Le misure varate dall’amministrazione Trump travolgono l’export vinicolo: quasi azzerate le vendite verso il primo sbocco estero, mentre i concorrenti occupano lo spazio lasciato libero
di Mattia Marzola
In vino veritas recita un adagio latino tra i più noti, il vino americano, tuttavia, potrebbe oggi raccontare una verità tra le più amare per il proprio mercato: quella che i dazi voluti da Donald Trump, di cui tanto si è parlato, e abbiamo scritto, negli ultimi mesi, rischiano, almeno nel comparto vino e spirits, non solo di penalizzare, ipotesi forse messa in conto nella speranza che un incremento del mercato interno potesse sopperire al calo, ma di compromettere strutturalmente uno dei principali sbocchi commerciali degli Stati Uniti.
I numeri ufficiali aiutano a riportare il dibattito su un piano meno ideologico e più concreto. Secondo lo USDA Foreign Agricultural Service, nel 2024 le esportazioni complessive di vino statunitense hanno raggiunto circa 1,24 miliardi di dollari. Di questi, circa 435 milioni erano diretti verso il Canada. Significa che Ottawa rappresentava approssimativamente il 35% dell’intero export vinicolo americano. Non un mercato tra tanti, ma il primo mercato estero in assoluto.
Sempre dai dati FAS si può osservare come nel 2024 le spedizioni mensili verso il Canada oscillassero mediamente tra i 30 e i 40 milioni di dollari. È questo il punto che rende il confronto con il 2025 così impressionante: secondo elaborazioni rilanciate dalla stampa specializzata, in primavera si sono registrati cali su base annua superiori al 90% in singoli mesi. Anche senza disporre ancora di un consuntivo annuale definitivo, il segnale è chiaro: non si tratta di una flessione fisiologica, ma di una contrazione drastica.
La dinamica, però, non si esaurisce nella caduta dei numeri. Il vero nodo è ciò che è accaduto contestualmente. Il Canada non ha smesso di importare vino; ha diversificato. Secondo dati doganali canadesi ripresi da analisi di settore, nei primi mesi del 2025 le importazioni di vino non proveniente dagli Stati Uniti sono cresciute sensibilmente: Nuova Zelanda +31%, Australia +28%, Francia +13%, Italia intorno al +7-8%. In altre parole, lo spazio lasciato libero dal vino americano è stato rapidamente occupato.
Qui entra in gioco un effetto meno immediato ma decisivo: la riallocazione dell’offerta globale. I dazi statunitensi su diversi prodotti europei e le tensioni commerciali hanno ridotto, in alcuni casi, la competitività di produttori stranieri sul mercato USA. Parte di quella produzione ha quindi cercato sbocchi alternativi. Il Canada, improvvisamente privo di una quota rilevante di vino statunitense, è diventato una destinazione naturale. Il risultato è un doppio movimento: meno vino USA in Canada, più vino europeo e oceanico sugli scaffali canadesi.
Verrebbe da chiedersi perché non rivolgersi al mercato sud americano, più vicino e senza oceani in mezzo ma i dati raccontano una realtà diversa: Cile e Argentina, pur presenti, partono da quote strutturalmente più contenute nel mercato canadese e non hanno la massa critica per assorbire in tempi rapidi il vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Nel 2024 il Cile valeva poco più di un centinaio di milioni di dollari canadesi di export verso Ottawa, l’Argentina ancora meno, contro i 400 e oltre di ciascuno tra Francia, Italia e Stati Uniti. Quando nel 2025 si è aperto uno spazio sugli scaffali, la crescita si è concentrata su chi aveva già volumi, rete distributiva nei monopoli provinciali e un posizionamento medio-premium comparabile a quello californiano. Per colmare davvero il gap americano, il Sud America avrebbe dovuto quasi raddoppiare le proprie spedizioni verso il Canada: un salto che, numeri alla mano, non si sta verificando.
Una via senza ritorno?
Non si tratta solo di logistica commerciale. Si tratta di abitudini. I consumatori canadesi stanno scoprendo alternative che funzionano, spesso con un posizionamento qualitativo percepito come pari o superiore. Quando un ristorante riorganizza la carta dei vini, quando un sommelier viene formato su nuove etichette, quando un importatore ridefinisce il proprio portafoglio, si crea un ecosistema diverso. Tornare indietro non è automatico.
Il fenomeno riguarda anche gli spirits. Diverse province canadesi, che controllano direttamente la distribuzione di alcolici, hanno sospeso o limitato la vendita di prodotti statunitensi, in alcuni casi rimuovendo dagli scaffali anche merce già importata. Parallelamente, si è rafforzata la promozione dei distillati domestici, in particolare del whisky canadese. Autori e analisti del settore hanno sottolineato come il clima “buy local” abbia alimentato una maggiore attenzione verso i prodotti nazionali. Anche qui il tema non è solo economico, ma identitario: una volta che il consumo assume un valore simbolico, il rientro alla normalità richiede tempo.
Anche qualora i dazi venissero rimossi domani, e ovviamente questo non succederà, resterebbe il problema del riposizionamento. I distributori hanno stretto nuovi accordi, i ristoratori hanno trovato fornitori alternativi, i consumatori hanno ampliato i propri riferimenti. La fiducia commerciale, costruita in decenni, non si ricostruisce in una stagione.
Oltre il Canada
Il caso canadese è il più evidente per peso specifico, ma non è isolato. In Europa, operatori del settore hanno segnalato una riduzione o una revisione al ribasso degli ordini di vini e spirits statunitensi. In alcuni mercati nordici, caratterizzati da monopoli statali nella vendita di alcolici, si sono registrate flessioni delle vendite di vino USA a favore di alternative europee. Il clima commerciale internazionale, già reso complesso dalle tensioni tariffarie, ha indotto diversi importatori a diversificare l’esposizione.
Se il Canada valeva circa il 35% dell’export vinicolo americano, l’eventuale perdita prolungata di quel mercato, sommata a un rallentamento in altri paesi, ridisegna profondamente la mappa dell’export statunitense, non solo dal punto di vista dei volumi ma anche sottoforma di posizionamento globale.
Ecco allora la possibile verità amara che emerge dietro l’adagio latino. I dazi, pensati per rafforzare la posizione americana, rischiano di aver prodotto un effetto boomerang in un comparto già sotto pressione per il calo dei consumi interni e l’aumento dei costi. La sostituzione di prodotto avvenuta in Canada dimostra che i mercati non restano vuoti: si riempiono. E quando si riempiono di alternative credibili, spesso non tornano indietro.
Nel vino, come nella diplomazia commerciale, il tempo è un fattore decisivo. Perdere in pochi mesi una quota costruita in trent’anni è possibile. Recuperarla potrebbe richiedere molto più di un semplice cambio di politica tariffaria.
Mattia Marzola
Giocoliere di parole, voracissimo lettore, buona forchetta (e buon bicchiere) ha deciso di unire le sue inclinazioni, diventando così appassionato docente di lettere ed entusiasta giornalista enogastronomico, anche se poi scrive di tutto.