La nuova Gran Selezione di San Felice entra nel progetto “Suoli” e trasforma le sabbie plioceniche di Castelnuovo Berardenga in un racconto di memoria geologica e identità territoriale
di Camilla Rocca
Nel Chianti Classico ci sono vigne che affondano le radici nella terra. E poi ce ne sono alcune che sembrano affondarle nel tempo. In un mare scomparso milioni di anni fa, tra sabbie plioceniche, fossili invisibili e colline che conservano memoria geologica, nasce San Vito, la nuova Gran Selezione di San Felice: un Sangiovese che sceglie la via della sottrazione, della grazia e della profondità silenziosa.
Non è soltanto un nuovo vino, ma una nuova interpretazione del Chianti Classico. Un racconto liquido di suolo, luce ed eleganza che entra nel progetto “Suoli”, il percorso con cui San Felice continua a esplorare il legame quasi intimo tra il Sangiovese e le diverse anime geologiche di Castelnuovo Berardenga. Infatti, nel mosaico collinare di Castelnuovo Berardenga, dove ogni parcella custodisce un carattere irripetibile, San Vito prende vita da appena un ettaro e mezzo di vigneto adagiato su sabbie plioceniche, terreni antichissimi formatisi milioni di anni fa quando queste colline erano ancora sommerse dal mare. Un’origine quasi marina che oggi si traduce in un vino di rara delicatezza espressiva, teso, floreale, luminoso.
Con San Vito, il Sangiovese abbandona la dimensione della forza per entrare in quella della sfumatura. Il sorso si muove leggero ma profondo, con una grazia composta che richiama i grandi rossi capaci di parlare sottovoce. Le note floreali emergono con nitidezza, accompagnate da una trama fine e da una progressione elegante che si distende lentamente nel bicchiere. È un vino che non cerca volume, ma vibrazione. Il progetto “Suoli” nasce proprio da questa volontà: dimostrare come piccole variazioni di terreno, altitudine ed esposizione possano cambiare radicalmente il volto del Sangiovese. Se Poggio Rosso, storica Gran Selezione della tenuta, racconta la profondità minerale e la struttura dei terreni argilloso-calcarei di alberese e galestro, San Vito sceglie invece il registro dell’eleganza e della fluidità. Due interpretazioni complementari, quasi due timbri emotivi dello stesso vitigno.
A descrivere questa dualità è Francesca Giuggioli, enologa dell’azienda, che affida al linguaggio musicale la definizione dei due vini: “In San Vito vibrano i violini, delicati e armoniosi, mentre nel Poggio Rosso risuona la batteria, potente e avvolgente”. Una metafora che restituisce perfettamente l’anima del vino: cesellata, ritmica, precisa. Anche l’estetica partecipa al racconto del terroir. L’etichetta firmata da Federica Cecchi richiama infatti il colore caldo delle sabbie plioceniche attraverso una texture tattile e puntinata che evoca i granelli di sabbia tra le dita. Un dettaglio sensoriale che trasforma la bottiglia in estensione del vigneto. Dietro San Vito c’è una visione che San Felice porta avanti da decenni: valorizzare l’identità dei singoli terroir toscani attraverso ricerca, zonazione e agricoltura sempre più consapevole. Una filosofia che oggi trova nel progetto “Suoli” una delle sue espressioni più compiute, dove il vino smette di essere semplice interpretazione stilistica e torna ad essere geografia liquida, racconto di terra, tempo e memoria.
Camilla Rocca
Una passione per il mondo del vino che parte dalle origini, si è allargata all’enoturismo e ai racconti delle persone, di quei volti, quelle mani, delle storie che sono dietro alla vigna