Dalla terrazza della chiesa di S. Maria del Parto, giù fino al mare e poi a Piedigrotta, in centro e verso la stazione. Accompagniamo per mano il forestiero in una festa di tradizioni, cucina, opere d’arte e panorama mozzafiato
di Titti Casiello
Meglio murì sazio ca campà dijuno (meglio morire sazio che vivere a digiuno). Per una città come Napoli, avvicendata nel corso degli ultimi 700 anni tra epidemie e carestie, il mangiare è un atto che trascende quello strettamente fisiologico, legato piuttosto alla sacramentalità della cucina.
Lo si percepisce già dall’augurale “favurite” in luogo dell’italiano buon appetito, cioè che sia propizio. Proprio quanto l’augurio che si scorge nel primo itinerario gastronomico, datato 1954, dall’allora Azienda Autonoma di Soggiorno Cura e Turismo dedicata ai “Signori Forestieri” rammentando loro come “la Sirena Partenope si lascia volentieri ricordare da ogni gradito ospite di Napoli per il suo inimitabile estro culinario col quale ancora oggi incanta chiunque s’accosti a una mensa quaggiù”.
Mergellina e il lungomare Caracciolo
E quaggiù è a Mergellina, nel quartiere di Chiaia, dove la gente ha il mare in faccia da mattina a sera. Lo si può vedere bene dal terrazzo della Chiesa di S. Maria del Parto al quale si accede salendo da una breve scalinata, quasi nascosta, da via Mergellina. Si vede tutto il mare da qui, che a Napoli significa un sacco di cose.
Il mare-cibo in grado di scandire gli orari della città. E così mentre lei si sveglia, le reti dei pescatori sono già a riposo sul Largo Sermoneta e le casse di pesce pronte ad essere smistate tra le pescherie. Qualcosa resta lì, a km zero come si direbbe oggi, come le cozze allevate nella vicina Baia con le reti ancora intrise di sale vendute dai “pisciavinnoli” sul lungomare di Via Caracciolo. Sovente nell’alimentazione di un napoletano, ma irrinunciabili il giorno del Giovedì Santo con la zuppa. Dal 1957 è tradizione mangiarla Da Corrado in Via Foria.
La strada del mare-cibo prosegue, ma vale una deviazione verso Piedigrotta al parco Virgiliano per far visita al sepolcro di Virgilio, il cui desiderio prima di morire a Brindisi fu di essere sepolto nella sua villa di Posillipo, e a Leopardi con quel colera che nell’800 non risparmiò nemmeno le menti eccelse. Di quei tempi bui il popolo ne fece resilienza, forza e virtù rialzandosi e affidandosi come sempre alla clemenza del suo Santo protettore, Gennaro. Una devozione popolare mai sopita nei secoli e che ancora oggi si mescola (“se revota”) in qualsiasi aspetto della vita di un napoletano, finanche a tavola. Con la sacramentalità delle zucchine alla scapece da accompagnare a una bella fetta di pane cafone cotto a legna e a un calice di Falanghina dei Campi flegrei, magari con un saldo di Fiano, come Tenuta Jossa di Cantine Astroni.
Antico rituale che si perpetua da Cibi cotti nonna Anna, nel mercatino rionale della Torretta, a pochi passi dal suntuoso Viale Gramsci, in parallelo al lungomare. È un posto fisso dei tanti napoletani per pausa pranzo o per chi non ha voglia di cucinare a casa, posto anche dei tanti turisti, ma la cucina né per gli uni né per gli altri da nonna Anna è mai cambiata.
