Sotto la terra, sopra il vigneto: la cantina Antinori diventa paesaggio

Tempo di lettura: 4 minuti

Nel cuore del Chianti Classico dove architettura, arte e cucina raccontano una storia d’amore lunga 6 secoli

di Camilla Rocca

Ci sono cantine che si visitano. E poi ci sono luoghi in cui si entra per capire che cosa significhi, davvero, appartenere a una terra. La Cantina Antinori nel Chianti Classico è uno di questi. Nascosta nella collina, tra vigneti, ulivi e boschi di querce e lecci, quasi scompare nel paesaggio. Si lascia intuire attraverso due lunghe fenditure orizzontali che tagliano la collina e, all’interno, attraverso una spettacolare scala elicoidale in acciaio corten, diventata nel tempo il suo segno più riconoscibile.

Siamo nel cuore del Chianti Classico, a metà strada tra Firenze e Siena, nel territorio che rappresenta la casa della famiglia Antinori. Una casa costruita sottoterra, con un progetto che è insieme tecnico e romantico: riunire produzione, uffici e accoglienza in un unico luogo e, allo stesso tempo, creare la prima vera cantina della famiglia pensata per essere aperta al pubblico.

La storia degli Antinori nel vino comincia nel 1385, quando Giovanni di Piero Antinori si iscrive all’Arte dei Vinattieri di Firenze. Sono passate 27 generazioni e oltre sei secoli, ma il rapporto con il territorio non si è mai interrotto. È una storia che ha attraversato guerre, mode, rivoluzioni enologiche e generazioni, mantenendo una caratteristica precisa: la capacità di guardare avanti senza perdere il legame con le proprie radici.

La cantina nasce proprio da questa filosofia. I lavori iniziano nel 2005 su progetto di Marco Casamonti, fondatore dello studio Archea Associati, con l’ingegnerizzazione di Hydea. Sette anni di lavoro, uno scavo che arriva fino a circa 30 metri sotto terra e un investimento importante per dare forma a un’architettura che non volesse imporsi sul paesaggio, ma entrarci dentro. L’inaugurazione arriva il 25 ottobre 2012.

Il risultato è un edificio di oltre 4,6 ettari di vigneto, con una parte delle vigne letteralmente piantata sul tetto. Cotto, legno e corten sostituiscono materiali estranei alla campagna toscana; i colori della struttura riprendono quelli della terra. Anche la scelta dell’acciaio corten non è casuale: il materiale si ossida, cambia nel tempo, acquista sfumature diverse, proprio come il vino che riposa e si trasforma.

Ma qui l’architettura non è soltanto una questione estetica. È stata progettata intorno al vino. La cantina sfrutta la gravità per accompagnare le uve lungo i diversi livelli di lavorazione, evitando il più possibile l’utilizzo delle pompe. Le uve arrivano al piano superiore, vengono lavorate delicatamente e il mosto scende naturalmente nei serbatoi di vinificazione. Un sistema che permette di intervenire meno sulla materia prima e di preservarne maggiormente l’integrità.

Anche la temperatura segue una logica antica. La struttura ipogea mantiene naturalmente condizioni favorevoli alla maturazione del vino, richiamando il principio delle antiche “neviere” utilizzate in epoca medicea per conservare al fresco alimenti e bevande. Nessun gesto è soltanto scenografico: persino l’invisibilità della cantina risponde a un principio produttivo.

È forse questa la caratteristica più interessante di Antinori nel Chianti Classico: la tecnologia non si vede. È nascosta sotto la terra, come le radici delle viti.

Fuori, i vigneti si trovano tra i 150 e i 200 metri di altitudine, con esposizione sud-occidentale. Il Sangiovese è il protagonista, accompagnato da Cabernet Sauvignon e da alcune varietà autoctone toscane come Canaiolo, Colorino, Ciliegiolo e Malvasia Nera. Le viti sono coltivate con alta densità e le lavorazioni vengono effettuate manualmente, seguendo principi di viticoltura sostenibile.

