Dalla Hispania alle tradizioni fenicio-puniche, l’archeologa Yolanda Peña Cervantes racconta non un semplice contenitore, ma l’indice commerciale, tecnologico e culturale del Mediterraneo
di Nello Gatti
Negli scaffali della memoria classica l’anfora appare quasi come un semplice vaso d’altri tempi, ma dietro le sue due anse e il corpo allungato si cela una storia fatta di rotte marittime, produzione agricola, identità territoriali e tecnologie antiche che hanno costruito il Mediterraneo. La prof.ssa Yolanda Peña Cervantes, archeologa specializzata nei processi produttivi del vino e dell’olio nella Penisola Iberica durante l’epoca romana, ha restituito all’anfora non solo la funzione logistica che le competeva, ma il ruolo di vero e proprio indice storico‑tecnologico, esplorando origini, evoluzioni, funzioni, mode e fraintendimenti legati all’anfora in un racconto che attraversa millenni e culture presso il Seminario “El Mar del Vino” tenutosi al Museo Archeologico di Alicante in Spagna.
Il termine deriva dal greco ἀμφορεύς (amphoreus), “che si può portare da entrambi i lati”, sottolineando la sua funzione logistica. A differenza della Qvevri georgiana e le Karas armene, le prime anfore di questo tipo emergono nel secondo millennio a.C. e, nelle culture semitiche e in Egitto, e venivano utilizzate non solo per il commercio del vino, ma anche per la fermentazione in cantina. Con la Grecia e l’espansione romana, l’anfora assunse un ruolo centrale: prima che il vino fosse trasferito in anfore destinate alla spedizione, veniva trattato in grandi recipienti ceramici (pithoi in Grecia, dolia a Roma, con capacità anche attorno ai 1.200 litri) destinati alla fermentazione stessa. L’anfora, recipiente ceramico dotato di due anse e dalla forma allungata o globulare, fu concepita come contenitore predisposto al trasporto di liquidi o semiliquidi, in particolare vino e olio, tramite vie marittime e fluviali. Il suo stesso nome richiama la sua funzione logistica. In quelle culture semitiche e in Egitto l’anfora venne utilizzata non solo per la commercializzazione del vino, ma anche, in certi casi, per la fermentazione in cantina prima della spedizione, diventando simbolo di origine, qualità e commercio.
La ricerca di Brun e Peña Cervantes ha portato alla luce un panorama tecnologico e produttivo profondamente variegato nell’Impero Romano, che mette in discussione la visione di un modello uniformemente «romano». I due studiosi infatti sottolineano che nelle ultime due decadi si è registrato un rinnovato impulso verso lo studio delle installazioni vinicole (torcularia), delle tecnologie di pressatura, della fermentazione e del commercio. In particolare nella Hispania romana, Peña Cervantes ha dimostrato come la produzione vinicola (e l’uso dell’anfora) non fosse semplicemente un’emanazione del modello romano, ma avesse radici, tradizioni e varianti locali ben integrate. Ad esempio, nella penisola iberica coesistono due sistemi di fermentazione ceramica: quello «italico» con dolia e quello fenicio‑punico con recipienti più piccoli (orce) e anfore. Le anfore diventano quindi nodi materiali di un’intera filiera: dalla vendemmia alla pressatura (con strumenti variabili, tra cui presse e torchi), dalla fermentazione del mosto fino al trasporto commerciale su scala mediterranea. Le informazioni archeologiche restituiscono una storia del vino che passa attraverso la tecnologia, il mercato e l’identità territoriale.
Gli studi più recenti della prof.ssa Peña Cervantes mostrano che nella provincia della Bætica la produzione su larga scala non nasceva come copia della produzione italica, ma come sistema indigeno che si è gradualmente rivelato: ciò significa che le anfore che troviamo non devono essere lette come semplici “esportazioni romane”, ma come espressione locale, a volte certificata con bolli, in un quadro produttivo che parte dal territorio e dalla cultura locale pre-romana. Nel suo catalogo di oltre 550 siti produttivi nella Penisola Iberica con evidenze ceramiche, vinicole e oleicole, l’anfora appare come un elemento chiave per capire il legame tra vigneto, cantina, stiva e porto. Questo implica che l’interpretazione semplificata dell’anfora come “semplice vaso di trasporto di vino” è una modalità riduttiva e fuorviante. Tra gli errori più frequenti vi è pensare che tutte le anfore trasportassero vino (quando in realtà molte spedivano olio, salse di pesce, pesce salato, cereali) oppure che tutte fossero “romane”, uniformi e standardizzate secondo un modello unico: l’archeologia iberica mostra invece che vi erano anfore locali, produzioni miste fenicio‑puniche, sistemi italici e produzioni ibero‑romane integrate. Un altro mito da sfatare è che l’anfora sia solo l’ultimo componente della filiera: come ricorda Peña Cervantes, occorre vederla all’interno della filiera completa, dalla vendemmia, alla pressatura, alla fermentazione, alla ceramica, all’etichettatura, alla logistica navale, altrimenti si perde la vera dimensione tecnologica e culturale dell’oggetto. Con il passare dei secoli la funzione dell’anfora cambiò: in epoca tardo‑antica e medievale il contenitore ligneo (barile o botte) guadagnò terreno per il vino, ma l’anfora non scomparve del tutto; anzi, nell’enologia moderna è tornata in auge, soprattutto nelle pratiche di affinamento in terracotta, dove è rivalutata per le sue caratteristiche di micro‑ossigenazione e connessione con la tradizione. Alla luce degli studi della prof.ssa Peña Cervantes la storia dell’anfora diventa dunque una narrazione articolata e affascinante: dalle coste fenicie all’Impero Romano, dalle officine ceramiche della Bætica delle città iberiche ai fondali di navi affondate, dalle rotte commerciali al vino che beviamo oggi. Comprenderla significa guardare la storia del Mediterraneo attraverso un oggetto che è insieme funzionale, simbolico, tecnico e culturale.
Nello Gatti
Vendemmia tardiva 1989, poliglotta, una laurea in Economia e Management tra Salerno e Vienna, una penna sempre pronta a scrivere ed un calice mezzo tra mille viaggi, soggiorni ed esperienze all'estero. Insolito blend di Lacryma Christi nato in DOCG irpina e cresciuto nella Lambrusco Valley, tutto il resto è una WINE FICTION.