A cambiare a Napoli, invece, sono i significati delle parole. E se gli chalet, nel resto della penisola, sono tipiche costruzioni di montagna, sul lungomare di Partenope sono invece chioschi posizionati di fronte al mare. Qui si vende di tutto, ma in realtà spopola solo una cosa: il tarallo ‘nzogna e pepe. Si mangia caldo perché la ‘nzogna (sugna) di cui è fatto, riattivi tutto il suo grasso con il calore. E se l’apporto calorico sembra esiguo, ci sono poi le mandorle a corredo, così che un’innaffiata di birra per alleggerire il tutto è quasi d’obbligo. La più famosa “baita di mare” è Nas ‘e cane, che pur essendo un ambulante è localizzato su Google Maps in Largo Nazauro Saurio.
Chiaia: La Riviera di Chiaia e Corso Vittorio Emanuele
Ed è da questo largo che si segna la traccia del nuovo lungomare, dove l’antico formato delle vie (a guardare, invece, un’antica foto della città in bianco e nero) partiva da Santa Lucia (l’originario borgo dei pescatori) e da Via Chiatamone, con Chiaia che era invece la playa della città.
Un retaggio che in qualche modo sembra però ancora conservare la sua riviera, dove il più antico rimedio all’arsura cittadina offerto dagli acquaioli è diventato oggi meta per la famosa limonata a cosce aperte. Aurelio la fa come da tradizione: limone, acqua gassata e quel pizzico di bicarbonato girato solo all’ultimo per evitare che fuoriesca tutta la bibita.
La bevono tutti. Grandi, piccoli, ricchi e poveri. Ma che Napoli fosse una città inclusiva si sa e lo si vede partendo da Via dei Mille (che insieme a Via Calabritto si contende il primato per i negozi di lusso). E’ la strada dei campanelli dorati degli avvocati, dei notai e dei commercialisti. Quella dei bei palazzi liberty che arrivano fino a Via Chiaia, dove si interseca in alto in un andirivieni di vie e di vicoli nei Quartieri Spagnoli. Salgono e scendono da quelle strade indistintamente chi vive su e chi vive giù. E’ la dimostrazione che non esistono scale, se non di ricongiungimento, in questa città.
E chi vive su scende giù per andare a mangiare la pizza fritta da Mattozzi al numero 16 di Via Filangieri, mentre chi vive giù sale per andare a mangiare al Corso Vittorio Emanuele da Marco Caputi del Veritas (dove in sala è magistrale il lavoro del sommelier Alfredo Raucci) o si ferma da Domenico Candela che al Grand Hotel Parker ha il suo ristorante (2 stelle Michelin) George. Qui varrebbe la pena fermarsi anche per la notte, alzarsi di corsa all’alba, spalancare le finestre della camera d’albergo e vedere Napoli che si sveglia, il golfo ancora che si stira tra le onde calme e gli occhi che si riempiono di quello che qui si chiama “a meraviglia”.
Montesanto
Da Corso Vittorio Emanuele la fermata della funicolare porta dritta al quartiere di Montesanto. S’alzano dal vicolo le voci dei pescivendoli posizionati sul ciglio della strada, di chi vende i melloni o le olive di Gaeta, degli ambulanti di ‘o pere e ‘o musso. È una lunga sequela di “accattatevillo” fino a giungere a Via Pignasecca dove la sosta è da Attilio. Lasciatle posate, ripiegate la pizza margherita (col fiordilatte) in due e poi di nuovo in due, a libretto o a portafoglio. Ci starebbe benissimo un vino di Napoli, tra l’ippodromo di Agnano e il cratere degli Astroni: Raffaele Moccia (Agnanum) produce un Piedirosso, Vigna delle Volpi, che è una delizia.
Centro storico
Volendo la si potrebbe mangiare pure camminando, il tempo di arrivare fino a Piazza del Gesù, pulirsi le mani e alzare gli occhi al cielo: è la guglia dell’Immacolata, alto plebiscito posizionato al centro della piazza voluto dai Gesuiti per celebrare la congregazione e che ancora oggi svolge la stessa funzione con un pullulare serale di giovani che affollano la piazza. Vale la visita la Chiesa omonima antistante e soprattutto al vicino complesso francescano di S. Chiara voluto da Roberto d’Angiò. In appena trenta metri secoli di storia e dominazioni dagli Angioni per arrivare agli Asburgo.
