Vento, silenzio e dediche familiari ai confini del vino. Da bere in un fiato, storia di una famiglia e di un sogno a latitudini estreme
di Camilla Rocca
Un’isola sospesa tra mare e vento, a poche ore da Tallinn. Basta un traghetto frequente che attraversa le acque del Baltico e un breve tratto in auto per arrivare a Muhu, terra piatta e luminosa, fatta di prati che finiscono direttamente nel mare e di boschi che odorano di resina e salsedine. Qui, dove l’inverno è lungo e il sole estivo indugia fino a tarda sera, sorge la Muhu Winehouse, la cantina con ospitalità più a nord del mondo. Una sfida alla geografia e al clima, ma anche un atto d’amore verso la storia e la memoria.
Tra i filari crescono oltre 2.000 viti piwi, varietà resistenti alle malattie sviluppate in Germania, che permettono di coltivare uva anche a queste latitudini estreme. Il microclima, temperato dalla vicinanza del mare, mitiga i rischi di gelate tardive e regala uve sorprendenti per equilibrio e freschezza. È nato così Algus, “L’Inizio”: il rosé ottenuto dal raccolto del 2016, oggi considerato il simbolo della rinascita della viticoltura estone. Una bottiglia che racconta molto più di un vino: è la prova che il confine del vino europeo non si ferma alle Alpi, ma arriva fino al Baltico.
E qui, a Muhu, non si viene solo per degustare. Si può dormire nelle camere con terrazza affacciata sui vigneti e sul mare, respirare l’odore dell’erba bagnata, ascoltare il silenzio interrotto solo dal vento, e svegliarsi al mattino con il sole che illumina i filari.
La saga dei Matiesen: gloria, tragedia e rinascita
Dietro ogni calice di Muhu Winehouse si nasconde una storia epica, che intreccia la Storia con la S maiuscola e la vicenda privata di una famiglia. Prima della Seconda guerra mondiale, la Lusher & Matiesen Tallinn Vinery era la prima e più importante cantina d’Estonia. Fondata nel 1934, arrivò a produrre fino a 40.000 litri di vino l’anno, collaborando persino con la torinese Martini & Rossi, alla quale forniva Vermouth. Un ponte tra il Baltico e il Mediterraneo, tra il rigore del nord e la leggerezza italiana.
Poi arrivò il 1940: la nazionalizzazione forzata sotto l’occupazione sovietica. Un anno più tardi, la tragedia. Il fondatore della cantina, di fronte alla minaccia della deportazione in Siberia, scelse il suicidio. Una scelta estrema che pesa ancora come una maledizione sulla memoria della famiglia.
Ma la storia non finì lì. Il nipote riuscì a salvarsi fingendosi malato, con una fuga rocambolesca che lo portò prima in Germania, poi in Svezia. Era segnato da una condanna a morte, ma trovò il coraggio e l’ingegno per reinventarsi. Tentò persino di chiedere aiuto a Martini & Rossi con un telegramma, ma la situazione internazionale rese impossibile ogni collaborazione. Allora iniziò da zero, vendendo sigarette, e divenne in poco tempo il leggendario “King of Juice”, il re dei succhi, accumulando fortuna e fama in Scandinavia. La leggenda narra che possedesse fino a 40 Porsche, simbolo di un riscatto personale clamoroso. Ma il legame con Muhu, con quella terra perduta e con il vino, non si spezzò mai.
Dalla memoria al futuro: i nuovi vini Piwi
Bisognerà attendere il 2014 perché il sogno si reincarni. È allora che sulla piccola isola di Muhu si comincia a piantare di nuovo vite. Non vitigni tradizionali, impossibili da coltivare su suoli di dolomite e calcare e con estati brevi, ma nuove varietà piwi: uve ibride resistenti, sviluppate in Germania a partire dal 1975, che permettono di ridurre i trattamenti e adattarsi a climi difficili.
Tra i filari spicca il Solaris, capace di regalare bianchi freschi e aromatici, intitolato con il nome affettuoso di Araia, figlia dei proprietari. Poi c’è il Rondo, da cui nasce il rosé Ingrid Rose, omaggio alla moglie del vignaiolo. Ogni bottiglia porta con sé una dedica personale, come a voler intrecciare la vita privata e la produzione vinicola.
Il merito è anche della visione di Peke Eloranta, imprenditore finlandese, che ha creduto nella possibilità di fare vino in un contesto dove nessuno lo avrebbe immaginato. La sua intuizione si è rivelata vincente: oggi Muhu Winehouse è un laboratorio pionieristico, osservato con interesse dal mondo enologico internazionale.
Degustare un paesaggio, quello delle isole estoni
Bere un calice di vino a Muhu non è solo un’esperienza gustativa, ma un atto contemplativo. Il microclima dell’isola, dolcemente mitigato dal mare, regala uve che conservano acidità viva e profumi nitidi, con un equilibrio che sorprende i palati più scettici. Nei bicchieri si ritrova il respiro del Baltico: note fresche, minerali, talvolta saline, che ricordano la vicinanza con l’acqua e i venti del nord.
Degustare qui significa assaporare il paesaggio stesso: i filari ordinati che terminano in una linea d’orizzonte azzurra, le pietre di calcare che spuntano dal terreno, i cieli infiniti che cambiano colore ogni ora. E significa ascoltare la storia di una famiglia che ha perso tutto, ma che attraverso il vino ha saputo rinascere.
Un ponte tra passato e futuro
La cantina di Muhu è oggi il simbolo di una viticoltura che non guarda solo al passato glorioso, ma che sperimenta il futuro. Le varietà piwi aprono la strada a nuove regioni enologiche del nord Europa, capaci di produrre vini con una forte identità territoriale e con una sostenibilità naturale, grazie alla riduzione dei trattamenti in vigna.
Ma soprattutto, Muhu Winehouse è il racconto di come il vino possa essere memoria collettiva e personale, legame tra generazioni, strumento di resilienza. Ogni sorso è un ponte tra ciò che è stato perduto e ciò che è stato ricostruito, tra il dolore della guerra e la bellezza di una rinascita lenta ma ostinata.
Il lusso della semplicità nordica
Il viaggiatore che arriva a Muhu non trova il lusso scintillante delle grandi cantine toscane o francesi, ma un lusso diverso, più intimo: quello della semplicità nordica. Camere essenziali ma eleganti con terrazze sui vigneti, degustazioni condotte come racconti familiari, passeggiate tra i filari mentre il sole tramonta dietro il mare.
Qui il vino non è solo prodotto: è paesaggio, memoria, resistenza. È la dimostrazione che anche alle latitudini estreme del Baltico, con ingegno e passione, può nascere una nuova frontiera enologica.
E allora, alzando il calice, non resta che brindare come fanno a Muhu: Algus. L’inizio.
Camilla Rocca
Una passione per il mondo del vino che parte dalle origini, si è allargata all’enoturismo e ai racconti delle persone, di quei volti, quelle mani, delle storie che sono dietro alla vigna