Lo storico preparatore atletico di Milan, Roma, Atletico Madrid e Ucraina si accinge a rientrare nel grande giro: “Amo il vino e il territorio, da blogger sono passato a produrre 55 mila bottiglie”
di Luca Serafini
Il curriculum di Vincenzo Pincolini meriterebbe più di una pagina e adesso che si accinge a rientrare nel grande giro del calcio (sarà il responsabile dello staff della Lettonia, guidata dal C.T. Paolo Nicolato con Massimo Paganin vice) si allungherà ancora. Limitiamoci quindi a ricordare che è stato uno dei più bravi e vincenti preparatori della storia del calcio, formatosi nell’atletica passando per il basket: nato a Fidenza il 15 luglio 1954, ha lavorato con Parma, Milan (dal 1986 al 1998, poi ancora dal 2001 al 2003), Atletico Madrid, Roma, Dinamo Kiev, Lokomotiv Mosca e Nazionale Ucraina. Ha anche scritto molto e lo fa tuttora per la “Gazzetta di Parma”: il suo libro “Doping 2004” a quattro mani con il professor Amos Casti ebbe un successo mondiale.
Dopo lo sport, il suo amore più grande è il vino. Ha scritto per alcuni blog dedicati al vino, con un’idea molto chiara e precisa: “La svolta del vostro magazine “Vendemmie” è quella giusta. È tempo di rivolgersi ai consumatori normali, non solo agli specializzati del settore. Il discorso del vino deve diventare pop, non può rivolgersi solo a quelli che leggono i romanzi russi dell’Ottocento… E’ alla gente che bisogna far venire voglia di un bicchiere. Ti faccio un esempio che mi è caro: il Lambrusco non ha il blasone più importante, ma è il vitigno più antico, piace a tutti: bisogna parlarne, farlo conoscere. Il Lambrusco è perfetto per tornare alle origini, quando l’aperitivo era un piccolo bicchiere di vino a fine giornata, con gli amici. Un momento di convivialità, di riposo”.
Non nasce come un gran bevitore, ma ha sempre vissuto in mezzo a bottiglie e bicchieri: “L’amante era mio papà Egidio. Si stappava solo la domenica, a tavola: dolcetto o grignolino. In casa girava anche il bianco o il rosso frizzante che nelle zone di Fidenza e Salsomaggiore è il Gutturnio e non il Lambrusco”.
Ama parlare della sua terra: “Nelle mie zone esiste da sempre la cultura dell’aromatico, siamo partiti dalla malvasia: il nostro prosecco era il Malvasia di Candia. Non c’erano bolle, ma vini frizzanti a fermentazione naturale. L’Emilia ha vini semplici”.
Così come ama parlare della sua patria: “Nel tempo girando per la Sardegna e la Sicilia in vacanza, ho imparato a conoscere altri sapori. Abbiamo talmente tanti vini in Italia… Non è necessario uscire dai confini, qui abbiamo eccellenze e adesso io mi so orientare: casomai un francese o uno spagnolo, ogni tanto, vanno bene, ma gli spagnoli copiano mentre i francesi hanno la loro storia. Io preferisco sempre l’italiano”.
Quello che rapisce Vincenzo è il gusto: “Mi appassiona girare per le cantine, è il mio pretesto per fare turismo. Sai però chi mi avvicinò al vino, oltre a mio papà? Bepi Clozza. Era il responsabile delle squadre giovanili a Milanello, non un gran bevitore, ma un eccezionale conoscitore. Era stato all’Udinese, aveva amici friulani con una cultura gigantesca. Instaurò la legge del baratto per visitare il centro sportivo del Milan: ‘Vieni pure a trovarci, ma solo se ci porti del buon vino’. A tavola un bicchiere di rosso, tra un allenamento e l’altro, non mancava mai. Arrigo Sacchi ama il Sangiovese, gli altri dello staff erano per poche bollicine, piuttosto rosso fermo. E d’estate vini da bevuta…”, ride.
Ma fu la sua prima esperienza calcistica a Parma che accelerò la sua conoscenza del vino: “Arrivai nel 1982, quel club era una grande famiglia, anzi una famigliona come la chiamavo io… Il presidente Ernesto Ceresini era vedovo, ci portava tutti a cena anche 2-3 volte la settimana: i giocatori, lo staff, gli allenatori, prima Danova, poi Perani (che vinse un magnifico campionato in serie C), infine Sacchi. Il presidente era un appassionato, bevevamo molto e molto bene: aveva un hotel con annesso un grande ristorante, era un emiliano doc e lo si vedeva dalla faccia e dal fisico. Ci faceva spaziare tra vini di così alta qualità che nessuno di noi se ne sarebbe potuta permettere una sola bottiglia”.
Coltivando una passione così forte, non poteva che diventare produttore: “Ho una vigna di proprietà, poco più di un ettaro, dove imbottigliamo Bonarda che non avrei mai pensato avesse una così folta clientela. Si chiama “Il rintocco”, è a Bacedasco Alto (Pc), produciamo 55-65.000 bottiglie vendute tutte in cantina, senza nessun rappresentante né pubblicità. Anche io partecipo alla vendemmia, non la salto mai, poi passiamo l’uva a Diego Terzoni, una cantina che non vuole aumentare il numero ma fare qualità. La nostra filosofia è chiara e semplice: sul mercato c’è molto vino, siamo convinti che sia più facile vendere a mezzo euro in più privilegiando la qualità. Le cantine piccole devono fare artigianato, non commercio. Ma c’è un’altra risorsa cui non rinuncio nella mia attività…”.
E sarebbe? “Il vino deve esprimere il territorio: non devi fare nulla per copiare o imitare, devi sfruttare le risorse. Gli esperimenti si possono e si devono fare, ma la territorialità è una cultura da difendere. A tavola invece sono per le originalità: nei bianchi prediligo il sauvignon, ad esempio, perché è riconoscibile. Sono un forte bevitore adesso, se il vino è buono, ma brucio in bicicletta perché con i problemi che ho sparsi qua e là, è meglio non correre più. Mi chiamano la sentinella perché tutte le strade che percorro pedalando, passano per le vigne. So chi usa i diserbanti e chi no perché lasciano i segni: l’ho imparato a casa mia, a Salsomaggiore sul confine tra Parma e Piacenza. Mi fermo a parlare con i contadini, con i produttori e ho imparato che lo stesso argomento trattato da uno che produce, uno che vende e uno che consuma, ha mille sfaccettature diverse. E’ un’esperienza bellissima”.
A tavola “se il vino non è buono non bevo, sono felice alle cene quando c’è vino scadente perché così mi do una pausa. Spazio dal Morro d’Alba, per l’esattezza Lacrima di Morro d’Alba, marchigiano: lo consiglio ai miei giocatori quando portano fuori le fidanzatine, è aromatico facile da bere. Ma non mi limito alla bicicletta: giro molto anche in automobili alla scoperta del Lambrusco, tutto il mondo del Chianti, vado a trovare i produttori dell’Abruzzo, sulla costa adriatica fino alla Puglia”.
Via, ora, a brindare per il ritorno nel calcio che conta: in bocca al lupo a Vincenzo e alla nazionale lettone, ma (dice) “anche agli azzurri per un grande Europeo!”
Luca Serafini
Dal 1° febbraio 2024 direttore responsabile di Vendemmie, giornalista e scrittore, ha una lunga carriera televisiva alle spalle ed è tuttora opinionista sportivo tra i più apprezzati. Ha pubblicato saggi e romanzi, con “Il cuore di un uomo” (Rizzoli, 2022) ha vinto il premio letterario “Zanibelli Sanofi, la parola che cura”.