Ma Napoli è così in ogni suo vicolo, pezzi di storia si affastellano ad altri, si sovrappongono fino al punto di fondersi e tanto vale anche per la cucina. In una città miscuglio di sapori, misture e odori di civiltà che l’hanno dominata, influenzata e affascinata si scopre così ad esempio che la parmigiana di melanzane è contesa pure dai siciliani e dagli emiliani. Ma guai a dirlo.
Quello che è di autentico è la mozzarella in carrozza, dal 1922 la fa sempre nello stesso modo Lombardi in via Benedetto Croce, al 59: è una fetta di mozzarella imbevuta di una mollica di pane già intrisa nel latte, poi infarinata, passata nell’uovo battuto e infine fritta in olio bollente. Diventa un triangolo d’oro servito nel piatto, la mozzarella fila e scivola giù in gola come una carrozza se accompagnata con un vino del fuoco, prodotto da Andrea Matrone a Boscotrecase, il suo Lacryma Christi è un effusione di salinità e mineralità che nel calice parlano all’unisono.
In quella strada ci si perde un’intera giornata. Palazzo Venezia al n. 19, al 45 palazzo Carafa per arrivare in Piazza San Domenico Maggiore, prendere un caffè da Scaturchio e la Ministeriale, un dolce al cioccolato che valse a Francesco Scaturchio il titolo di fornitore ufficiale della casa reale nel 1920.
Verso la Stazione
L’ultimo tappa del forestiero, quella che lo porta sulla strada del suo ritorno. C’è da scegliere se fermarsi a Piazza Borsa all’Europeo per uno spaghetto con le vongole o da Mimì alla ferrovia per il peperone imbottito di pane soffritto, aglio, acciughe spinate, olive nere e capperi. Non è cosa facile. Soprattutto se a pochi chilometri di distanza la tentazione è la pizza fritta della Masardona. Combattendo frittura e cicoli di maiale con un Flegreo Metodo Classico, di sola Falanghina, prodotto da Luca e Antonio Palumbo dell’azienda Cantine Federiciane.
In quelle spartane sale, nei vicoli dietro la stazione sembra che si veda ancora quello che, sul finire del ‘700, avevano visti gli occhi di Wolfgang Goethe: “Sulle soglie delle case, grandi padelle erano poste su focolari improvvisati. Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolava e ne faceva ciambelle che gettava nell’olio fumante. Un terzo, vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo le ciambelle man mano ch’erano cotte e con un altro spiedo le passava a un quarto che le offriva agli astanti.
Vendono a tutto spiano, e sono migliaia quelli che se ne vanno portandosi il necessario per il pranzo o per la cena avvolto in un brandello di carta”. Quella però era un’istantanea e pensare che tutto rimanga immobile è utopia. Napoli è cambiata. Prediletta e dissacrata oggi, come ieri. Non cercatelo allora l’addore d’o ragù celebrato dal grande Eduardo de Filippo.
Piuttosto procuratevi un amico napoletano. Uno di quelli che a Natale vi farà trovare un piatto di minestra maritata, nel quale si sublimano sei tipi di verdure ( cicorie, cappuccelle, torzelle, scarole, broccoli di rapa e broccoli di foglie) unite a tre specie di carne ( porco, gallina e vaccina) E che prima di farvi prendere il treno per tornare a casa vi mette in mano un paccotto avvolto con la carta di una qualche vecchia guantiera di dolci, magari di Attanasio (Vico Ferrovia 1) o della pasticceria Agrillo ( Via Giordani Bruno 81), solo che dentro c’è la pastiera fatta dalla mamma.
Titti Casiello
Classe ’84, avvocato. Dopo una formazione all’AIS Milano, è diventata giornalista pubblicista e oggi collabora con alcune riviste e guide di settore.