MWW 2024: vino, mille appuntamenti e spazio alla formazione

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Il racconto day by day, a cura della nostra Camilla Rocca, masterclass all’evento enologico dell’anno

"Una vita per il vino: antologia in 18 etichette" la masterclass di Riccardo Cottarella che ripercorre la sua storia

Riccardo Cotarella ci accompagna in un viaggio unico nel mondo del vino con una degustazione di 18 etichette che raccontano la sua storia personale e professionale. Un continuum rispetto alla premiazione della sera precedente alla Wine List 2024 con l'assegnazione del premio alla carriera. 18 etichette dove Cotarella ha dato la sua impronta da enologo, così diverse eppure accarezzate dalla stessa mano. “Per noi enologi consulenti, la varietà è il nostro pane. Parlare con un siciliano, poi un friulano, un giapponese e un sudafricano ci arricchisce culturalmente.” racconta Cottarella. "Dicono che non possiamo comprendere la passione per ogni singolo vino, rispetto agli enologi in loco, ma la verità è che noi siamo più stimolati di altri a entrare in contatto con metodi innovativi e con mentalità completamente diverse: spesso è questo che genera un problem solving rapido ed efficace". Un vero e proprio tributo alla diversità e alla ricchezza della viticoltura mondiale. “Il primo viaggio a Bordeaux fu nel 1988, e l’ultimo vino che assaggiai fu il Chevalier Blanc, non era solo un vino, era un miracolo”, afferma con entusiasmo. Questo episodio rappresenta uno dei tanti che segnano il suo legame profondo con la tradizione vinicola. La degustazione inizia con il Muratori Franciacorta Brut, simbolo di una transizione dall’industria tessile a quella vinicola che ha sperimentato la famiglia. Cotarella racconta come la Franciacorta sia diventata un baluardo del vino di qualità, sottolineando l'importanza del territorio. Poi ci spostiamo verso il sud, precisamente a Paestum, dove si produce il Fiano Pian di Stio dell’azienda agricola San Salvatore. Cotarella evidenzia come questo vino dimostri che i bianchi possono invecchiare splendidamente. “L'aspetto olfattivo condiziona il giudizio del vino”, continua Cotarella, introducendo il Bandaros 2021 della Torre Rosazza, un esempio di freschezza e pulizia gustativa. Un altro vino degno di nota è il Pecorino in purezza Nodo di vino Tegeo 2022, che si distingue per il suo carattere, rappresentando una delle migliori espressioni di un Abruzzo forte e granitico. La Falanghina 2016 di Janare, Senete, mostra come un vino possa invecchiare magnificamente e come la più grande cooperativa del sud Italia, La Guardiense, possa creare una piccola boutique, selezionando le uve migliori, all'interno di un territorio pressoché sterminato di soci conferitori. Insieme a questi vini, Cotarella presenta il Sabiona Kerner della Cantina Valle d’Isarco, un vino che ha ispirato la creazione, in Giappone, di spumanti con metodo Charmat. Proseguendo, Cotarella parla di Generala Nizza Riserva 2019 di Bersano, un Barbera in purezza che racconta la storia delle Langhe e della tradizione vinicola di Nizza Monferrato. Passando ai classici, il Chianti Classico Ruello Riserva 2020 di Boschetto Campacci a Castelnuovo Berardenga colpisce per il suo Sangiovese in purezza, mentre il Costa Arente Amarone 2019, in Valpantena a Grezzana, rappresenta la nuova frontiera della denominazione Valpolicella, dove Corvina e Rondinella raggiungono la massima maturazione grazie ai vigneti in quota. Donna Coletta 1886 "Colpo di Zappa" (Leone de Castris) è un vino che si presenta con un colore rosso rubino intenso e luminoso. In bocca, si rivela elegante e ben equilibrato, con tannini morbidi e una freschezza vivace che invita a un secondo sorso. Passando alla Barbera Coppo "Vigna Storica Pomodoro" 2022, scopriamo un vino che si distingue per il suo profondo colore rosso rubino. Il naso è caratterizzato da un bouquet complesso di frutti di bosco e note di pomodoro maturo, con un accenno di vaniglia, risultato dell'affinamento in legno. In bocca, è ricco e strutturato, con una buona acidità che bilancia la pienezza del frutto. Proseguendo con Cabrit i Baixos Cabernet Sauvignon, proveniente da Maiorca, questo vino si presenta con un intenso colore rosso e riflessi violacei. Al naso, rivela aromi di ribes nero e pepe nero, accompagnati da note erbacee che evocano il terroir isolano.Perfetto da degustare sull'isola. Montevetrano 2021 dell'omonima cantina, è un vino affascinante, con un colore rosso rubino profondo. In bocca, si presenta potente e strutturato, con tannini ben integrati e un finale lungo e persistente. Incontriamo poi il Brunello di Montalcino 2019 de Le Macioche, ricco al naso e al gusto di note di ciliegia, un sangiovese in purezza che esprime tutta la sua pienezza e il Primitivo di Manduria della cantina Bruno Vespa, un rosso elegante che ha visto una notevole evoluzione nel tempo. Non mancano il Montiano 2020, il vino di famiglia Cotarella. "Ricordo mio padre che diceva sconsolato “Perché solo in Toscana si possono fare vini buoni?” e così nacque la nostra linea. E poi si è stappato un Bordeaux del 2002, Chateau Condissas Prestige Medoc, che dimostra, anche all'assaggio, un’eccezionale longevità e grande pienezza, in grado di sopportare anche altri anni di attesa, grazie alla piena freschezza. Chiude il tour il Passito Karares dus Octobres della storica cooperativa Cantina di Rovere della Luna che compie 105 anni.

