Vineia accende i riflettori: “Ridiamo voce a una valle dove il vino è da secoli la chiave d’accesso a una storia più grande”
di Sara Calimari
Ci sono territori che costruiscono la propria fama nel tempo e territori che, paradossalmente, devono prima liberarsi dal peso della propria storia per riuscire a raccontarsi.
Il Casentino appartiene a questa seconda categoria. Mentre camminavo tra i vicoli di Bibbiena durante “Vineia – Edizione Zero”, tra le antiche cantine aperte per l’occasione, le sale affrescate dei palazzi storici e le testimonianze archeologiche che raccontano duemila anni di viticoltura, una domanda continuava ad affacciarsi con ostinazione: com’è possibile che una terra con una storia del vino così profonda sia rimasta così a lungo fuori dalla geografia emotiva dell’enologia toscana?
La risposta probabilmente è nascosta nella natura stessa del Casentino. Questa valle non ha mai avuto l’urgenza di mettersi in mostra. Protetta dall’Appennino e dal Pratomagno, attraversata dal primo tratto dell’Arno, custodita da foreste che ancora oggi rappresentano uno dei patrimoni boschivi più straordinari d’Europa, è cresciuta con il carattere delle sue montagne: schiva, autentica, poco incline alle proclamazioni. Ha continuato a fare vino senza sentire il bisogno di raccontarlo.
Quando Vincenzo Tommasi mi ha invitata a trascorrere due giorni in Casentino per Vineia, pensavo di andare a raccontare il vino. Mi sono accorta molto presto del mio errore, perché qui il vino era soltanto una delle chiavi d’accesso a una storia più grande. La verità è che il vino in Casentino non è mai stato una novità. È sempre stato lì, intrecciato alla storia della valle come una radice invisibile: lo si incontra nei reperti archeologici che testimoniano la presenza della vite già in epoca etrusca e romana, ma soprattutto nelle tracce lasciate da generazioni di uomini che hanno osservato queste colline e imparato a leggerle. I monaci di Camaldoli, ad esempio, non si limitarono a coltivare vigne: studiarono i terreni, annotarono le vendemmie, compresero il valore delle differenze tra un versante e l’altro molti secoli prima che il concetto di terroir entrasse nel lessico del vino.
Nel Quattrocento il vino casentinese godeva di una reputazione tale da essere valutato più di altri vini toscani allora molto conosciuti. Lorenzo il Magnifico ne apprezzava la qualità, Machiavelli lo citava nei suoi scritti. Poi il tempo fece ciò che spesso accade ai territori appartati: non cancellò la storia, la ricoprì lentamente. La viticoltura non scomparve, ma smise di occupare il centro della scena.
La sua vicenda assomiglia a quella di un fiume carsico che attraversa la montagna. In alcuni tratti lo vedi scorrere luminoso e riconoscibile, in altri sembra sparire sotto la roccia per poi riaffiorare più avanti con la stessa forza di prima. Per questo, durante la presentazione ufficiale della neonata Associazione Viticoltori del Casentino, continuavo a pensare che la parola “nuovo” fosse, in fondo, la meno adatta a descrivere ciò che stava accadendo.
Nuova è l’associazione; la volontà di presentarsi come una comunità unita; la consapevolezza condivisa di appartenere a un territorio che merita di essere riconosciuto, ma non è nuova la vocazione di questa valle, né il suo rapporto con il vino. Quello che Vineia ha reso visibile è qualcosa che esisteva già: una storia che per troppo tempo era rimasta dispersa in tanti racconti individuali e che adesso trova finalmente una voce comune, che oggi appartiene a trentasei aziende distribuite in tutta la vallata, da Subbiano fino all’Alto Casentino, capaci di esprimere settantadue etichette diverse e una sorprendente ricchezza di interpretazioni. Numeri che raccontano una crescita importante, ma che da soli non spiegano la natura di questo territorio.
Qui la vite non domina, ma convive con i boschi, con gli olivi, con gli orti, con i pascoli, con i castelli e con gli eremi; con un equilibrio che altrove si è spesso perduto. È una viticoltura di montagna, frammentata e artigianale, fatta di aziende piccole, di pendii difficili e di un rapporto diretto con la terra. Una viticoltura che non può permettersi scorciatoie e che ha imparato a trasformare i propri limiti in una forma di identità.







È in questo contesto che la storia contemporanea del vino casentinese incontra due figure che hanno avuto un ruolo decisivo nel restituire fiducia alla valle: Vincenzo Tommasi e Federico Staderini.
Le loro vigne si guardano ancora oggi da una collina all’altra, nella piana di Campaldino, ai piedi delle foreste di Camaldoli. Osservandole è difficile immaginare che soltanto vent’anni fa l’idea di produrre grandi Pinot Nero in questo angolo di Toscana fosse considerata poco più di una fantasia. Eppure, le storie che cambiano il destino di un territorio nascono spesso così, da un’intuizione che inizialmente appare fuori luogo.
Quella di Tommasi e Staderini non fu però una scommessa romantica affidata al caso. Fu il risultato di anni di osservazione, studio e ascolto dei terreni, del clima, delle montagne e delle loro influenze. Prima di piantare una vite furono eseguiti carotaggi, analisi geologiche, confronti tra i dati climatici del Casentino e quelli della Borgogna. L’idea era semplice quanto rivoluzionaria: verificare se questa valle custodisse davvero le condizioni necessarie per accogliere uno dei vitigni più esigenti e affascinanti del mondo. Ma prima ancora della scienza, c’è una storia che qui tutti raccontano e che sembra appartenere a quel confine sottile dove la memoria si trasforma in leggenda.
