Rispettare la stagionalità significa ecologia, salute e risparmio. Persino bere un bicchiere di vino nel posto giusto può aiutare…
di Paolo Caruso
Mangiare arance dal Sudafrica, banane dall’Ecuador, o bere un bicchiere di Barolo a Los Angeles, secondo uno studio dell’Università di Sidney pubblicato su “Nature Food”, genera circa il 6% delle emissioni mondiali di gas serra. Si tratta di un valore per lungo tempo sottostimato: si pensava infatti che il quantitativo di gas emesso fosse pari al 2 % sulle emissioni totali.
In questo contesto la voce dedicata ai trasporti dei prodotti alimentari rappresenta circa il 19% delle emissioni totali del settore agroalimentare. In un mondo sempre più attento alle questioni della sostenibilità (almeno a parole) sono dati che devono far riflettere.
La globalizzazione del cibo ha provocato una tale serie di distorsioni nelle nostre abitudini e di conseguenza nell’adeguamento dell’offerta dei distributori, GDO in testa, che è molto difficile sovvertire. Mangiare fragole e meloni in inverno, piuttosto che arance in estate viene considerato normale, consolidando il nostro distacco dal ciclo della natura e delle stagioni.
Siamo arrivati al paradosso di non saper più individuare la stagione corretta di maturazione di frutta e ortaggi, tale e tanta è l’abitudine a trovare quanto desideriamo sugli scaffali 365 giorni l’anno, ma proprio dalla parola stagione deriva un termine che potrebbe rappresentare una panacea per la sostenibilità, il benessere umano e la salute del pianeta. Un vocabolo che appartiene all’umanità, ma che è praticamente sparito dal nostro vocabolario con la rivoluzione (forse è meglio dire involuzione) dei consumi degli ultimi 50 anni.
Una parola in grado di connettere ciò che mangiamo, il nostro stile di vita e il pianeta che ci ospita: la stagionalità.
In epoca medievale e rinascimentale offrire ai propri ospiti cibi “fuori stagione”, con gli ovvi limiti imposti da trasporti e sistemi di conservazione dell’epoca, era sinonimo di lusso e ricchezza. Si infrangevano consolidate restrizione popolari per mostrare il proprio potere, ma contravvenire a questa regola presupponeva una profonda conoscenza dei ritmi stagionali.
Oggi non si mangiano frutta e ortaggi in ogni stagione per assaporare il piacere del proibito o per ostentare i propri patrimoni, ma solo per mera ignoranza. Ed è una questione, o forse è meglio dire un problema, troppo sottovalutato.
Per poter comprendere gli effetti sistemici del cibo consumato fuori stagione, già nel 1992 il professor Tim Lang della City University di Londra, inventò un sistema in grado di calcolare il quantitativo di CO2 emessa per il trasporto di cibo a distanza: nacque così il concetto di Food Miles, cioè la distanza percorsa dal cibo, che può agevolmente parametrarsi in quantitativo di anidride carbonica emessa.
Alcuni studi quantificano che sono 1900 i km mediamente percorsi dal cibo per arrivare sulle nostre tavole.
Possiamo agevolmente calcolare la distanza ed il relativo quantitativo di Co2 emessa collegandoci al sito https://www.foodmiles.com/.
La ridotta sostenibilità del cibo fuori stagione non è legata esclusivamente ai costi ambientali del trasporto. Spesso i prodotti extra stagionali vengono coltivati all’interno di serre riscaldate, che ovviamente necessitano di input energetici assolutamente significativi.
Le ragioni della sostenibilità ambientale non sono le uniche per cui dovremmo far ricorso a prodotti di stagione: la nostra salute, il piacere di nutrirci con cibo sano e sapido non sono affatto motivi secondari per accordare la nostra preferenza ai cibi locali.
Ci chiediamo, ad esempio, per quale recondito motivo si dovrebbe consumare frutta che viene raccolta semi-acerba e successivamente stoccata, raffreddata e trasportata a migliaia di km di distanza, che ha perso buona parte delle proprie qualità organolettiche, ammesso che ne abbia mai avute.
I prodotti di stagione oltre a conservare un miglior gusto e sapore, garantiscono un maggiore contenuto di elementi nutritivi nutrienti rispetto allo stesso frutto o verdura mangiato fuori stagione. Importanti antiossidanti come la vitamina C e i caroteni ad esempio, tendono a diminuire la loro presenza durante il periodo di conservazione. Di concerto la nostra salute ne beneficia.
Conservazione e trasporto sono poi due fattori che incidono negativamente sullo spreco alimentare: la raccolta anticipata di frutta e verdura ed i lunghi trasporti fino al Paese di destinazione, anche a basse temperature e/o in condizioni lontane dalla naturalità, possono contribuire ad aumentare lo spreco alimentare. Pensiamo ad esempio ai prodotti belli fuori e “marci” dentro.
Ultimo – ma non ultimo – motivo per consumare prodotti di stagione è quello economico. La frutta, la verdura e gli ortaggi di stagione sono mediamente più economici rispetto a quelli fuori stagione, non essendo gravati dai costi affrontati per il trasporto.
Certo, chi ci ha preceduto ci ha insegnato anche come fare a consumare prodotti fuori stagione, ma chiedere alle nuove generazioni di congelare, disidratare, mettere sott’aceto, sott’olio i prodotti di stagione così da poterli utilizzare durante le altre stagioni, ci sembra un mero, se non inutile, esercizio di stile.
Paolo Caruso
Creatore del progetto di comunicazione "Foodiverso" (Instagram, LinkedIn, Facebook), Paolo Caruso è agronomo, consulente per il "Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente" dell'Università di Catania e consulente di numerose aziende agroalimentari. È considerato uno dei maggiori esperti di agrobiodiversità