Una piccola denominazione, tre grandi vitigni e cinque generazioni: così la famiglia Di Lorenzo racconta la Sicilia più autentica
di Nello Gatti
Il Retrobottega di Andrea Provenzani non è un posto che si trova per caso. Si accede da viale Monte Grappa attraverso un passaggio interno che tiene fuori il rumore della città, e improvvisamente ci si ritrova in un cortile dove il tempo scorre diversamente, è uno di quei posti che i milanesi conoscono e non dicono. Il 16 giugno, questo spazio è stato scelto da PR Comunicare il Vino per il lunch press di Feudo Disisa: una cantina di Grisì, nel palermitano, che ha portato a tavola sette etichette e il co-fondatore, Mario Di Lorenzo, capace di raccontare la propria terra senza retorica. Il contrasto funzionava bene. Una cucina milanese contemporanea, piatti pensati per la condivisione, a dialogare con vini in un abbinamento che non voleva essere geografico, ma di carattere.
Questione di denominazione
Per capire Feudo Disisa bisogna capire dove si trova, e per capire dove si trova bisogna fare un passo indietro sulla mappa vinicola siciliana. La Sicilia è il vigneto più grande d’Italia: oltre 97.000 ettari vitati, ventitré DOC, una DOCG, sette IGT. La DOC Sicilia, creata nel 2012 a partire dalla ex-IGT Terre Siciliane, è di gran lunga la denominazione più produttiva dell’isola: nel 2023 ha certificato 818.000 ettolitri per un valore di 72 milioni di euro, su una superficie di circa 22.500 ettari. È una denominazione ombrello, costruita per dare scala e riconoscibilità internazionale a un patrimonio varietale enorme, dal Grillo al Nero d’Avola. Funziona come strumento commerciale, molto meno come strumento di racconto territoriale.
La DOC Monreale è l’altra cosa. Istituita nel novembre del 2000, è una delle più recenti denominazioni siciliane e copre un territorio preciso: otto comuni nella Sicilia nord-occidentale, provincia di Palermo, Monreale, Piana degli Albanesi, Camporeale, San Giuseppe Jato, San Cipirello, Santa Cristina Gela, Corleone e Roccamena. In termini di volumi è piccola, quasi invisibile accanto alla macchina della DOC Sicilia. Ma ha qualcosa che quella non può avere: un’identità geografica definita e un disciplinare che mette al centro, per i rossi, il Nero d’Avola e il Perricone come coppia d’obbligo per almeno il 50% dell’assemblaggio.
Il Perricone è il punto interessante. Noto anche come Pignatello in alcune zone del palermitano, è un vitigno a bacca nera praticamente assente fuori dalla Sicilia. Buccia spessa, dotazione antocianica importante, tannini che il tempo leviga, un’acidità che sorprende per un rosso meridionale. Nel Medioevo lo si chiamava “vino del re” perché il Duomo di Monreale, voluto da Guglielmo II d’Altavilla intorno al 1174, era circondato da vigneti destinati alla produzione di vino per la mensa arcivescovile. Quell’eredità non è metafora: ancora nel Settecento, l’Arcivescovado di Monreale controllava 72 feudi su oltre 61.000 ettari di territorio. Il Perricone cresceva già qui.
Feudo Disisa appartiene alla famiglia Di Lorenzo dal 1867. Non è una data qualsiasi: siamo negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, quando la redistribuzione delle terre ecclesiastiche e feudali rimescolò la proprietà fondiaria siciliana in modo radicale. I Di Lorenzo hanno attraversato cinque generazioni in questo posto, e il marchio Feudo Disisa come entità commerciale esiste dal 2000, esattamente quando nasceva la DOC Monreale. Una coincidenza che dice qualcosa sulla visione.
La tenuta, il suolo, il progetto
Quattrocento ettari totali, dei quali cento vitati e settantacinque a ulivo. La tenuta è in contrada Disisa, sulla Strada Provinciale 30 al chilometro sei, a Grisì: una frazione di Monreale che non appare sulle guide turistiche ma che ha la qualità silenziosa dei luoghi che non sentono il bisogno di promuoversi. Il suolo è argilloso a medio impasto, con una stratificazione che tiene l’acqua senza impaludarsi e cede calore lentamente, ammortizzando le variazioni termiche. I vigneti si sviluppano su un sistema collinare esposto ai venti che scendono dalle montagne del Corleonese e si incrociano con le correnti marine del golfo di Castellammare: un corridoio di ventilazione naturale che abbassa le temperature notturne e preserva acidità e aromi anche nelle annate più calde.
