Viaggio incantevole a Villa Biserno, dove suoli millenari si intrecciano al racconto di etichette evocative, conchiglie fossili, memoria di vento e stratificazioni vulcaniche
di Sara Calimari
L’arrivo a Villa Biserno non si concede con facilità: è un territorio raccolto, riservato, e senza le giuste coordinate la strada sembra perdersi tra le pieghe delle colline di Bibbona dove i filari si rincorrono come onde e le api della tenuta – custodi di un miele profumato di macchia – vibrano nell’aria a ricordare che qui tutto è pensato con misura, in ascolto del territorio e del silenzio della natura. L’ingresso al relais è trionfale e quieto insieme: una casa del Settecento che confina con il villaggio di Bolgheri, adagiata tra giardini e orti, ulivi e limoni, dove i cipressi si specchiano in piscina e la luce filtra sulle volte di un salone centrale.
La storia della Tenuta di Biserno affonda le radici nel 1385, intrecciandosi con il lungo destino vinattiero della famiglia Antinori. Nel 2001, i fratelli Piero e Lodovico – quest’ultimo mente creativa dietro capolavori come Ornellaia e Masseto – insieme a Ilaria Antinori e al socio Umberto Mannoni, decisero di dar vita a un nuovo progetto, coinvolgendo fin dall’inizio Niccolò Marzichi Lenzi, figlio di Ilaria. Oggi è proprio Niccolò a guidare Biserno, Campo di Sasso e Collemezzano, con una visione lucida e contemporanea: rafforzare l’identità dei vini, ampliare il pubblico degli estimatori e raccontare le tenute con una voce che sappia coniugare radici e modernità.
Questo terroir in Alta Maremma, al confine settentrionale di Bolgheri, è un mosaico prezioso di suoli alluvionali, marini, eolici e vulcanici che si alternano a sabbie, argille, ciottoli e calcari, scolpiti da microclimi e altitudini differenti, mentre la brezza del Tirreno asciuga e rinfresca le vigne. In questa cornice si compone la partitura di Biserno: La Tenuta di Biserno, con i suoi 40 ettari a 90 metri di altitudine ai confini con Bolgheri, è la melodia nobile dei suoli alluvionali e argillo-calcarei, da cui nascono rossi di finezza ed eleganza come Biserno e Pino di Biserno. Campo di Sasso, 56 ettari adagiati più in basso tra i 40 e i 60 metri sul livello del mare, è il ritmo solare dei terreni sabbiosi e del clima più caldo, che esalta la fragranza del Syrah e la luminosità del Vermentino, dando vita a Insoglio del Cinghiale, Occhione e Rissoa. Collemezzano, entrata nel 2019 con i suoi 140 ettari – di cui 20 già vitati e 5 in produzione – a dieci chilometri a nord di Bibbona, è il contrappunto profondo: un anfiteatro di argille e ciottoli che regala vini di spiccata personalità. Insieme, sono l’armonia di un territorio che si esprime in molteplici tonalità. La responsabilità ambientale qui non è uno slogan: certificazioni ISO 14000 per i sistemi di gestione ambientale e ISO 45001 per la sicurezza, pratiche di cantina misurate, attenzione alla biodiversità A guidare con mano esperta questa visione sono l’enologo consulente Michel Rolland e il direttore di produzione Ranieri Orsini, interpreti sensibili di un territorio che si esprime con eleganza e profondità.
Nella sala centrale della villa, intorno a un grande tavolo rotondo con i calici che riflettono la luce filtrata dalle volte, prende avvio la mia degustazione. È da qui che il cammino inizia, con i vini di Campo di Sasso.
Il primo incontro è con Rissoa 2024, un rosato che porta nel nome il respiro del mare e la memoria antica di una conchiglia minuta e affusolata, sopravvissuta al Pleistocene e ancora oggi ritrovata tra le sabbie e i ciottoli di questa costa. Una traccia fossile che rivive anche sull’etichetta, come sigillo del legame profondo fra il vino e la sua terra.
Rissoa è un rosato magnetico e gastronomico, che coniuga la fragranza toscana con un sussurro provenzale. Frutto di un equilibrio tra Cabernet Franc e Syrah, raccolti nelle prime ore del mattino e portati in cella a 8-10 °C, nasce da una selezione attenta e da una pressatura soffice, per custodire intatta la purezza del mosto fiore. Fermenta lentamente in acciaio a temperatura controllata e affina per trenta giorni sulle fecce fini, con bâtonnage quotidiani, prima di un’ulteriore sosta di due mesi. I vigneti affondano le radici in suoli di medio impasto, un mosaico di sabbia e ciottoli che dona eleganza e freschezza, allevati a cordone speronato e guyot con 6.500 ceppi per ettaro, immersi nella costante carezza del mare.