Da qui nascono alcune delle etichette della cantina, dal Pèppoli Chianti Classico al Villa Antinori Chianti Classico Riserva, fino al Vigna sul Tetto, prodotto esclusivamente dalle vigne che ricoprono la cantina. Un vino in quantità limitata, circa 15 mila bottiglie, che racconta una delle sfide più curiose del progetto: produrre un grande Chianti Classico proprio sopra il luogo in cui il vino viene vinificato.

La filosofia Antinori, però, non si esaurisce nel Sangiovese. La famiglia ha costruito nel tempo una delle storie più importanti dell’enologia italiana proprio sulla capacità di sperimentare. Alla fine degli anni Sessanta arrivano le barrique, allora una scelta tutt’altro che scontata. Poi il Tignanello, considerato il primo dei grandi Super Tuscan, nato dall’intuizione dell’enologo Giacomo Tachis con Sangiovese e Cabernet Sauvignon. E il Solaia, altro vino simbolo della famiglia, dove il rapporto tra vitigni internazionali e territorio viene ulteriormente reinterpretato.

È questa tensione tra memoria e ricerca a spiegare perché, nonostante le dimensioni del gruppo, ogni tenuta mantenga una propria identità e una quasi totale autonomia. Una grande realtà che continua a muoversi, per certi aspetti, con la precisione di una piccola azienda artigianale.

E poi c’è l’arte. Per gli Antinori non è un capitolo laterale, ma una parte della storia familiare. Il legame con il collezionismo attraversa i secoli e oggi trova nella cantina una nuova espressione attraverso l’Accademia Antinori e l’Antinori Art Project, che ha portato negli spazi della cantina opere di artisti contemporanei italiani e internazionali.

La stessa idea di trasformazione attraversa anche la gastronomia. Sul tetto della cantina si trova Rinuccio 1180, il ristorante dedicato a Rinuccio degli Antinori, capostipite della famiglia. Dalle grandi vetrate lo sguardo corre sulle colline del Chianti Classico, mentre in tavola la cucina interpreta il territorio con un approccio contemporaneo.

Qui la componente vegetale è diventata protagonista. Una scelta che può sembrare sorprendente in Toscana, ma che restituisce una lettura più contemporanea della tradizione: verdure, brace, pane, pomodoro e materie prime locali vengono trasformati in piatti che cercano profondità senza perdere riconoscibilità. Anche un salume vegetale può diventare una provocazione gastronomica, così come un uovo con pane raffermo, pomodoro alla brace e spugnole può raccontare la memoria della cucina contadina attraverso tecniche contemporanee.

Il percorso Antinori porta così dal vigneto al calice, passando per architettura, arte e cucina. È un’esperienza che permette di comprendere come una famiglia presente nel mondo del vino da oltre seicento anni sia riuscita a costruire un modello in cui tradizione e innovazione non sono opposti, ma due facce della stessa identità.

Non è un caso che la cantina abbia attirato negli anni visitatori da tutto il mondo e che nel 2022 sia stata riconosciuta come World’s Best Vineyard. Oggi accoglie decine di migliaia di persone ogni anno, molte delle quali non sono necessariamente esperte di vino. Perché il punto, qui, non è soltanto degustare un’etichetta. È capire da dove arriva.

E forse è proprio questa la chiave per leggere la storia degli Antinori: il vino non è mai soltanto il prodotto finale. È il risultato di una relazione lunga secoli tra una famiglia, una terra e la capacità di reinventarsi senza smettere di riconoscersi. La cantina, quasi invisibile nella collina, lo racconta meglio di qualsiasi manifesto. Sotto il vigneto c’è la tecnologia. Sopra la terra, le vigne. Intorno, il paesaggio. E dentro, una storia iniziata nel 1385 che continua a trasformare il tempo in vino.

Immagine di Camilla Rocca

Camilla Rocca

Una passione per il mondo del vino che parte dalle origini, si è allargata all’enoturismo e ai racconti delle persone, di quei volti, quelle mani, delle storie che sono dietro alla vigna

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