L’età dei vigneti copre un arco ampio, da impianti giovani fino a ceppi di quarant’anni. Questa diversità non è un dato neutro: viti vecchie significano radici più profonde, produzione per pianta più bassa, concentrazione maggiore. La coabitazione tra varietà autoctone (Grillo, Insolia, Catarratto, Nero d’Avola, Perricone, Fiano) e internazionali (Chardonnay, Syrah, Cabernet Sauvignon, Merlot) è stata scelta deliberatamente come posizione strategica: non per rincorrere il mercato internazionale, ma per verificare come il terroir di Monreale modella varietà che altrove si comportano in modo completamente diverso. Uno Syrah di Grisì non è uno Syrah del Rodano, ma non è nemmeno lo Syrah australiano che ha colonizzato i lineari dei supermercati. È un’altra cosa ancora.
La cantina è biologica. Gli uliveti producono extravergine da Cerasuola, Nocellara, Biancolilla, Giarraffa e Ogliarola, lavorate nel frantoio aziendale. L’enologo è Tonino Guzzo. La produzione annua si attesta sulle 120.000 bottiglie, con un export del 30% verso Stati Uniti, Giappone, Europa e Gran Bretagna.
Alla tavola del Retrobottega
Mario Di Lorenzo ha la capacità di chi racconta cose che conosce davvero: nessuna frase preconfezionata, nessuna promozione mascherata da aneddoto. Ha costruito la sequenza come un percorso logico, dai bianchi al rosso al dolce, e ogni passaggio aveva una ragione tecnica e narrativa precisa.
Prima ancora di sedersi, due metodo classico in sequenza cromatica. Il Brut affina ventiquattro mesi sui lieviti ed è prodotto da Nero d’Avola in purezza: una scelta che vale la pena sottolineare, perché usare il vitigno rosso più celebre della Sicilia come base spumante è una dichiarazione di intenti precisa. Il Nero d’Avola in questo contesto non porta il colore né la struttura tannica che ci si aspetterebbe in versione ferma, ma contribuisce con acidità e una texture sottile che reggono bene la seconda fermentazione in bottiglia. Il Renè è invece un Pas Dosé dedicato a Renato Di Lorenzo, il padre di Mario, patron dell’azienda: stessa tecnica, zero zuccheri aggiunti in fase di sboccatura, tremila bottiglie l’anno. Il fatto che Feudo Disisa faccia metodo classico non è una concessione al mercato degli spumanti italiani in crescita: è la verifica che un suolo argilloso con buona escursione termica e ventilazione costante può dare basi di qualità anche al di sotto del 38° parallelo, purché si scelga il vitigno giusto e si abbia la pazienza di aspettare due anni in cantina prima di stappare.
Poi ci si è seduti, e la sequenza ha preso il suo corso.
Ad aprire il Grillo, che in questo feudo cresce su viti di venticinque anni. È un’età che conta: non sono le viti adulte che danno la massima complessità, ma sono abbastanza radicate da produrre un’uva con concentrazione e personalità che gli impianti giovani non possono dare. Il Grillo ha una storia complicata nell’enologia siciliana: per decenni è stato usato quasi esclusivamente come base per il Marsala, ceduto alle grandi cantine industriali della provincia di Trapani a prezzi da sfuso. La riscoperta del Grillo come varietà da bottiglia è fenomeno relativamente recente, accelerato dalla crisi del Marsala e dall’interesse dei mercati nordici e asiatici per i bianchi mediterranei aromatici. Quello di Feudo Disisa fermenta a temperatura controllata tra i 15 e i 18°C e affina sei mesi in acciaio: nessun legno, nessuna interferenza, solo la pulizia tecnica che permette al vitigno di dire quello che ha da dire. E il Grillo, su suolo argilloso e con quell’escursione termica notturna garantita dai venti del Corleonese, lo dice con sprint.
Il Chara ha spostato l’asse. È un blend di Catarratto e Insolia in parti uguali, DOC Sicilia, con vigne che toccano i quarant’anni. Quarant’anni per la vite sono un punto di svolta: dopo quella soglia le rese calano in modo significativo, spesso sotto i 40 quintali per ettaro contro gli 80 previsti dal disciplinare, e la concentrazione per acino aumenta. Sono vigne che l’azienda avrebbe potuto espiantare e reimpiantare, scelta molto più redditizia a breve termine, e non lo ha fatto. Il Catarratto è il vitigno bianco più coltivato in Sicilia in termini assoluti, quasi un terzo della superficie vitata bianca dell’isola, eppure rimane tra i meno valorizzati in bottiglia: troppo spesso usato come riempitivo, raramente trattato con la cura che merita. Qui l’assemblaggio con l’Insolia, vitigno anch’esso autoctono e dalle origini antichissime, già citato negli atti dell’Arcivescovado di Monreale del Settecento come “anzolia” nelle liste dei vini prodotti nei feudi ecclesiastici, produce qualcosa di più composito. Pulizia al naso, una leggera tostatura che non viene dal legno ma dalla maturità dell’uva, profondità che cresce col passare dei minuti nel bicchiere.
