del Cielo. Non è una trovata di relazioni pubbliche: è il segnale che una cantina con una proprietà straniera e una storia costruita in isolamento vuole diventare parte di un sistema territoriale, con tutto quello che comporta in termini di responsabilità collettiva e visibilità condivisa.

Il team interno ha un’età media di 28 anni. Castelli lavora con piena autonomia creativa. È un equilibrio che richiede fiducia reciproca e che, quando funziona, produce vini che non somigliano a nessuna formula.

Quello che rimane

C’è una frase che Biraga usa per descrivere Viandante del Cielo: “Un equilibrio raro tra tecnica, visione e poesia”. È il tipo di affermazione che di solito suona come slogan e che invece, in questo caso, descrive qualcosa di concreto. La tecnica è quella di Castelli, documentata e verificabile nel vigneto e in cantina. La visione è quella di una proprietà che ha scelto di non replicare i propri modelli californiani in Italia, ma di fare qualcosa di diverso, più lento, più radicato. La poesia è il Trasimeno che al tramonto diventa oro, l’Isola Maggiore che galleggia ferma sull’acqua, il convento che guarda dall’alto con la stessa indifferenza con cui ha assistito a tutto il resto nei secoli.

I vini di Viandante del Cielo non cercano confronti esterni. Sono il risultato di un posto preciso, di scelte agronomiche verificabili e di una filiera corta tra vigna e cantina che raramente si trova in produzioni di questa ambizione. Il fatto che tutto questo esista grazie a un regista di fantascienza californiano è il dettaglio meno importante della storia, e forse il più difficile da dimenticare.

Immagine di Nello Gatti

Nello Gatti

Vendemmia tardiva 1989, poliglotta, una laurea in Economia e Management tra Salerno e Vienna, una penna sempre pronta a scrivere ed un calice mezzo tra mille viaggi, soggiorni ed esperienze all'estero. Insolito blend di Lacryma Christi nato in DOCG irpina e cresciuto nella Lambrusco Valley, tutto il resto è una WINE FICTION.

Facebook
Twitter
LinkedIn
TS Poll - Loading poll ...