Quando il vino è al fresco: la rinascita passa tra le mura del carcere

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A Sant’Angelo dei Lombardi e in altre strutture campane i detenuti trovano nuove opportunità di reinserimento attraverso agricoltura e lavoro, promuovendo inclusione e sostenibilità

Oltre i cancelli, varcate le mura, una tipografia e, poco più in là, una sartoria che realizza con le stoffe del setificio di San Leucio abiti e accessori acquistabili sul sito del Ministero della giustizia; tra i cancelli e le mura, invece, i detenuti già abilitati all’uscita per motivi lavorativi sono occupati in altri esercizi: una carrozzeria, una lavanderia e un autolavaggio.

È così che si presenta il perimetro dell’Istituto Penitenziario Sant’Angelo dei Lombardi di Avellino, una delle strutture carcerarie campane da annoverare nel circolo dei virtuosi.

 «Una carcerazione sensata ha quale suo fine il ritorno di un uomo migliore nella società […].» diceva il magistrato di sorveglianza Giovanna Di Rosa e il lavoro allora, come strumento per uscire da quello stato di disadattamento che attanaglia il condannato, che concretizza nei fatti la funzione costituzionale della pena: rieducare.

Far parte di un qualcosa, rendendosi utili diventa il volano per riacquisire nuova stima in se stessi e, in questo processo, l’agricoltura sembra assumere una valenza sociale preponderante attribuendo alla produzione di un frutto, di una verdura o di un fiore quel senso di responsabilità che è anche alla base della soddisfazione personale.

Per questo, in aggiunta alle numerose attività messe in atto per accelerare il processo di rinascita del singolo individuo, l’istituto dal 2006 ha avviato anche un’attività agricola a tutto tondo, che dagli ortaggi al miele passa anche per la produzione del vino.

Due gli ettari di vigneto tra Fiano, Greco, Coda di Volpe e Falanghina e all’interno dell’Istituto anche una cantina dal nome evocativo “Al fresco di cantina”.

È gestita dai giovani laureati o laureandi in enologia della cooperativa “Il Germoglio” che insieme all’impegno e alla voglia di riscatto di tanti detenuti si occupano di tutte le fasi di lavorazione, dalla fermentazione all’imbottigliamento delle quattro etichette stampate, ovviamente, dalla tipografia carceraria.

I vini sono buoni e sono venduti e commercializzati in tutta Italia, annoverando tra i suoi fruitori più illustri Papa Francesco e il senatore Matteo Renzi.

Non è sempre detto allora che si raccoglie ciò che si semina e una seconda possibilità può far crescere semi che daranno buoni frutti.

Carcere e società civile insieme, in una collaborazione alla pari tra detenuti e volontari, liberando gli agenti penitenziari da quel ruolo di meri controllori, per far nascere dei “buoni contadini”, è questa l’aria che sembra respirarsi anche in altre realtà detentive campane unite in questo virtuosismo sociale.

Così pomodorini del Piennolo del Vesuvio, melanzane lunghe napoletane, zucchine San Pasquale e patate, tutte certificate bio e acquistabili settimanalmente, in cassette da circa 5/6 chili al prezzo di 15/20 euro, vengono prodotte nel carcere di Napoli, a Secondigliano. È il progetto di orticoltura sociale “CampAperto” che, sfruttando gli spazi inutilizzati dati in comodato d’uso dal Ministero di Grazia e Giustizia, dà la possibilità di un impegno quotidiano ai detenuti, nell’ottica di un reinserimento nella società. Sono, infatti, cinque i reclusi assunti a tempo indeterminato dalla Cooperativa sociale “L’Uomo e il legno” realizzatrice del progetto.

Ed è bello sapere che tutte le iniziative agroalimentari presenti nelle carceri campane entreranno a far parte di un’unica filiera produttiva che si avvarrà del supporto tecnico di Coldiretti Regionale per definire percorsi di sviluppo e favorire l’imprenditorialità dei detenuti. È quanto, infatti, è stato previsto dal protocollo d’intesa firmato a fine 2023 dalla provveditrice dell’Amministrazione Penitenziaria della Campania Lucia Castellano e dal direttore regionale di Coldiretti Ettore Belelli.

 

Una crema spalmabile di sole nocciole è questo l’obiettivo che si propone, invece, la cooperativa sociale La Strada insieme con i detenuti della Casa di reclusione di Carinola, in provincia di Caserta. Dalla coltivazione dei noccioleti, alla calibratura fino sgusciatura, tutte attività in cui i detenuti diventano parte integrante e sostanziale per dar via ad un commercio equo e sostenibile.

La quota rosa è garantita dalle “Lazzarelle”, la cooperativa che nella casa circondariale femminile di Pozzuoli, è diventata un esempio di eccellenza nel panorama del caffè artigianale italiano dove l’inclusione sociale e la sostenibilità sono al centro di tutto ciò che viene fatto. Oggi con un fatturato di 90mila euro per una produzione annua di circa 10 quintali (venduti principalmente tramite e-commerce) Lazzarelle è anche un bistrot, nella Galleria Principe di Napoli, dove, attraverso cibo sano e sostenibile e il piacere di bere un ottimo caffè, si partecipa attivamente all’empowerment di donne detenute ed ex detenute.

Immagine di Titti Casiello

Titti Casiello

Classe ’84, avvocato. Dopo una formazione all’AIS Milano, è diventata giornalista pubblicista e oggi collabora con alcune riviste e guide di settore.

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