L’annata 2024, con un inverno regolare e una primavera precoce ma ricca di piogge, ha preparato le viti a un agosto incostante tra sole e precipitazioni, regalando una vendemmia fresca e aromatica. Ne sono nate circa 15-20 mila bottiglie, luminosa testimonianza della costa tirrenica.
Nel calice, il Rissoa si rivela in una veste elegante, color fior di pesco. È un coup de foudre che seduce con richiami floreali di rosa canina e ibiscus, frutto croccante di lampone e sfumature citrine di pompelmo rosa. Poi la voce si fa mediterranea, con tocchi di mirto e lievi soffi balsamici di foglia di verbena, fino a chiudere su un delicato richiamo salmastro che parla di mare. Al sorso, protagonista è l’acidità agrumata che rimanda armonicamente al pompelmo rosa, accompagnando un centro bocca fruttato di lampone e ciliegia ferrovia su un finale sapido che allunga il sorso.
Dopo il respiro marino del Rissoa, il percorso prosegue con l’Occhione 2024, il primo bianco della tenuta, raro e prezioso come l’uccello acquatico da cui prende il nome, che nidifica tra le dune di Marina di Bibbona. Dal 2023 è un Vermentino in purezza, con una piccola parte del vino che riposa in barrique usate (circa il 5%), per arricchirsi di sfumature senza perdere fragranza. La produzione resta volutamente limitata – appena 15-20 mila bottiglie – per custodire l’identità di un vigneto che cresce su terreni sabbiosi e ciottolosi, allevati a cordone speronato e guyot con 6.500 ceppi per ettaro.
La vendemmia, rigorosamente manuale, avviene tra fine agosto e la prima metà di settembre, nelle ore più fresche del mattino. Le uve, una volta raccolte, vengono rinfrescate in cella a 8-10 °C, selezionate con cura; quindi, pressate sofficemente per ottenere il mosto fiore. La fermentazione si svolge in acciaio a temperatura controllata, seguita da trenta giorni di affinamento sui lieviti con bâtonnage quotidiani e due mesi ulteriori di riposo, mentre una piccola quota evolve in barrique usate. L’annata 2024, segnata da un clima incostante ma favorevole, ha esaltato il lato più vibrante e agrumato del vitigno.
Al calice si scaglia in un oro luminoso. Emerge subito un carattere mediterraneo di salvia e rosmarino che si intreccia con un eco balsamico su note di nepitella, poi arriva il frutto, pera e pesca bianca fanno da padrone. Il sorso è vibrante su un’acidità agrumata di limone che taglia verticalmente un corpo denso, mieloso e materico, dato anche dalla bella sapidità. La chiusura rimanda alla varietale sensazione ammandorlata del Vermentino, che qui piacevolmente crea dinamicità e allunga la persistenza.
È un bianco di finezza luminosa: scorre con grazia, invita al riassaggio, unisce leggerezza e profondità.
Campo di Sasso è anche la culla della storica etichetta Insoglio del Cinghiale 2023, nata nel 2003 e prodotta in 250-300 mila bottiglie: un blend centrato sulla Syrah (circa 40%) con Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e un tocco (5%) di Petit Verdot. I vigneti per la Syrah respirano suoli più caldi e sabbiosi; gli altri alternano argille e conglomerati di Bolgheri. Le uve, vendemmiate nelle ore più fresche, sono selezionate, diraspate e pigiate con delicatezza; la fermentazione alcolica avviene in tini d’acciaio troncoconici a 28 °C per 14-21 giorni. Circa il 40% del vino affina per almeno quattro mesi in barrique di rovere francese di terzo o quarto passaggio; il resto rimane in acciaio, per uscire il settembre successivo alla vendemmia. La 2023, dopo un inverno e una primavera miti e un maggio-giugno piovosi che hanno rimpinguato le riserve idriche, ha condotto a maturazioni ottimali, con vendemmia aperta a fine agosto per Syrah e Merlot, proseguita con Petit Verdot e chiusa a fine settembre con Cabernet Franc e Sauvignon.
Al bevante è un rosso rubino fitto, complice anche la piccola percentuale di Petit Verdot che non smentisce mai la sua profondità cromatica. Vince subito un frutto scuro di ribes nero, mirtillo, poi cenni di pepe e oliva che svelano la Syrah. Chiude un’elegante nota floreale di peonia. All’assaggio l’acidità integra perfettamente il tannino fruttato, un’acidità sempre fruttata estremamente protagonista alla beva che cavalca il sorso domandone l’espressione tannica e la sapidità, ma anche la forza alcolica che – pur essendo rilevante (14%) – non si avverte così predominante in bocca.