Il Lu Bancu ha segnato il momento di maggiore attenzione al tavolo. È Catarratto in purezza, DOC Monreale, pensato esplicitamente per l’invecchiamento: sei ettari dedicati, fermentazione a temperatura controllata, otto mesi in acciaio inox. L’etichetta porta stampata, in dialetto siciliano, una leggenda popolare che narra di un tesoro nascosto nel feudo mai ritrovato, il “Lu Bancu di Disisa”, difeso da tre santi, da api di regno e da una giumenta bianca. È la linea “I Tesori” dell’azienda, quella costruita sulle narrazioni del territorio. Ma al di là dell’aneddotica, il vino ha una sua logica precisa: il Catarratto vecchio, su suolo argilloso con buona acidità naturale, è tra i bianchi meridionali con più capacità evolutiva, qualcosa che il mercato sta cominciando a capire solo nell’ultimo decennio. Lu Bancu lo dimostra in modo diretto: graffiante sul retrogusto, con una profondità che non è il frutto di tecnica enologica ma di materia prima old vine e di una conduzione che non ha ceduto alla tentazione della resa massima.
Il Granmassenti ha chiuso la parte dei rossi nel modo più convincente. Perricone in purezza, DOC Monreale, tre ettari, macerazione di quindici giorni, affinamento in barrique per dodici mesi. Il nome viene ancora dalla leggenda del tesoro: “grandi ricchezze” nascoste nel feudo, “granmassenti di dinari d’oru e d’argentu”, come recita il testo in siciliano sull’etichetta. È un vino che richiede un po’ di tempo per aprirsi, il che è esattamente il comportamento atteso dal Perricone: un vitigno storicamente scontroso, capace di chiudersi su se stesso se stressato dalla vendemmia o da vinificazioni aggressive, ma che se condotto con pazienza rivela una struttura polifenolica ricca e un’acidità di raro equilibrio per un rosso del palermitano. La barrique qui non è ornamento: dodici mesi di rovere su un Perricone con tannini importanti servono a domare la componente più aspra senza annullare il carattere. Il risultato è un vino che punge e poi cede, che mostra il lato scontroso e poi si fa apprezzare. Non è immediato, e non vuole esserlo.
Il Krysos ha chiuso tutto. Il nome viene dall’antico villaggio che sorgeva vicino al feudo prima che il paesaggio cambiasse forma nei secoli. È Grillo in surmaturazione sulla pianta: le uve vengono lasciate appeso oltre il normale periodo di vendemmia, concentrando zuccheri e aromi mentre l’acqua evapora attraverso la buccia. Non è la tecnica della passerella su graticci, come nel Recioto o in alcuni passiti del Sud, ma appassimento diretto sulla vite, con tutto quello che comporta in termini di rischio sanitario e selezione manuale. La produzione è di soli 30 quintali per ettaro su due ettari totali: numeri che dicono tutto sulla selettività dell’operazione. La fermentazione avviene a 18-19°C, più alta rispetto ai bianchi secchi, per preservare la complessità aromatica della surmaturazione. Dodici mesi in acciaio inox, almeno dodici in bottiglia prima della commercializzazione. Il risultato è un vino dolce che non usa la dolcezza come risposta unica: l’acidità naturale del Grillo, che è tra le più pronunciate tra i bianchi siciliani, rimane presente anche nella concentrazione da surmaturazione e impedisce al vino di scivolare nella stanchezza. È una chiusura coerente con tutto quello che era venuto prima: tecnica al servizio del carattere, non dell’effetto.
Quello che rimane
Feudo Disisa non è una cantina che cerca visibilità attraverso il posizionamento. È una cantina che esiste da un secolo e mezzo in un posto che capisce, con una denominazione che pochi conoscono ma che ha le basi per diventare un riferimento per chi cerca la Sicilia autentica, quella delle colline interne, lontana dal mare e dagli itinerari consolidati. La DOC Monreale ha la dimensione giusta per fare qualità, il vitigno autoctono più interessante dell’isola per i rossi, e qualche produttore che sta dimostrando che il territorio regge il confronto internazionale. Serve solo che qualcuno ne parli con la precisione che merita.
Nello Gatti
Vendemmia tardiva 1989, poliglotta, una laurea in Economia e Management tra Salerno e Vienna, una penna sempre pronta a scrivere ed un calice mezzo tra mille viaggi, soggiorni ed esperienze all'estero. Insolito blend di Lacryma Christi nato in DOCG irpina e cresciuto nella Lambrusco Valley, tutto il resto è una WINE FICTION.