È la storia di Schegge, il nonno di Vincenzo Tommasi, raccoglitore di terriccio nella foresta di Camaldoli e profondo conoscitore di quei suoli. Anni prima che qualcuno immaginasse il Pinot Nero del Casentino, indicando una porzione di terra disse semplicemente: “Lì ci crescerebbe anche l’uva”.
Una frase che rimase nella memoria di due ragazzi, che avrebbero trascorso anni a cercare di capire se quella intuizione fosse fondata. Da qui nacquero Cuna e Civettaja, con vini che avrebbero attirato l’attenzione della critica e degli appassionati, ma soprattutto nacque anche una nuova fiducia nelle possibilità del Casentino. Il loro merito più grande, infatti, non è stato produrre grandi Pinot Nero, ma di dimostrare che questa valle poteva essere se stessa e raccontarsi nella sua unicità. Oggi quella intuizione appartiene a una comunità molto più ampia. Per questo la nascita dell’Associazione Viticoltori del Casentino assume un significato che va oltre l’aspetto produttivo, ma rappresenta un passaggio culturale.
Per la prima volta la valle prova a raccontarsi come un insieme, a trasformare una somma di esperienze individuali in una visione condivisa. Dietro numeri, progetti e prospettive future c’è però una domanda più importante: che cosa significa, oggi, per il Casentino, riconoscersi finalmente come territorio del vino? Ne ho parlato con Marco Biagioli, presidente dell’Associazione Viticoltori del Casentino.














Vineia ha raccontato un Casentino che sembra aver ritrovato una consapevolezza collettiva. Qual è stato, secondo lei, il passaggio che ha trasformato tante esperienze individuali in una visione condivisa di territorio?
È proprio così, Vineia ha dato voce a una consapevolezza collettiva. Per anni sono esistite tante esperienze individuali di grande valore, ma mancava un racconto comune capace di unirle. Oggi, invece, è maturata la consapevolezza che la forza del Casentino stia proprio nel presentarsi come territorio, non solo attraverso le singole aziende. Da qui nasce il desiderio di costruire un’identità che ci rappresenti davvero. Un percorso ancora aperto, ma ormai avviato.
Per anni il Casentino ha prodotto vini importanti senza riuscire a costruire una narrazione comune. Oggi, se dovesse spiegare in poche parole cosa rende unica questa valle dal punto di vista vitivinicolo, da dove partirebbe?
Partirei dal fatto che viviamo in una vallata unica, dove il turismo è arrivato con ritardo. Un ritardo che, paradossalmente, si è rivelato provvidenziale, perché ha preservato l’integrità dei paesaggi e il carattere dei suoi abitanti.
Diversamente da altre aree della Toscana, il Casentino ha conosciuto negli anni Settanta una rinascita industriale. Questo ha evitato lo spopolamento totale: molte famiglie sono rimaste qui, accompagnando la transizione dalla mezzadria all’epoca moderna senza sradicarsi dal territorio. Questa continuità ci consente oggi di leggere le potenzialità della valle con maggiore maturità. Arrivare dopo non è stato un limite, ma un’opportunità. Ci ha permesso di evitare errori altrui e di mantenere un rapporto più autentico con i luoghi. L’auspicio è che questo stesso ritardo ci aiuti a conservare l’essenza del Casentino: quella spiritualità dei luoghi e quel silenzio delle foreste che ancora lo definiscono.
Siamo un altro areale, un territorio da ridefinire, una tela bianca su cui creare qualcosa di unico. Ciò che rende unico il Casentino sono tre fattori: il clima, con escursioni termiche marcate e notti fresche anche in piena estate; il paesaggio, con una fitta presenza di boschi che non fanno solo da sfondo, ma contribuiscono al microclima e infine il fattore umano. Siamo una comunità abituata a vivere senza rendite di posizione. E in questo emerge una dote tutta italiana: la capacità di dare il meglio quando la strada è in salita.
Tra dieci anni, quando si guarderà indietro a questa Edizione Zero di Vineia, quale sarà il risultato che le farà pensare che il percorso intrapreso è stato davvero quello giusto?
Tra dieci anni spero che il Casentino continui a custodire la sua identità, senza compromessi. Guardando indietro, vorrei vedere in Vineia l’inizio di un percorso. E spero che i nostri figli possano esserne degni custodi. La prospettiva di un’IGT Casentino e, un giorno, di una DOC, nasce da qui: dal desiderio di dare un nome riconoscibile a qualcosa che possiede già una sua identità profonda. Ma le denominazioni, da sole, non bastano a definire un territorio: lo fanno le persone; le storie; i paesaggi che continuano a vivere dentro i vini. Per questo Vineia resterà nella memoria come qualcosa di più di una manifestazione o della presentazione di una nuova associazione. È stato il momento in cui il Casentino ha smesso di considerarsi una promessa e ha preso coscienza di essere già una realtà. Una realtà antica, nascosta tra foreste e montagne, che per troppo tempo aveva lasciato parlare soltanto i propri vini e che oggi, finalmente, ha trovato anche la propria voce.
*foto di Andrea Moretti
Sara Calimari
Curiosa e sicuramente eccentrica, racconta il mondo che la circonda, cercando sempre di trasmettere le emozioni che suscita in lei. Guarda al vino come alla più alta forma di storia del costume, indissolubilmente legato alla terra da cui nasce. Per lei, un calice è come un libro, che legge e racconta con umiltà nella sua genuinità.