Dal Purgatorio di Dante alle tavole di papi e re, il bianco simbolo di San Gimignano attraversa i secoli e ridefinisce la propria identità. Il punto con la Vicepresidente del Consorzio, Lisanna Boschini
di Sara Calimari
Tra le colline della Toscana regna una donna che non somiglia a nessun’altra. Elegante ma fiera, antica eppure sorprendentemente moderna. Il suo nome è Vernaccia di San Gimignano: un vitigno austero e luminoso, che vive soltanto tra queste colline e da secoli ne interpreta il carattere più profondo.
È lei la vera Regina Ribelle: bianca in una terra di rossi celebrati, discreta in un tempo che premia l’esuberanza, rimasta sempre fedele a sé stessa mentre il gusto cambiava attorno. Tra sabbie antiche, argille marine e crinali battuti dal vento, la Vernaccia ha costruito una personalità fuori dagli schemi del vino bianco italiano.
A San Gimignano il vino non è semplice agricoltura: è paesaggio, memoria, identità. Già nel 1276 compare negli Ordinamenti delle Gabelle comunali, segno di un valore economico già consolidato. Nel Trecento entra nella letteratura con Dante Alighieri, che la cita nel Purgatorio; nei secoli successivi passa sulle tavole di papi, mercanti e corti rinascimentali.
La consacrazione moderna arriva nel 1966, quando Vernaccia di San Gimignano diventa il primo vino italiano a ottenere la DOC. Nel 1972 nasce il Consorzio di tutela, mentre il 1993 segna il passaggio alla DOCG. Da allora la denominazione continua a evolversi, custodendo la propria storia senza trasformarla in nostalgia.
Oggi il lavoro del Consorzio è concreto: tutela del nome, promozione, presidio dei mercati, valorizzazione culturale. Per troppo tempo la Vernaccia è stata liquidata come bottiglia acquistata tra le torri da un turismo frettoloso, ma, in realtà, dietro ogni etichetta c’è uno dei bianchi più originali del Paese.
Perché la Vernaccia non è un bianco costruito sui profumi; non vive di aromaticità invadente né di frutto esuberante. Il suo punto di forza è altrove: nella trama gustativa, nella salinità, nella progressione. È un vino che spesso entra misurato e cresce nel bicchiere.
Al naso può muoversi tra tiglio, ginestra, pera croccante, cedro, erbe mediterranee, mandorla fresca, pietra bagnata e talvolta cenni fumé, ma è in bocca che cambia passo: struttura, tensione e una chiusura che parla più di sale e roccia che di frutto.
Ed è forse nel tempo che rivela il suo volto più sorprendente: le migliori versioni, soprattutto Riserva, si allungano con grazia acquistando profondità, richiami iodati, spezie fini e una complessità che pochi associano d’istinto a un bianco toscano.
È una ricchezza espressiva che al Vinitaly 2026 è emersa con chiarezza. Nel calice si è mostrata una denominazione viva, sfaccettata, finalmente consapevole della propria forza.
Una nuova fase che passa anche dalla visione del Consorzio e, proprio a Verona, ho avuto l’occasione di confrontarmi direttamente su questo punto con Lisanna Boschini, Vicepresidente del Consorzio del Vino Vernaccia di San Gimignano.
Il Consorzio parla di “Regina Ribelle”: quanto è importante avere finalmente un linguaggio contemporaneo per raccontare un vino antico?
Quando il Consorzio ha iniziato a parlare di “Regina della Toscana”, in pieno periodo pandemico, si è aperta una nuova fase nella comunicazione della Vernaccia di San Gimignano. Da lì è nato un percorso volto ad adottare un linguaggio più contemporaneo, capace di rendere accessibile e attuale un vino che vanta una storia straordinaria: proprio quest’anno celebriamo 750 anni di testimonianze documentate.
Un patrimonio così antico ha bisogno di essere raccontato attraverso codici moderni, in grado di dialogare con un pubblico più ampio, senza perdere profondità. Oggi la Vernaccia di San Gimignano viene presentata come la “Regina bianca di Toscana”: unica, nobile, ma anche “ribelle”. Una ribellione che sta nella sua capacità di sorprendere, di uscire dagli schemi e di smentire le aspettative spesso legate ai vini bianchi tradizionali.
In questo percorso si inserisce il festival “Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest”, che da quattro anni rappresenta un tassello fondamentale della strategia di comunicazione. Un evento pensato per coinvolgere stampa, operatori e appassionati, contribuendo a costruire un’immagine della denominazione sempre più viva, dinamica e contemporanea.
Qual è oggi il pregiudizio più duro da superare sulla Vernaccia di San Gimignano?
Il pregiudizio più difficile da superare riguarda l’eredità degli anni ’80, un periodo in cui la Vernaccia di San Gimignano era spesso percepita come un vino privo di profondità. Oggi la realtà è profondamente cambiata. La sfida per il Consorzio e per i produttori è quindi duplice: da un lato aggiornare la percezione del pubblico, dall’altro dimostrare con i fatti l’evoluzione qualitativa raggiunta. La Vernaccia di San Gimignano contemporanea è un vino bianco di grande finezza e struttura, capace di esprimere il territorio con autenticità e, soprattutto, dotato di una straordinaria capacità di invecchiamento, una caratteristica che rappresenta uno dei suoi tratti distintivi più affascinanti. Raccontare questa longevità significa ridefinire completamente il posizionamento del vino.