È Maremma pura: sottobosco, pepe nero, mirto e rosmarino, freschezza su tannini levigati, una versatilità che lo rende compagno istintivo della cucina mediterranea.
Ci spostiamo idealmente verso i 90 metri della Tenuta di Biserno, dove l’alluvionale argillo-calcareo, ricco di carbonato di calcio e ciottoli, scolpisce due interpretazioni sorelle di grande fascino: Il Pino e Biserno. Stessa matrice bordolese (prevalenza Cabernet Franc con Cabernet Sauvignon, Merlot e una piccola parte di Petit Verdot), due anime.
Il Pino 2022 – prima annata di produzione nel 2004, circa 100 mila bottiglie – è l’espressione più immediata e riconoscibile del cru: fermentazioni in acciaio per 3-4 settimane fino a 28 °C, malolattica spontanea; quindi, un anno di affinamento con circa il 75-80% in barrique francesi (nuove e di secondo passaggio) e la parte residua in acciaio. La stagione 2022, calda e secca, ha beneficiato di piogge primaverili e di un agosto provvidenziale per le varietà tardive; vendemmia rigorosamente manuale: Merlot a fine agosto, Cabernet Franc a metà settembre, chiusura su Petit Verdot e Cabernet Sauvignon a fine mese.
Di un rosso rubino impenetrabile al calice, esordisce in pot-pourri di fiori (rosa, viola), il frutto si fa maturo, evoluto su note di prugna, crème de cassis, poi china, tamarindo e ciliegia sottospirito, ricordano l’animo alcolico del vino (14,5%). Forte balsamicità di radice di liquirizia, corteccia, sottobosco e humus ne esaltano la profondità. L’ingresso in bocca è educato, elegante. Entra in punta di piedi con un centro bocca fruttato, contributo del Merlot; vi è una bella struttura, ma è l’acidità a farsi narrazione, sorreggendo il sorso e donando leggerezza. La sapidità finale chiude ed allunga l’esperienza. È equilibrio e piacevolezza, frutto scuro e spezia, un tocco boisé perfettamente integrato: una persistenza che promette evoluzione e si prolunga come un’eco elegante nel tempo.
A concludere il percorso, l’icona della tenuta: Biserno 2022. È il vino simbolo, quello che porta il nome della proprietà e ne racchiude l’essenza. Una selezione accurata di vecchie vigne, rese contenute, e il medesimo assemblaggio bordolese de Il Pino, arricchito da una piccola parte di Petit Verdot. Fermentazione in acciaio per 3-4 settimane (fino a 28 °C), malolattica in parte in barrique, in parte in acciaio, poi l’affinamento più lungo e nobile di 15 mesi in barrique francesi – per il 90% nuove – seguito da un anno in bottiglia prima della messa in commercio. La produzione oscilla tra 22 e 30 mila bottiglie, un numero volutamente limitato per un rosso che incarna la massima espressione del terroir.
Il risultato al calice è un rubino impenetrabile. Si apre profondo, balsamico su effluvi di eucalipto e cioccolatino alla menta after eight, chicco di caffè, lavanda in essiccazione e radice di liquirizia, foglia di incenso selvatico, foglia di fico, alloro e mirto. Anche la frutta si fa scura su note di ribes nero, cassis, mora di gelso e prugna. Il sorso è pieno, con un’acidità che sorregge il tannino fruttato. Un centro bocca fruttato e succoso su note di ciliegia e mora lascia poi spazio alla sapidità che allunga il sorso su note di frutta secca.
È un rosso maestoso e scorrevole, che unisce eleganza e profondità, pronto al piacere immediato, ma con un potenziale di evoluzione che ne consacra la grandezza.
Si lascia Villa Biserno con la sensazione di aver vissuto un racconto in cui luogo e vino coincidono: il miele delle api e i soffi balsamici di verbena nel Rissoa; le erbe aromatiche dell’Occhione che sembrano nascere dall’orto accanto alla limonaia; la macchia mediterranea dell’Insoglio che restituisce il battito selvatico della costa toscana; la trama elegante e balsamica de Il Pino che si distende con naturalezza; la persistenza del Biserno che rimane, come il profumo del legno antico nel salone voltato. È un’esperienza di fascino e stile, di lusso discreto e savoir-faire toscano, che lascia un segno silenzioso, destinato a durare oltre l’eco dell’ultimo calice.
Sara Calimari
Curiosa e sicuramente eccentrica, racconta il mondo che la circonda, cercando sempre di trasmettere le emozioni che suscita in lei. Guarda al vino come alla più alta forma di storia del costume, indissolubilmente legato alla terra da cui nasce. Per lei, un calice è come un libro, che legge e racconta con umiltà nella sua genuinità.