A Milano il vino si coltiva senza terra

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La storia di Cantina Urbana e del suo fondatore, Michele Rimpici, quando la vendemmia arriva in città

di Mattia Giangaspero

Uno degli obiettivi principali di Cantina Urbana e del suo fondatore veronese Michele Rimpici, ex General Manager di Signorvino, era quello di avvicinare sempre più il mondo del vino al cittadino, non solo con l’atto del consumo, ma anche instillando la curiosità su come avviene una vinificazione e cosa accade all’interno di una cantina. Da questa base, nasce il progetto ‘’Cantina Urbana’’ e una vecchia fabbrica viene riqualificata e trasformata in un piccolo stabilimento enologico.

“Il mio desiderio dopo vent’anni d’esperienza nel settore del vino, sia nella produzione che nella vendita, era quello di creare una mia produzione. Così nell’autunno del 2018, nel quartiere del Naviglio Pavese a Milano, ho aperto la mia prima sede”, racconta Rimpici.

Con Cantina Urbana, oltre a raggiungere degli obiettivi personali, ha voluto lanciare anche un messaggio: chiunque voglia entrare nel mondo della produzione del vino può farlo anche senza possedere un’azienda agricola o dei terreni.

Messaggio che poi caratterizza anche la storia del fondatore il quale racconta di come ha avuto l’idea di aprire la sua prima Cantina in centro città.

“Non avendo aziende agricole di famiglia né avendo acquistato dei terreni, mi sono posto una domanda: come posso portare la produzione del vino in un formato artigianale all’interno di una città come Milano? E poi l’idea… Ero rimasto molto colpito da vari modelli di Winery urbane che avevo visitato durante alcuni miei viaggi a New York e Londra”.

Michele Rimpici così crea il suo sogno, Cantina Urbana; manca però ancora la materia prima: l’uva.

Ho tanti amici che sono molto più bravi di me a fare i viticoltori e hanno molta più esperienza e, così, mi sono affidato a loro per la materia prima. Compro la loro uva e poi inizio a trasformarla in vino all’interno della città”.

Il primo anno Cantina Urbana produce, dall’uva di aziende agricole del Pavese, 3000 bottiglie di Barbera, ma dal 2019 mette il piede sull’acceleratore.

“Abbiamo deciso di aprire anche 2 wine bar, lo spazio eventi e di fare aperitivi, degustazioni e visite della stessa Cantina. Diamo anche la possibilità a piccoli gruppi di diventare wine-maker per una giornata e – con 3 basi vino a disposizione – ogni gruppo può produrre il proprio. Siamo passati dal fare una piccola produzione per amici e conoscenti a un locale serio, aperto al pubblico e anche il numero di bottiglie durante il periodo della vendemmia è aumentato”.

Oggi Cantina Urbana produce dalle 15 alle 20.000 bottiglie l’anno nel solo centro di vinificazione, ma ci sono stati tanti altri cambiamenti. L’intera rete di aziende agricole ha subito una grande espansione: non arriva più solo uva dai terreni del Pavese, perché Cantina Urbana si è attivata su tutto il territorio italiano. 

“Dal solo fornitore di Barbera, siamo arrivati adesso a collaborare con una decina di aziende agricole. Con l’uva del Pavese e del Veneto produciamo il Lugana, con l’uva delle Langhe realizziamo il Nebbiolo, il Moscato e il Riesling, mentre con l’uva di Ghemme, alto Piemonte, produciamo un altro Nebbiolo. Dalla Toscana, dalle Marche e dalla Puglia selezioniamo invece già le masse”. 

All’interno di Cantina Urbana vengono svolti 3 diversi tipi di vinificazione. Viene utilizzato l’acciaio per una vinificazione moderna, l’anfora in terracotta con un processo più artigianale e per questo vengono prodotti orange wine, quindi vini macerati, infine il gres che permette al vino di avere meno ossigenazione che nell’anfora e sicuramente più ossigenazione che nell’acciaio. La parola d’ordine per la produzione di Michele Rimpici è “uva di qualità’’.

“Compriamo i chicchi solo dove sappiamo come lavorano i viticoltori, quindi con minori interventi in vigna e in cantina. Inoltre nelle anfore e nel gres utilizziamo fermentazioni spontanee, quindi lievito indigeno, mentre nell’acciaio utilizziamo lieviti selezionati. Nella Cantina Urbana a Milano non facciamo filtrazioni, ma solo tanti travasi. Volendo fare un esempio specifico, nel caso degli orange wine utilizziamo massimo 50 milligrammi di solfiti, nonostante il limite del biologico sia 80-90 mg”, racconta l’imprenditore veronese.

La differenza rispetto ad altre cantine più tradizionali riguarda ovviamente le tipologie dei vini prodotti. Rimpici più volte sottolinea infatti come Cantina Urbana non voglia raccontare con i propri vini un ‘’terroir’’, ma con le tre diverse vinificazioni punta alla diversificazione dei proodotti.

“Utilizzando l’acciaio penso a vini che possano essere veloci, facili e accessibili economicamente. Utilizzando l’anfora punto a degli affinamenti un po’ più lunghi, anche fino a 9 mesi. Abbiamo anche dei legni: quest’anno infatti usciamo con la nostra prima riserva di 2 anni”.

L’espansione di Cantina Urbana porta anche ad altri successi, uno su tutti è molto recente: il Riesling macerato prodotto in anfora è stato premiato nel 2024 come ‘’Amphora wine” al Merano Wine Festival. Gli altri 2 prodotti di punta sono il Pinot nero, un rosso affinato sia in anfora sia in legno, infine un ancestrale, ovvero una bolla che è una base di Malvasia e Chardonnay fermentata senza solfiti aggiunti.

Dai successi passiamo ai sogni che non cessano mai di esistere. Michele Rimpici punta in grande e dopo i primi obiettivi centrati non vuole fermarsi alla sola Milano.

“L’aspirazione è quella di aprire Winery in altre città, perché l’anima di Cantina Urbana è vedere il consumatore di un centro urbano arrivare direttamente da noi per ammirare la produzione e il processo di vinificazione”.

             

Immagine di Mattia Giangaspero

Mattia Giangaspero

Giornalista professionista che parla di ambiente calcio e sostenibilità alimentare. Ha conseguito la laurea in Linguaggi dei Media e il Master di Giornalismo a Stampa, radiotelevisivo e multimediale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

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