A tavola con Vittorio Gallinari: “I miei vini da 3 punti”

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Parla il padre di Danilo e campione della leggendaria Olimpia Milano, uno dei giocatori più vincenti nella storia del basket italiano: “Veneti e friulani i miei preferiti. Vi racconto come McAdoo divenne… italiano”

di Luca D.F.

Dal 1976 al 1987 Vittorio Gallinari ha giocato nell’Olimpia Milano vincendo 4 scudetti, 2 Coppe Italia, 1 Coppa delle Coppe, 1 Coppa Korac e 1 Coppa dei Campioni. Passato alla Virtus Bologna, ha vinto 2 Coppe Italia e 1 Coppa delle Coppe. Insomma, è uno dei giocatori più vincenti della storia della pallacanestro italiana e uno dei simboli di quell’Olimpia Milano in cui giocavano anche Dino Meneghin, Roberto Premier, Mike D’Antoni e il fuoriclasse NBA Bob McAdoo. Una squadra che nella stagione 1986-1987 realizzò lo storico tris vincendo lo scudetto, la Coppa Italia e la Coppa dei Campioni. Una squadra che riempiva il Palazzo dello Sport di Milano (che per il basket aveva una capienza di oltre 12mila posti) e che ancor oggi viene ricordata dai milanesi e da tutti gli appassionati di pallacanestro. 

Vittorio Gallinari, papà di Danilo, ha giocato nella sua carriera sia nel ruolo di ala alta che di centro, era un punto fermo della difesa, uno che non aveva paura di buttarsi nelle mischie per afferrare una palla vagante, nel farsi largo per recuperare un rimbalzo e che si faceva trovare sempre pronto quando doveva entrare in campo in un momento decisivo.

Quali sono i suoi vini preferiti?

“I vini veneti e friulani, in particolar modo il Pinot e il Gewurtztraminer. Li bevo a pranzo, ma senza esagerare. Quando giocavo, ovviamente la mia alimentazione era condizionata dal lavoro. Non avevo un nutrizionista e non lo avevano nemmeno le squadre di pallacanestro. Non c’era proprio la mentalità di rivolgersi ad un professionista dell’alimentazione per aumentare il rendimento degli atleti. Ognuno si regolava come meglio credeva mangiando quello che lo faceva stare bene. Al massimo, durante le trasferte all’estero il medico della squadra ci consigliava di non provare piatti sconosciuti e noi andavamo sul sicuro ordinando riso bollito in bianco e petto di pollo alla piastra”.

Nel periodo in cui l’Olimpia Milano vinse lo scudetto e la Coppa dei Campioni, avevate in squadra il leggendario Bob McAdoo. Lui come si regolava con il cibo?

“All’inizio mangiava hamburger, come l’altro americano che avevamo in squadra Ken Barlow. Con il tempo Bob si è adattato all’alimentazione italiana ed allo stile di vita italiano in generale. Ha imparato l’italiano, faceva conversazione, giocava a carte in pullman, partecipava agli scherzi che facevamo ai compagni di squadra, si sentiva a tutti gli effetti uno di noi. Ho letto che ha dichiarato di essersi divertito di più nei 7 anni in Italia che nei 14 anni in cui ha giocato nell’NBA. Non fatico a crederlo, sono ancora in contatto con lui e posso garantire che ha un grande affetto per l’Italia”.

Quali sono le principali differenze tra il basket dei suoi tempi e quella attuale?

“Noi facevamo gruppo durante i viaggi in pullman: parlavamo, scherzavamo, giocavamo a carte. Infatti sono ancora in contatto con parecchi miei compagni di squadra. I giocatori odierni, durante i viaggi in pullman, guardano un film sullo schermo del telefono. La conversazione tra compagni di squadra è ridotta al minimo”.

E tra la pallacanestro europea e quella americana?

“In Europa la tattica è considerata molto importante e l’impronta dell’allenatore si nota quando la squadra gioca. Negli Stati Uniti, più che di squadra si parla di 5 giocatori che stanno simultaneamente in campo. Ognuno fa la sua partita, cercando di esprimere al meglio il suo talento. L’allenatore è più un gestore di uomini che uno stratega. Saper gestire persone con mentalità e capacità diverse è fondamentale, soprattutto in una squadra piena di campioni. Prima abbiamo parlato di Bob McAdoo: negli ultimi anni ai Los Angeles Lakers era considerato il sesto uomo. Non far parte del quintetto base avrebbe potuto dare molto fastidio a un fuoriclasse come lui, ma Bob ha accettato di partire sempre dalla panchina e alla fine della stagione aveva giocato più minuti dei cosiddetti titolari. In quei 4 anni a Los Angeles, con Bob sesto uomo i Lakers hanno vinto 2 volte il campionato NBA. Anche in Italia Bob ha dato prova della sua straordinaria umiltà quando si è tuffato per intercettare un pallone nella gara-5 della finale scudetto del 1989 contro Livorno: Alberto Tonut si stava avviando verso il canestro e Bob si è tuffato spingendo la palla oltre la linea laterale. Nessuno si sarebbe aspettato una cosa del genere da un fuoriclasse come lui”.

Lei e gli altri giocatori di quell’Olimpia Milano avete sempre dato molta importanza al rapporto con la stampa. I giocatori di oggi invece non si vedono spesso in televisione, non fanno molte interviste con quotidiani cartacei e online, non partecipano ai programmi radiofonici. Per quale motivo i giocatori di basket non sono più mediatici?

“Non penso che ci sia un motivo particolare, potrebbe dipendere dal carattere dei giocatori. Alcuni sono più portati a parlare con i giornalisti, a stare in un programma televisivo o radiofonico. Un’altra spiegazione potrebbe essere l’uso dei social network. Un tifoso scrive sui social qualcosa di negativo su un giocatore e quest’ultimo gli risponde utilizzando i propri social. Questo non ha nulla che fare con i media, ma è un tipo di comunicazione facile ed immediata”. 

Molti campioni dopo il ritiro non vogliono avere niente che fare con lo sport che hanno praticato per decenni. Non seguono nemmeno le competizioni. Non sanno chi sono i campioni. Lei, invece, lavora nel basket come procuratore. Va ancora alle partite?

“Si, ogni tanto vado al palazzetto a guardare le partite, ma se non è possibile le guardo in televisione. Se non avessi deciso di fare il procuratore, forse, anch’io avrei perso interesse nei confronti del mio sport”.

Immagine di Luca D.F.

Luca D.F.

Giornalista poliedrico ma specializzato in sport e spettacolo, collabora con quotidiani, periodici e riviste online vantando una lunga milizia radiotelevisiva. Ha scritto per Corriere della Sera, Il Giornale, Controcampo, Men's Health Italia, Guerin Sportivo, Jack e Progress.

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