La visione di Leonardo Bellaccini: un precursore della sostenibilità e dell'eccellenza

Il cuore pulsante di Tenuta San Felice è l’enologo Leonardo Bellaccini, un vero innovatore nel suo campo. Bellaccini è noto per la sua capacità di riconoscere le caratteristiche uniche di ciascuno dei pendii che compongono la tenuta. "Il tutto si misura in equilibrio", afferma l’enologo, sottolineando come ogni intervento debba mirare a mantenere l'armonia tra eleganza, struttura e longevità. Le cinque macroaree della tenuta sono curate con estrema attenzione, utilizzando pratiche biologiche per garantire un’aerazione e un nutrimento ottimali del suolo. Qui, la tradizione incontra l’innovazione: "Abbiamo un rispetto profondo per la terra, ma sfruttiamo tecnologie all’avanguardia per ottenere vini di altissima qualità". Un esempio emblematico di questo connubio è il modo in cui le ampie cantine, scavate nella pietra calcarea del XVIII secolo, ospitano botti di rovere accanto a moderni tini in acciaio, mantenuti a temperatura controllata per favorire la fermentazione. Il risultato è una produzione che esalta al massimo le caratteristiche del territorio, dal Chianti Classico al rinomato Supertuscan Vigorello, nato nel 1968 e primo esempio di questa tipologia di vino in Toscana. La Gran Selezione e le annate storiche in degustazione Un altro pilastro dell’eccellenza di San Felice è rappresentato dalla Gran Selezione Chianti Classico DOCG Poggiorosso, che, secondo Bellaccini, è "l'espressione massima del vigneto e della cantina". Questa tipologia di Chianti Classico può essere prodotta solo con uve provenienti dai vigneti di proprietà e rappresenta il vertice qualitativo del territorio. Tra le annate più apprezzate, spiccano quelle del 2020, 2019, 2016, 2015, 2010, 2008, 2006 e 1999, frutto di selezioni rigorose. "I tannini devono essere di certa qualità", spiega Bellaccini, riflettendo sulla sua esperienza e su quanto appreso dalla scuola di Bordeaux. In ogni annata, il bilanciamento tra struttura e finezza diventa fondamentale: "Quando facciamo un Poggio Rosso più tannico, rischio di sacrificare un po' di eleganza, ma spingo di più per dare al vino maggiore longevità". L'annata 1999, in particolare, è un esempio di questo approccio. "Buona dopo così tanto tempo", dice Bellaccini, "ma spingere sui tannini ha permesso un lungo invecchiamento, sacrificando qualcosa all’inizio per ottenere un vino che resista nel tempo". È questa capacità di vedere oltre, di immaginare come un vino evolverà negli anni, che distingue San Felice nel panorama enologico italiano e internazionale. Una vendemmia impegnativa e la sfida climatica La vendemmia di quest’anno, iniziata appena una settimana fa, si presenta complessa. "Le fermentazioni stanno andando abbastanza lente", ci racconta Bellaccini, spiegando come il caldo intenso di luglio e agosto, seguito da piogge abbondanti a settembre, abbia reso il lavoro più impegnativo del solito. "Non sarà un’annata di grandi volumi, ma ci sono chicche sparse qua e là", afferma l’enologo, sottolineando come una selezione accurata delle uve permetterà comunque di produrre vini di qualità eccellente. L’azienda, situata a un'altitudine media di 400 metri, risente meno degli effetti del cambiamento climatico rispetto a zone più basse, ma Bellaccini guarda già al futuro: "Stiamo pensando di comprare vigneti a quote più elevate o di recuperare terreni per prepararci ai cambiamenti che verranno. Non è il caso di quest'anno, ma stiamo progettando per il futuro". Il mercato internazionale e le sfide globali Oltre alla qualità del prodotto, San Felice deve affrontare anche le dinamiche di un mercato internazionale in evoluzione. Con il 70% della produzione destinata all’esportazione, la tenuta si trova a dover fare i conti con situazioni non sempre facili. "La situazione internazionale non è buona", ammette Bellaccini, riferendosi ai mercati di Russia, Cina e Stati Uniti che stanno rallentando. Se il mercato italiano tiene, quello cinese, considerato per molto tempo una grande promessa, ha deluso le aspettative. "La Corea del Sud, l’Indonesia e il Vietnam vanno bene, ma è difficile compensare il mercato americano", conclude Bellaccini..

