Pietro Giambenini: “Il futuro del vino? Non inseguire i trend, intervenire meno, ascoltare di più la terra”

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Con il fratello Aldo ha riportato Tenuta La Cà alle sue radici, trasformando il Bardolino in un progetto di identità, ricerca e riconoscibilità, lontano dalle mode del momento

di Camilla Rocca

Sulle colline moreniche di Calmasino, a pochi chilometri dalle sponde venete del Lago di Garda, Tenuta La Cà racconta una storia di ritorno alle origini e, insieme, di sguardo verso il futuro. Una realtà familiare che oggi si estende tra vigneti e oliveti e che i fratelli Pietro e Aldo Giambenini hanno scelto di trasformare in un progetto vitivinicolo contemporaneo.

La loro è una storia emblematica della Next Gen del vino italiano: dopo gli studi e le prime esperienze professionali lontano da casa, i due fratelli sono tornati alla terra di famiglia per darle una nuova identità. Pietro, classe 1992, porta nel progetto una sensibilità creativa e una visione orientata alla comunicazione e al design, mentre Aldo segue con lui lo sviluppo della cantina e della produzione.

Dal 2018 Tenuta La Cà ha intrapreso con decisione la strada della viticoltura biologica, affiancando alla conoscenza del territorio tecnologia, precisione e una vinificazione pensata per esprimere le differenze tra le singole parcelle. Una filosofia che parte da un principio semplice: intervenire il meno possibile, lasciando che siano il suolo morenico, le vigne e l’annata a raccontare il vino.

È proprio qui che Pietro Giambenini diventa una figura interessante della Next Gen: un giovane produttore che non rinnega il passato, una nuova generazione che recupera il patrimonio familiare per reinterpretarlo. Il Bardolino diventa così non soltanto un vino del territorio, ma un laboratorio di identità, contemporaneità e ricerca.

Che cosa rappresenta, per te la “next generation” nel mondo del vino?

Rappresenta un approccio diverso, più imprenditoriale, che nel mondo del vino italiano è sempre un pò mancato. Fare impresa nel vino passa sicuramente attraverso il fare rete, l’aiutare, il confrontarsi apertamente.

Perché ritieni che oggi il tema del ricambio generazionale nel vino sia così centrale?

Noi non abbiamo vissuto un vero cambio generazionale, ma confrontandomi con colleghi che lo hanno affrontato ne riconosco il valore. Prima del ricambio, il mondo del vino era più chiuso e autoreferenziale; l’arrivo delle nuove generazioni ha portato maggiore apertura, consapevolezza e capacità di leggere il contesto contemporaneo. Credo però che il ricambio funzioni davvero solo quando si appoggia su basi solide: innovare senza conoscere la storia non porta lontano. È un equilibrio che vale nel vino come in qualsiasi altro ambito.

Quanto conta davvero la sostenibilità per la next generation dei produttori, e come la interpretate concretamente in cantina?

L’agricoltura sana è sempre stata sostenibile per natura: si basa su circolarità, prossimità e lavoro manuale. Oggi si parla molto di energia e di impatto ambientale, ed è un tema centrale, ma per un’azienda piccola come la nostra la sostenibilità ha soprattutto un valore etico e identitario. Diverso è il caso delle realtà più grandi, che hanno bisogno di certificazioni specifiche per accedere a determinati mercati. Nel nostro quotidiano adottiamo scelte concrete: abbiamo un impianto solare da circa 20 kW che ci rende autosufficienti per buona parte dell’anno, pratichiamo dry farming irrigando solo in caso di emergenza per mantenere qualità e legame con l’annata, utilizziamo bottiglie leggere e cartoni color Havana per ridurre l’uso di inchiostro. Sono decisioni che rispecchiano la sensibilità della nuova generazione di produttori. Non hanno un impatto commerciale enorme, ma definiscono il nostro modo di lavorare e ciò in cui crediamo.

Quanto è importante, secondo te, avere oggi un volto giovane e riconoscibile che racconti l’identità della cantina? 

