La carica dei 10: sommelier, identità e valori

Tempo di lettura: 3 minuti

di Paolo Porfidio

Nel conto alla rovescia verso l’uscita di Wine List Italia 2025, oggi accendiamo i riflettori su dieci nuovi sommelier selezionati per la prossima edizione. Dieci firme inedite che si affacciano al progetto portando approcci, territori, visioni ed esperienze diverse. Alcuni lavorano in grandi strutture, altri in ristoranti indipendenti, ma tutti condividono una consapevolezza precisa: la carta vini non è mai solo un elenco, ma uno strumento narrativo e professionale.

Diego Resta, in servizio presso Le Dune Ecoresort in Sardegna, struttura la propria selezione partendo da un principio chiaro: qualità e rappresentatività. La sua carta mira a coprire tutte le zone vitivinicole italiane ed estere, dando però priorità al territorio in cui si lavora. Grandi maison e brand internazionali convivono con i piccoli vigneron, in un sistema che punta a dare spazio a tutte le forme di espressione del vino, senza preclusioni.

Aurelio Marotta, nuovo sommelier del ristorante Da Vittorio, parla invece di equilibrio tra classico e avanguardia. La carta, per lui, deve poter parlare tanto ai clienti legati ai nomi storici quanto a chi cerca etichette moderne, magari prodotte con tecniche innovative o non convenzionali. L’obiettivo è intercettare ogni tipologia di cliente, senza mai abbassare il livello qualitativo.

Vincenzo Amoruso, al Don Camillo di Siracusa, lavora sull’accessibilità e sulla profondità. Ogni regione inserita in carta è suddivisa per aree o denominazioni, in modo da creare un’esperienza di lettura dettagliata ma immediata. La sua idea di carta è inclusiva, pensata per accogliere il pubblico più ampio possibile, con l’ambizione di raccontare la complessità in modo ordinato.

Per Stefano Orrù, sommelier al ristorante Alborì di Bellagio, la carta deve comunicare i territori attraverso i produttori, dando spazio tanto agli artigiani quanto a figure che hanno inciso significativamente sullo sviluppo del loro areale. Centrale è la figura del vignaiolo, inteso come ambasciatore culturale del territorio, e altrettanto importante è il bilanciamento commerciale: le icone del vino devono coesistere con le scoperte, mantenendo un equilibrio tra sostenibilità economica e integrità di proposta.

Mariaconcetta Marchio, al ristorante San Domenico di Pizzo, propone una visione strutturata su tre pilastri: soggiornalità, personalità e prezzo consapevole. La carta deve parlare il linguaggio del luogo, essere coerente con la cucina e con la stagione, riflettere la personalità di chi la costruisce, e offrire fasce di prezzo accessibili e trasparenti. Il vino è parte dell’esperienza di accoglienza, non un’aggiunta opzionale.

Andrea Mosca, con il suo progetto “Bevi con Mosca” a Novara, adotta uno stile personale e diretto: la carta deve rappresentare varietali e terroir, ma anche sapersi accendere di lampi creativi. L’inserimento di bottiglie fuori dal comune – le sue “chicche rock and roll” – serve a rendere l’esperienza meno prevedibile e più memorabile.

Renato Gaudioso, alla Bottega Lucia di Milano, sintetizza il suo approccio in tre parole: coerenza, equilibrio e scoperta. La carta deve rispecchiare l’identità del ristorante, senza sbavature. Non c’è bisogno di eccessi: basta raccontare bene ciò che si sceglie, dando valore al percorso tra territorio e qualità.

Mattia Redi, sommelier del Grand Hotel Principe di Piemonte a Viareggio, punta su una selezione eterogenea, inclusiva e rispettosa del lavoro artigiano. L’idea è quella di valorizzare ogni regione, senza trascurare le aree meno note. Grandi nomi e piccoli produttori convivono, con l’intento di dare voce a chi lavora con dignità e passione, anche nei contesti meno celebrati.

Andrea Bacchi, del Wood di Gallarate, lavora su un impianto molto strutturato. La carta è organizzata con criteri precisi: sequenza logica, coerenza con la cucina, fasce di prezzo diversificate, aggiornamento costante, storytelling e servizio. C’è una grande attenzione al dettaglio e all’esperienza del cliente: il sommelier, in questa visione, diventa narratore e guida, non semplice suggeritore.

Infine, Vincenzo Di Matteo, del ristorante Colmare di Pozzuoli, affida alla carta un valore quasi letterario. Per lui deve emozionare, incuriosire e raccontare. Radicato nei Campi Flegrei ma aperto al mondo, costruisce una selezione che evita l’effetto wow a tutti i costi, prediligendo un filo narrativo continuo, con vini che parlano anche senza alzare la voce.

Dieci nuovi nomi, dieci visioni, dieci modi di intendere una carta vini nel 2025.
Nel prossimo articolo, continueremo a svelare i protagonisti della nuova edizione. Perché, se è vero che ogni carta racconta una storia, Wine List Italia è il luogo dove queste storie si incontrano.

Vi aspettiamo a Milano il prossimo 5 ottobre, per scoprire la nuova edizione della prima guida scritta dai sommelier dell’alta ristorazione italiana.

 

Immagine di Paolo Porfidio

Paolo Porfidio

Sommelier ed Enologo, è head sommelier di Terrazza Gallia dell’ Hotel Excelsior Gallia di Milano, docente e divulgatore, oltre che curatore della Guida Wine List Italia edita da MWW Media – Vendemmie.

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