Riccardo Baldi: “Nel vino come a poker, servono freddezza e coraggio per credere nelle proprie scelte”

Tempo di lettura: 6 minuti

Prima dei trent’anni ha portato a La Staffa i Tre Bicchieri e conquistato la critica enologica: “I consumatori cambiano, cercano autenticità più che status. La Next Gen risponde con vini veri, naturali, meno costruiti”

di Camilla Rocca

Riccardo Baldi nasce a Jesi il nel giugno del 1990, figlio di commercianti studia al Liceo Scientifico per poi iscriversi all’università, che però abbandona per dedicarsi alla viticultura, la sua prima vendemmia è la 2010. Autodidatta che deve molto a tanti “maestri di vino”, viene negli anni successivi definito “Il Golden boy del Verdicchio” per il talento e la sicurezza mostrati sin dalle prime annate prodotte.

Assoluto sostenitore di una visione più naturale dell’agricoltura, produce Verdicchio a Staffolo (AN).

Tra i successi raggiunti come produttore di vino ci sono moltissimi premi e riconoscimenti nazionali e internazionali; ha il merito di aver riportato a Staffolo il prestigioso premio “Trebicchieri” nel 2020, che mancava dal 2006, e di essere dal 2014 “azienda Chiocciola Slow Food” un riconoscimento assegnato a circa 200 aziende in tutta Italia che ne testimonia l’enorme qualità e il rispetto dell’ambiente. Nel 2022 è stato insignito del riconoscimento “Winemaker of the Year” dalla rivista Food and Wine.

Che cos’è la next generation nel mondo del vino?

Nel mondo del vino, la “Next Generation” si riferisce a una nuova ondata di giovani produttori, enologi, agricoltori e imprenditori che stanno portando avanti (e spesso rivoluzionando) le tradizioni familiari o entrando nel settore con una visione fresca e contemporanea. È un fenomeno che sta avendo un impatto significativo in molte regioni vinicole, sia in Italia sia nel resto del mondo.

Perché è un tema così forte in questo momento?

È un tema così forte in questo momento perché si intrecciano una serie di fattori culturali, economici e ambientali che rendono la Next Generation nel vino particolarmente rilevante, quasi simbolica.

Passaggio generazionale storico: molte aziende vinicole a conduzione familiare stanno vivendo proprio ora un passaggio di consegne. I giovani (30-40enni) stanno prendendo in mano le redini dopo genitori o nonni che hanno vissuto il boom degli anni ’80-2000. Questa nuova generazione ha spesso studiato enologia, viaggiato all’estero e porta un bagaglio culturale diverso, più aperto, più internazionale. Il che permette lori di avere gli strumenti per affrontare meglio la crisi climatica e la sfida alla sostenibilità: i cambiamenti climatici impattano direttamente la viticoltura tra eventi estremi, siccità e malattie. I giovani produttori sono spesso i più sensibili al tema della sostenibilità, non solo come valore, ma come necessità concreta per il futuro delle loro vigne.

Con il mondo del vino anche i consumatori stanno cambiando, sono più curiosi, più attenti alla qualità che al prestigio dell’etichetta e più aperti a stili non convenzionali. La Next Gen risponde a tutto ciò con vini autentici, più naturali, meno costruiti, e con una comunicazione diretta, senza filtri. Il modello del “vino status symbol” delle grandi DOC blasonate e dei vini iper-premiati è in parte in crisi. La Next Gen rappresenta una rottura creativa, che punta sulla personalità più che sulla perfezione tecnica, raccontare la Next Generation è anche una narrazione potente di giovani che tornano alla terra, che fanno impresa in modo etico, che uniscono tradizione e futuro. È una storia che piace ai media, ai critici, ai wine lover e che ha anche un valore simbolico più ampio: una nuova idea di Made in Italy.

 

Sostenibilità nel vino, importa davvero per la Next generation?

Sì, importa davvero alla Next Gen del vino e non solo come “parola di moda” ma come scelta concreta e identitaria. La sostenibilità per molti giovani produttori non è un optional: è un punto di partenza, spesso il cuore del loro progetto. È una questione di futuro. Chi eredita un vigneto oggi sa che le condizioni climatiche sono cambiate: estati più calde, vendemmie anticipate, eventi estremi. La sostenibilità non è solo un valore etico, è una strategia di sopravvivenza a lungo termine. Se non si adatta il sistema, il vino non avrà futuro.

Quanto è importante avere oggi in azienda un volto che racconti il brand?

Avere un volto che racconta il brand all’interno di un’azienda vinicola è qualcosa di davvero importante. Non si tratta solo di una questione di immagine o marketing, ma di creare un legame umano e autentico con chi sceglie quel vino.