Riserva Palazzo Lana: alle radici del Franciacorta

È difficile descrivere l’unicità di un Franciacorta senza conoscere l’eclettico Franco Ziliani, l’enologo che insieme al raffinato Guido Berlucchi ha cambiato il destino di un’intera regione vitivinocola. Berlucchi sta alla Franciacorta come Carlo Magno sta alla Francia e Elisabetta I all'Inghilterra. Un'icona intramontabile, qui è la culla della Franciacorta, proprio in quel Palazzo Lana che dà il nome alla Riserva che racconta la gloriosa eredità di famiglia. Una straordinaria degustazione, guidata dall'enologo Ferdinando Dell’Aquila, che ha condiviso la storia e le eccellenze della cantina, fondata sul visionario contributo di Franco Ziliani. Dell’Aquila ha presentato la Riserva Franco Ziliani, dedicata al fondatore del Consorzio Franciacorta, illustrando come Berlucchi sia stata pioniera di questo territorio con la prima bottiglia di Franciacorta nel 1961. Oggi, la Franciacorta è ancora "piccola" nel panorama internazionale ma sempre più rinomata area di produzione, con solo 3.000 ettari dedicati a vigneti di altissima qualità. Nella degustazione, sono stati degustati tre millesimi della Riserva Palazzo Lana Extreme: 2013, 2011 e 2008. La 2013, caratterizzata da una vendemmia tardiva a fine agosto, ha stupito per la sua intensità fruttata, nonostante i 9 anni di affinamento sui lieviti. La 2011 ha invece mostrato una maggiore freschezza e tensione, con note erbacee di timo e rosmarino, mantenendo una mineralità decisa e un bouquet di crosta di pane. Infine, la 2008, grazie ai suoi 102 mesi di affinamento sui lieviti, si è distinta per la sua complessità e ampiezza, offrendo ampi sentori terziari che ne amplificano la struttura. Un aspetto importante della produzione di Berlucchi riguarda l'utilizzo delle barrique, con frequenti bâtonnage per preservare l’integrità del frutto senza sovrastarlo. Dell’Aquila ha anche condiviso informazioni sul vitigno Erbamart, una varietà sperimentale su cui l'azienda sta investendo, che promette nuove prospettive per la viticoltura di Franciacorta. Oltre alla degustazione, i partecipanti sono stati invitati a visitare le cantine storiche, situate a dieci metri di profondità sotto Palazzo Lana, dove ancora oggi riposano i vini più preziosi. Questa esperienza immersiva offre tre percorsi di visita che conducono attraverso i classici, i moderni e le riserve della produzione Berlucchi. Il tutto culmina in un racconto che lega indissolubilmente la storia del vino alla terra della Franciacorta, un territorio che ha visto la produzione di vino già dall'VIII secolo, come testimoniano antichi documenti. La degustazione non è stata solo un viaggio enologico, ma anche storico e culturale, evidenziando come l’eredità di Franco Ziliani e Guido Berlucchi sia oggi portata avanti dai figli, che guidano l'azienda verso la sostenibilità e l'innovazione, mantenendo vivo lo spirito pionieristico che ha reso Berlucchi un nome di eccellenza nel panorama mondiale degli spumanti metodo classico.

