A Sequerciani un vitigno di nicchia diventa espressione di un’agricoltura integrata dove vino, olio e farine restituiscono centralità alla terra
di Sara Calimari
Arrivo a Sequerciani una mattina, su invito di Slow Food, per una giornata interamente dedicata al Pugnitello. Il cancello si apre e subito si ha la sensazione di entrare in un luogo che vive di energia propria: una vibrazione che sembra attraversare l’aria e le persone. Il personale accoglie con sorrisi autentici, fieri della missione di Sequerciani, e si percepisce immediatamente che qui il vino non è semplicemente produzione agricola, ma parte di un ecosistema culturale, umano e naturale.
Prima che inizi il convegno, mi viene proposta una passeggiata tra i vigneti, camminare tra i filari in una giornata limpida di fine inverno ha qualcosa di quasi meditativo: la brezza attraversa le vigne, il terreno respira, e mentre si percorrono i sentieri della tenuta emerge lentamente la storia di questo luogo.
Il progetto nasce nei primi anni Novanta, quando Ruedi Gerber, imprenditore e regista svizzero, arriva in Maremma e decide di acquistare un podere nei pressi del borgo di Tatti, in provincia di Grosseto. I terreni erano abbandonati, vergini, lasciati a sé stessi. Dove altri avrebbero visto un investimento difficile o una terra da domare, Gerber ha visto, invece, un ecosistema da ascoltare e accompagnare. Inizia così un lungo lavoro di recupero: il restauro dei fabbricati, concluso solo nel 2016, e parallelamente la costruzione di un’azienda agricola fondata su una visione precisa, quella di un’agricoltura capace di accrescere la vitalità del suolo riducendo al minimo l’impatto delle attività umane.
La conversione alla biodinamica certificata, avviata all’inizio degli anni Duemila prima sugli uliveti e poi sui vigneti, è stata la naturale conseguenza di questa filosofia. Un approccio che, all’epoca, poteva sembrare radicale o addirittura visionario, ma che col tempo ha dimostrato la sua coerenza. Oggi Sequerciani è un ecosistema complesso e biodiverso che si estende su 165 ettari: vigneti, uliveti, orti, cereali antichi, alveari. Da qui nascono vino, olio, miele, farine e pasta. Un’agricoltura integrata, che restituisce alla terra la centralità che spesso la modernità le ha tolto.
Ma Sequerciani è anche un luogo di dialogo tra natura e arte. Non è un caso che la tenuta ospiti spesso artisti, invitati a confrontarsi con questo paesaggio e con l’energia che lo attraversa. Una delle testimonianze più suggestive è l’installazione permanente “Le Souffle de Sequerciani” di Alexandre Joly, un’opera sonora commissionata da Gerber e da Sequerciani Arte Clima, una piattaforma fondata nel 2021 insieme a Marianne Burki e Li Zhenhua che riunisce artisti, ricercatori, scienziati, enologi, cuochi e pensatori impegnati a riflettere sulle grandi questioni ambientali e sull’esistenza umana. Qui la terra non è solo produzione: è materia viva di ispirazione.





















All’interno di questo contesto prende forma la giornata dedicata al Pugnitello, un vitigno raro, antico e affascinante, la cui storia moderna, però, è relativamente recente e ha qualcosa di quasi romanzesco.
Nel 1981, durante una lunga ricerca sui vitigni minori della regione, il professor Roberto Bandinelli individuò casualmente una vecchia vite in un podere chiamato Casangeli, a Poggi del Sasso, oggi nel cuore della DOC Montecucco. Il proprietario del vigneto la chiamava semplicemente “Pugnitello”, proprio per la forma del grappolo. Quella pianta, apparentemente marginale e sopravvissuta quasi per caso, si rivelò invece la chiave per riscoprire un patrimonio genetico dimenticato.
Da quel momento iniziò un lungo lavoro di studio e propagazione che coinvolse il CREA – Centro di ricerca viticoltura ed enologia – insieme alle università di Firenze e Pisa e all’azienda Agricola San Felice, che mise a disposizione il proprio campo sperimentale, il vitarium, per moltiplicare e studiare questa varietà. Dopo anni di ricerca, il Pugnitello è stato finalmente iscritto nel Registro nazionale delle varietà di vite nel 2002 e l’anno successivo inserito tra i vitigni ammessi alla coltivazione in Toscana.
Eppure, per capire davvero la sua storia, bisogna anche comprendere perché fosse stato abbandonato.
Il Pugnitello è un vitigno difficile, poco produttivo e poco adatto alle logiche dell’agricoltura moderna. Con rese molto basse e grappoli piccoli e compatti, richiede cure attente e una gestione precisa in vigneto. Non produce dalle gemme basali e ha bisogno del guyot: quando negli anni Settanta si diffuse il cordone speronato, più semplice da gestire, il Pugnitello smise di essere conveniente e venne progressivamente abbandonato.
Eppure, proprio queste difficoltà oggi ne rappresentano il valore. Il Pugnitello dà vini concentrati, ricchi di polifenoli e tannini, dal colore profondo e dalla struttura importante, che consente anche lavorazioni poco interventiste in cantina. Si presta all’affinamento in legno, ma trova espressione anche in anfora e cemento, a seconda dell’approccio dei produttori.
La sua riscoperta è stata al centro della giornata di studio ospitata da Sequerciani, con il contributo di ricercatori, produttori e rappresentanti dei consorzi della DOC Maremma e della DOC Valdarno di Sopra, che lo hanno inserito tra i vitigni ammessi.
Ma forse il motore più autentico di questa rinascita è rappresentato dalla Comunità Slow Food del Pugnitello di Maremma, costituita nel 2023 e oggi composta da dodici aziende tra le province di Grosseto, Siena, Livorno e Firenze; una rete di produttori e appassionati che lavora per far conoscere questo vitigno e per tutelarne la biodiversità.
Otto aziende erano presenti a Sequerciani con i loro vini, protagonisti di un blind tasting guidato da Simona Bellanova che ha messo in luce, al di là di stili e annate, il carattere del Pugnitello: intensità, profondità cromatica e una trama tannica decisa ma equilibrata, sostenuta da una buona freschezza.
Tra gli assaggi più emozionanti, un Pugnitello di San Felice 2010: sedici anni e una vitalità sorprendente, con tannini integrati, frutto maturo e un sorso ancora pieno e vibrante, a dimostrazione della sua capacità di evolvere nel tempo.
Oggi il Pugnitello copre appena 84 ettari in Toscana, per circa 30.000 bottiglie annue: numeri piccoli che raccontano una scelta precisa, quella di viticoltori che lo coltivano per convinzione più che per convenienza, accettando rese basse e maggiori difficoltà.
Questo spirito emerge anche nei momenti più informali. Durante la degustazione, il confronto con il professor Bandinelli restituisce tutta l’emozione di una riscoperta condivisa e il senso profondo del “custodire” un vitigno, oggi portato avanti anche da chi ne ha raccolto l’eredità.
Perché, in fondo, il vino è questo: memoria, persone, ricerca. E il Pugnitello, raro e tenace, continua a raccontare una Toscana che non ha dimenticato le proprie radici.
Sara Calimari
Curiosa e sicuramente eccentrica, racconta il mondo che la circonda, cercando sempre di trasmettere le emozioni che suscita in lei. Guarda al vino come alla più alta forma di storia del costume, indissolubilmente legato alla terra da cui nasce. Per lei, un calice è come un libro, che legge e racconta con umiltà nella sua genuinità.