Dietrofront: poco alcol non fa male

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Il dibattito nato in Usa salta dalla demonizzazione al ripensamento, lasciando aperta la questione su cosa e come comunicare sui consumi di vino e liquori

di Mattia Marzola

Di recente il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo in cui Alessandro Fulloni racconta il dibattito – esploso negli Stati Uniti – sulle nuove linee guida alimentari e sul ritiro di uno studio che considerava nocivo anche un solo bicchiere al giorno. Fulloni mette in luce non solo la contrapposizione scientifica, ma anche i legami tra interessi economici e politiche pubbliche: un quadro che apre più di uno spunto su quanto complesso sia orientarsi in materia di alcol, soprattutto quando le evidenze scientifiche sono interpretate in modi diversi e talvolta in conflitto tra loro.

Se possibile, in Europa la situazione è persino più complessa. In molti Paesi il mercato degli alcolici è sottoposto a monopoli di Stato o a tassazioni elevate di natura para-monopolistica. L’Italia fa eccezione soltanto per il vino, esente da accise specifiche e gravato soltanto dall’Iva, un segno della sua importanza culturale ed economica. Ciò significa che, accanto agli interessi dell’industria, entra in gioco lo Stato stesso: da un lato custode della salute pubblica, dall’altro beneficiario di entrate fiscali legate ai consumi.

Mentre negli Usa sembra prevalere un approccio liberista, in linea con le recenti politiche statunitensi molto “elastiche” su diversi argomenti dal clima alla sanità, pronto a rimuovere persino le raccomandazioni più caute, l’Unione Europea mantiene una posizione più prudente. Le sue linee guida riconoscono come “sicuro” soltanto il consumo nullo, e individuano in quantità minime il livello di rischio molto basso. L’Organizzazione mondiale della sanità è ancora più netta: non esiste alcuna soglia priva di rischi. Anche piccolissime dosi aumentano in proporzione la probabilità di tumori, danni epatici e cardiovascolari. Eppure non mancano le opinioni illustri, seppure minoritarie, e persino studi che sembrano evidenziare come un bicchiere ogni tanto non solo non sia nocivo ma possa persino giovare.

Il punto allora è: come può il consumatore orientarsi tra indicazioni tanto divergenti? Probabilmente occorre fare chiarezza su un piano non solo medico, ma anche culturale e filosofico. L’alcol è una sostanza cancerogena: questo è un dato scientifico consolidato. Ma non è un alimento da valutare solo in termini di salute: appartiene piuttosto alla sfera delle voluttà. Il vino in particolare, in Italia, è cultura, storia, convivialità.

Sarebbe dunque sbagliato tornare alle illusioni del passato, quando si spacciavano amari per farmaci “digestivi” o si promuoveva un consumo quotidiano di vino come addirittura salutare. Ma è altrettanto sbagliato cedere al terrorismo mediatico. Così come sappiamo che troppo sale o zucchero fanno male eppure continuiamo a insaporire le pietanze e a concederci un dolce, allo stesso modo possiamo accettare che bere non è sano, ma resta parte della nostra esperienza culturale e sociale.

La vera sfida è allora l’informazione, non la demonizzazione. Educare a un consumo consapevole e di qualità, favorire l’alternanza con opzioni analcoliche, ricordare che se l’alcol in sé non porta benefici, lo fanno invece le circostanze in cui lo si condivide. Perché grandi idee, amicizie e amori sono nati, e continueranno a nascere, davanti a un bicchiere di vino.

Immagine di Mattia Marzola

Mattia Marzola

Giocoliere di parole, voracissimo lettore, buona forchetta (e buon bicchiere) ha deciso di unire le sue inclinazioni, diventando così appassionato docente di lettere ed entusiasta giornalista enogastronomico, anche se poi scrive di tutto.

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