Dopo esperienze in Lamborghini Stellantis, il ritorno nell’azienda di famiglia: “Il ricambio è un tema centrale. Porto una nuova visione manageriale nell’unica cantina della provincia di Cremona”
di Camilla Rocca
Mattia Caleffi rappresenta la Next Gen dell’unica cantina d’Italia con sede a Cremona, cantina di famiglia a Spineda. Dopo una formazione in Ingegneria Gestionale al Politecnico di Milano, ha sviluppato il proprio percorso professionale nel settore automotive, collaborando con realtà di primo piano come Lamborghini e il gruppo Stellantis, dove ha preso parte a progetti internazionali tra Nord America, America Latina ed Europa. Le competenze manageriali e strategiche acquisite in questi contesti sono oggi applicate alla guida di Cantine Caleffi, con l’obiettivo di coniugare tradizione, innovazione e sviluppo internazionale nel settore vitivinicolo.
Ha infatti contribuito alla crescita del marchio, puntando sull’innovazione, sulla valorizzazione del territorio e sull’espansione nei mercati esteri. Sotto la sua guida, la cantina ha ottenuto una notevole visibilità, arrivando a essere raccontata da Forbes Italia come esempio di successo imprenditoriale. Mattia Caleffi promuove una filosofia che unisce tradizione agricola, qualità del prodotto e una visione moderna della gestione aziendale.
Che cosa rappresenta per te la next generation nel mondo del vino?
La next generation nel vino non è censura, ma disciplina di continuità: assumere l’eredità di un patrimonio agricolo e interpretarla con sensibilità internazionale, precisione stilistica e responsabilità di lungo periodo. Significa far evolvere una cantina senza sovrapporsi al luogo, trasformando identità, rigore e coerenza in valore duraturo e sostenibile.
Perché ritieni che oggi il tema del ricambio generazionale nel vino sia così centrale?
Il ricambio generazionale è centrale perché il vino si costruisce su orizzonti che superano la singola gestione: una vigna, uno stile e una reputazione maturano attraverso decenni, non attraverso cicli brevi. Non è semplicemente successione anagrafica, ma governo del tempo: assicurare che un nome sappia attraversare annate, mercati e trasformazioni senza perdere profondità, misura e fedeltà alla propria cifra espressiva.
Quanto conta davvero la sostenibilità per la next generation dei produttori e come la interpretate concretamente in cantina?
La sostenibilità è una forma di responsabilità produttiva: preservare fertilità del suolo, equilibrio idrico e biodiversità funzionale come condizioni della qualità nel tempo. Nella nostra filosofia si traduce in tre principi: cura della matrice agricola, uso misurato delle risorse naturali e intervento umano calibrato sulla qualità della materia prima e sull’equilibrio dell’annata.
Quanto è importante, secondo te, avere oggi un volto giovane e riconoscibile che racconti l’identità della cantina?
È rilevante quando la persona diventa una soglia di accesso alla cultura della cantina, capace di renderne leggibili il codice produttivo e la sensibilità culturale, portandola oltre il prodotto e dentro una conversazione più ampia. Nel vino di alta gamma, il racconto deve avere presenza, educazione e responsabilità; solo così la dimensione individuale sostiene la reputazione della cantina e la sua proiezione internazionale.
In che modo stai contribuendo a innovare l’azienda?
L’innovazione passa dalla costruzione di una visione strutturale in cui la matrice culturale del patrimonio vitivinicolo viene preservata ed elevata attraverso nuovi modelli d’impresa governati con disciplina manageriale. Il mio pensiero è orientato a una profonda ricerca enologica che, unita a una selettività rigorosa nel posizionamento, sia volta a convergere in un’unica architettura di valore a sostegno della traiettoria di sviluppo internazionale della cantina.
Hai vissuto momenti di confronto o scontro generazionale da quando sei entrato in azienda? Come li avete trasformati in crescita?
Il confronto generazionale è stato soprattutto un dialogo tra esperienza e visione: da mio padre e da mio zio ho imparato la resilienza, la capacità di distinguere l’essenziale e di leggere il valore delle scelte nel tempo. Quell’insegnamento resta la spina dorsale della mia guida: ogni gesto concorre a costruire un’identità, da custodire con rigore e responsabilità, anche mentre l’azienda evolve verso una dimensione più strutturata, internazionale e contemporanea.
C’è un consiglio che daresti ai tuoi colleghi vignaioli, qualcosa che noti spesso e su cui il settore potrebbe migliorare?
Più che un consiglio, condividerei una riflessione: il settore potrebbe lavorare con maggiore precisione sul passaggio dalla sola eccellenza produttiva alla costruzione di un’identità più leggibile, selettiva e coerente. Il vino, oggi, richiede non solo qualità agricola ed enologica, ma anche una cultura del posizionamento capace di proteggere valore, reputazione e desiderabilità nel tempo.
Ti è mai capitato che importatori o distributori ti considerassero “meno” per via della tua giovane età? E nelle relazioni internazionali com’è andata?
Talvolta la giovane età può generare una prima lettura prudente, soprattutto in un settore abituato a misurare l’autorevolezza attraverso la durata. Nelle relazioni internazionali, però, contano rapidamente altri elementi: preparazione, chiarezza di visione, affidabilità nell’esecuzione e capacità di rappresentare l’impresa con continuità. In questo senso, ogni confronto è diventato un’occasione per trasformare una percezione iniziale in fiducia professionale.
Qual è il vino che senti più rappresentativo della vostra next generation e della vostra visione sostenibile?
Indicherei Dheva, il nostro Metodo Classico Rosé Brut, perché interpreta la nuova visione della Maison come disciplina dello stile: ricerca enologica, cura selettiva della materia prima e governo dell’equilibrio. Perlage fine, freschezza, sapidità e persistenza diventano la traduzione sensoriale di una sostenibilità concreta, capace di esprimersi nella precisione delle scelte dei nostri chef de caves e nell’integrità stilistica del vino. È un vino radicato nella nostra matrice d’origine, ma pensato per dialogare con una sensibilità contemporanea e internazionale.
Camilla Rocca
Una passione per il mondo del vino che parte dalle origini, si è allargata all’enoturismo e ai racconti delle persone, di quei volti, quelle mani, delle storie che sono dietro alla vigna