Oltrepò Pavese: il vino di Milano, la grande scoperta con il racconto di Filippo Bartolotta

Da 25 anni giornalista e storyteller, Filippo Bartolotta ha guidato una suggestiva degustazione dedicata all'Oltrepò Pavese, sottolineando l'importanza storica e culturale di questo territorio spesso poco valorizzato. Bartolotta, figura storica nel mondo del vino italiano, ha enfatizzato come l'Oltrepò sia la denominazione di riferimento per Milano, nonostante il nome evochi erroneamente la Pianura Padana. In realtà, il territorio è prevalentemente collinare e montano, con paesaggi spettacolari che si estendono lungo la Via del Sale verso Portofino e, successivamente, lungo la Via degli Abati e la Via Francigena fino a Bobbio, nella Lucchesia. "l'Oltrepò è poi una terra ricca di storia, con abbazie, castelli e zone di tartufo, spesso ancora gestiti da privati. Il suolo, composto da marne gialle nella parte superficiale e strati di arenaria in profondità, crea un terroir unico che conferisce ai vini caratteristiche distintive. È qui che San Colombano, dopo aver trascorso vent'anni in Borgogna, ha introdotto il Pinot Nero, dando vita al metodo classico italiano. Possiamo dire che lui è il nostro Dom Perignon". Nel corso della degustazione, Bartolotta ha celebrato il Pinot Nero dell'Oltrepò, evidenziando come i vini della regione vitivinicola siano caratterizzati da una complessità aromatica e una profondità di gusto che è salita visibilmente di livello negli ultimi anni. In particolare il Pinot Nero Metodo Classico dell'Oltrepò, che ricordiamo che nasce sostanzialmente in questo territorio, come spumantizzato, si distingue per i suoi lunghi periodi di affinamento sui lieviti, che conferisce, in genere, una ricchezza di aromi e una struttura senza mai esibire note verdi. In tutte le cantine dell'Oltrepò si riscontra oggi una buona omogeneità qualitativa, sinonimo del progresso compiuto dal territorio negli ultimi anni. Bartolotta ha poi approfondito le difficoltà legate alla produzione del Pinot Nero e Rosso, vitigni noti per essere complessi da coltivare e invecchiare in tutto il mondo. Nonostante queste sfide, l'Oltrepò riesce a produrre vini di annata con grande forza e freschezza, caratterizzati da una vivace acidità. Molti di questi vini, vinificati esclusivamente in acciaio, risultano particolarmente intensi, dimostrando l’evoluzione qualitativa della denominazione. Un’ulteriore nota di interesse riguarda la Riserva, che secondo il disciplinare deve fare un anno in barrique. Anche se ancora pochi nella denominazione, alcuni di questi vini raggiungono livelli di complessità e finezza straordinari. L'affinamento in barrique arricchisce il Pinot Nero, conferendogli maggiore struttura e ampiezza, e rappresenta un settore in crescita che promette di elevare ulteriormente il profilo qualitativo dell'Oltrepò Pavese.

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