Il vino, dopotutto, non è solo un prodotto: è una storia, un’esperienza, un territorio. E chi meglio di una persona reale può trasmettere tutto questo? Quando un produttore, un enologo o anche semplicemente un membro della famiglia ci mette la faccia e racconta con passione il proprio lavoro, nasce subito una connessione più profonda. Il messaggio diventa credibile, vero.
Mostrare chi c’è dietro un’etichetta aiuta a costruire fiducia. In un mondo dove spesso i marchi sembrano distanti o costruiti a tavolino, vedere il volto di chi coltiva la vigna, prende decisioni, affronta sfide quotidiane, rende tutto più trasparente e diretto. È un modo semplice ma potentissimo per distinguersi in un mercato affollato. E poi, è anche una questione di linguaggio. I consumatori di oggi – soprattutto quelli più giovani – sono abituati a relazionarsi con persone, non con loghi. Seguono i produttori su Instagram, ascoltano le loro storie su podcast o li incontrano in fiere e degustazioni. Vogliono sapere chi c’è dietro ogni bottiglia, cosa pensa, come vive il vino. Ci sono produttori che, grazie alla forza del loro racconto personale, sono diventati veri e propri riferimenti nel mondo del vino, senza bisogno di grandi investimenti pubblicitari. Non sono certo un “influencer” nel senso classico, ma punti di riferimento che ispirano fiducia e curiosità. Alla fine, un volto forte e autentico non solo comunica meglio, ma aggiunge valore. Valore emotivo, certo, ma anche commerciale: fidelizza, incuriosisce, dà senso al prezzo, alla scelta. In un settore in cui la differenza spesso non la fa solo la qualità tecnica, ma il modo in cui viene vissuta e raccontata, mettere la faccia è un atto di coraggio, ma anche un enorme vantaggio.

Possiamo dire che tu sei il volto della Next generation della tua cantina?

Sì assolutamente si! Nel mio biglietto da visita, sotto il mio nome, ho messo “Chief Everything Officer” per testimoniare che in un’azienda piccola, dove lavorano poche persone, il volto che racconta è anche lo stesso che guida il trattore, che si occupa dei vini in cantina o che pota i vigneti! Purtroppo, o per fortuna, il mio è il volto dell’azienda La Staffa!

C’è stato qualche scontro generazionale da quando sei entrato in azienda?

La mia storia è un po’ diversa da quella classica del giovane che prende in mano l’azienda di famiglia, in quanto mio padre aveva una piccola realtà, quasi hobbistica, e non era questo il suo primo lavoro. Quando ho iniziato è stato perché mi sono innamorato, a 19 anni, dell’idea di fare il mio vino e in poco tempo la voglia e l’ambizione mi hanno portato a sognare di diventare un riferimento nella mia denominazione ed essere uno dei giovani vignaioli più famosi d’Italia. In un certo senso ci sono riuscito, nel 2022 mi hanno premiato come “Winemaker of the Year” per la rivista Food and Wine! Detto questo sarò sempre grato a mio padre perché quando ha capito, poco dopo il mio inizio, che facevo sul serio mi ha lasciato totalmente libero di provare, e sbagliare, supportandomi sempre e aiutandomi ma lasciando che io costruissi l’azienda che avevo in mente, senza far pesare mai il suo pensiero nemmeno quando non era d’accordo con me.

Cosa vorresti dire agli altri vignaioli? Un consiglio su come migliorare che noti spesso nei colleghi?

Stiamo vivendo dei momenti difficili tra crisi climatiche e cicli che volgono al termine; il mercato del vino cambierà tanto nei prossimi anni in un modo che oggi ancora non vediamo, siamo già alla post rivoluzione dei “vini naturali” esplosa tra il 2010 e il ’15 e molti produttori si sentono un po’ spaesati. Quello che mi sento di dire è: credete nei territori vocati, credete nella qualità e nelle “scelte giuste”, quelle che pagano nel lungo periodo, cercate di avere la freddezza di un navigato giocatore di poker nei momenti di crisi o di paura. Solo chi dimostrerà solidità continuerà ad essere, o diventerà, un punto di riferimento. Altro consiglio che mi sento di dare è di fate rete, sempre di più! È incredibile come un territorio spesso emerga alla ribalta della critica solo perché i produttori riescono a mettere a fattor comune conoscenze ed esperienze. Confrontatevi e parlatevi sinceramente, solo così si può emergere.

Importatori, distributori, commercianti ti hanno considerato meno in quanto giovane? E all’estero?

In realtà no, la gioventù è stata sempre una grande forza, probabilmente sono capitato nel posto giusto al momento giusto, già nel 2010 si parlava tanto di giovani che stavano rivoluzionando alcuni concetti nel mondo della produzione e della comunicazione, mi viene in mente uno dei primi modelli che ho seguito, Arianna Occhipinti, che con la sua storia ha contribuito a dare energia e voglia di emergere a tanti giovani produttori.

Qual è il vino della cantina che meglio rappresenta la next generation?

Di sicuro il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva “Rincrocca”, un Verdicchio di un vigneto del 1972 emblema del territorio di Staffolo in quanto lo rappresenta in tutte le sue caratteristiche di mineralità e complessità, ma che è anche un vino “neoclassico” nel senso che il mio modo di produrlo passa attraverso l’interpretazione della storia del Verdicchio e del nostro territorio con gli occhi di un produttore contemporaneo; per questo è un vino della next gen!

Il secondo è il “Mai Sentito” un pet-nat che ho iniziato a produrre nel 2014, che prende il nome dal fatto che “non si era mai sentito” un Verdicchio rifermentato in bottiglia, metodo ancestrale! È un vino della next generation perché rappresenta l’innovazione contemporanea in un territorio molto storico, dove questa tecnica, seppur antichissima, si era perduta nella notte dei tempi!

 

Immagine di Camilla Rocca

Camilla Rocca

Una passione per il mondo del vino che parte dalle origini, si è allargata all’enoturismo e ai racconti delle persone, di quei volti, quelle mani, delle storie che sono dietro alla vigna

Facebook
Twitter
LinkedIn
TS Poll - Loading poll ...