Secondo me l’età non è il punto: oggi conta molto di più la riconoscibilità. Il mercato è confuso, alcune aziende sono in difficoltà, il cambiamento climatico impatta in modo diverso a seconda dei territori e i trend tendono a uniformare tutto. Un esempio evidente è l’associazione che spinge a pensare erroneamente che il vino naturale bianco e il vino bianco macerato siano la stessa cosa, il, che ha spinto molte aziende a seguire una moda più che una scelta tecnica, generando l’ennesima standardizzazione. La vera differenza la fa la capacità di interpretare il territorio in modo consapevole, profondo e coerente di annata in annata. Per riuscirci bisogna smettere di inseguire i trend e concentrarsi sui punti di forza del proprio territorio, delle uve che si lavorano e del proprio gusto. Avere uno stile riconoscibile e territoriale oggi pesa molto più dell’avere un volto giovane o meno: alla fine, pochissime bottiglie vengono aperte con il produttore presente.

In che modo stai contribuendo a innovare l’azienda?

Quando parlo di stile, gusto e territorio, intendo che serve prendere decisioni precise e portarle avanti con continuità, approfondendole in modo quasi maniacale. Per me questa è la vera innovazione che stiamo introducendo: un approccio coerente e identitario, che non riguarda solo la nostra azienda ma anche un territorio – quello di Bardolino – che negli ultimi anni ha sofferto una mancanza di direzione chiara. In questo percorso siamo sostanzialmente soli. Ci confrontiamo con pochi altri vignaioli, con grande rispetto, ma la strada che stiamo seguendo è ancora poco battuta. Proprio per questo crediamo che lavorare con convinzione sullo stile e sulla riconoscibilità sia il contributo più concreto che possiamo dare al futuro del territorio.

C’è un consiglio che daresti ai tuoi colleghi vignaioli, qualcosa che noti spesso e su cui il settore potrebbe migliorare?

Viaggiare, confrontarsi e parlare con produttori di tutto il mondo è fondamentale: apre la mente, porta stimoli e aiuta a vedere il vino da prospettive diverse. Il punto, però, è non farsi trascinare o imitare. Bisogna saper prendere ciò che serve senza copiare.

Sembra un consiglio semplice, ma oggi sento sempre più colleghi dire: “Ho fatto questo vino come lo fa quel produttore in quella zona”. Può funzionare, certo, ma può anche essere molto rischioso. Ogni volta che qualcuno lo dice, dentro di me penso: ti sei chiesto se riuscirai davvero a farlo bene come lui, o addirittura meglio, nel tuo territorio e con le tue uve? Il mondo del vino è infinito, ricco di stimoli e di possibilità di sperimentare. Ma la sperimentazione ha senso solo se poggia su un’identità solida. È questo, alla fine, che permette a un vino di essere riconoscibile e di avere un senso nel tempo.

Ti è mai capitato che importatori o distributori ti considerassero “di meno” per via della tua giovane età? E nelle relazioni internazionali com’è andata?

Assolutamente si purtroppo, sia all’estero che in Italia. Quando abbiamo preso in mano l’azienda io avevo 26 anni e mio fratello 24, ci è capitato di avere difficoltà nella credibilità sia con clienti che fornitori e qualche volta abbiamo peccato di gioventù: ce la siamo presa, cosa sbagliatissima.

Oggi siamo comunque giovani, però siamo abbastanza rispettati perché se diciamo qualcosa siamo in grado di sostenere il nostro pensiero con senso e se facciamo qualcosa possiamo spiegare il perché. In questi anni abbiamo capito che l’età conta certamente ma il dimostrare consapevolezza forse conta ancora di più.

Qual è il vino che senti più rappresentativo della vostra next generation e della vostra visione sostenibile?

È una domanda complessa per un vignaiolo. Probabilmente ciò che ci rappresenta di più non è un singolo vino, ma l’approccio di cui ho parlato: lavorare con coerenza, profondità e identità in un territorio che non è blasonato, ma che è straordinario e ha una storia lunga e importante. Il Bardolino ha un potenziale enorme. Bisogna tornare a parlare semplicemente di vino buono, e qui si può fare: in modo sostenibile, sensibile e con orgoglio. È questo, più di qualsiasi etichetta, ciò che racconta davvero chi siamo e dove vogliamo andare.

Immagine di Camilla Rocca

Camilla Rocca

Una passione per il mondo del vino che parte dalle origini, si è allargata all’enoturismo e ai racconti delle persone, di quei volti, quelle mani, delle storie che sono dietro alla vigna

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