Il ricambio generazionale nelle aziende della denominazione quanto sta incidendo sulla qualità e sul linguaggio con cui il vino viene raccontato?
Il ricambio generazionale sta incidendo in modo significativo sia sulla qualità del vino sia sul linguaggio con cui viene raccontato. Il Consorzio stesso rappresenta un esempio virtuoso, con un consiglio di amministrazione tra i più giovani in Italia. Questo elemento non è solo simbolico, ma si traduce in un approccio più dinamico, aperto all’innovazione e attento ai cambiamenti del mercato. Le nuove generazioni portano con sé competenze tecniche aggiornate, una maggiore sensibilità verso la sostenibilità e una visione più internazionale. Il loro contributo è fondamentale per mantenere viva la denominazione, garantendo continuità con la tradizione ma anche capacità di evolversi.
Quali sono oggi i mercati esteri più strategici per la Vernaccia di San Gimignano e dove vede il maggiore potenziale di crescita?
Dal punto di vista dei mercati esteri, la Vernaccia di San Gimignano gode già di un buon posizionamento in Europa, soprattutto in Germania, negli Stati Uniti e in Canada, dove è apprezzata per la sua identità distintiva e la sua versatilità a tavola. Guardando al futuro, il potenziale di sviluppo è ancora ampio, sia nei mercati tradizionali sia in quelli emergenti, dove i consumatori mostrano un interesse crescente per vini autentici e legati al territorio. Parallelamente, per il 2026 il Consorzio intende rafforzare le attività di promozione anche sul mercato nazionale, con l’obiettivo di valorizzare la Vernaccia di San Gimignano come una delle espressioni più autentiche ed eccellenti del Made in Italy. Non solo un grande bianco toscano, ma un simbolo di identità e storia, capace di rappresentare al meglio la qualità e l’unicità della nostra produzione vitivinicola nel panorama internazionale.Il segnale più concreto, però, resta quello che arriva dal calice. A Vinitaly i vini degustati hanno mostrato stili differenti, ma una riconoscibile coerenza territoriale: sale, luce, energia.




Da Casa Lucii si respira il valore della terra come principio vitale. Il motto In humo virtus sintetizza una filosofia agricola che parte dall’humus, dal rispetto dei cicli naturali, dalla fertilità come bene da custodire. Biologici certificati dal 2000, oggi guidati da una nuova generazione dinamica e preparata, il loro Mareterra Riserva 2020 è tra gli assaggi più centrati: dorato luminoso, note di gelsomino, tiglio, miele d’erica e frutto maturo appena accennato. In bocca è ampio, vivo, attraversato da una lama agrumata che ne allunga il passo.
In Signano il lavoro artigianale incontra la precisione stilistica. L’azienda nasce nel 1961 con l’acquisto di due ettari da parte di Ascanio Biagini e cresce negli anni parcella dopo parcella. La Ginestra interpreta il lato più cesellato della denominazione: pressatura soffice e affinamento di dodici mesi con bâtonnage, il profilo olfattivo intreccia pesca, gelsomino, leggere note vanigliate e chiusura di mandorla amara. In bocca è fine, composto, sapido, con una materia levigata che non perde tensione.
Con Casa alle Vacche il racconto torna contadino e autentico. Il nome deriva dalla stalla ottocentesca che occupava l’antico edificio aziendale, oggi trasformato in cantina e agriturismo. La famiglia Ciappi continua una tradizione agricola vera, oggi orientata alla sostenibilità e alla valorizzazione dei vitigni autoctoni. I Macchioni 2025 punta sulla purezza del vitigno: ginestra, timo, pera, pesca e una sottile impronta minerale. La bocca si fa piena ma agile, fresca e salina.
Collemucioli porta nel calice l’anima mediterranea di Pancole. Sotto lo sguardo del Santuario di Maria Santissima Madre della Divina Provvidenza, in un contesto che unisce spiritualità e agricoltura, al calice è un trionfo di elicriso, ginestra, pesca e pera matura. Il sorso entra generoso per poi alleggerirsi in una freschezza citrina, che conduce a un finale officinale di rosmarino.
Fattoria di Fugnano conferma il valore del versante nord-ovest, dove i vigneti, posti ad un’altezza di 350 metri, godono di forti escursioni termiche e i suoli presentano una buona componente ferrosa. Oggi qui Laura porta avanti un progetto fortemente identitario con una versione di Vernaccia balsamica e dinamica, tra ginepro, agrumi e salsedine. L’assaggio è vibrante, balsamico, con richiami di mandarino e mentolo che lo rendono dinamico e moderno.
La Fattoria San Donato, della famiglia Fenzi, coltiva dal 1932 le colline a sud del borgo seguendo i principi dell’agricoltura biologica. Qui il vino è parte di un ecosistema agricolo più ampio fatto anche di olio, zafferano, ortaggi e ospitalità rurale. Il risultato è una Vernaccia diretta e luminosa: tiglio, pera, erbe aromatiche e un sorso teso, gastronomico, da tavola vera.
Infine, La Lastra, progetto nato negli anni Ottanta con una visione rurale moderna fondata su biodiversità, sostenibilità e rispetto del paesaggio, propone una lettura più stratificata su note floreali, agrumate, tropicali misurate, timo e accenni fumé. Il sorso è strutturato, persistente, ma sempre slanciato da una bella acidità finale.
Ciò che colpisce è che nessuno di questi vini somiglia davvero all’altro, eppure, tutti parlano la stessa lingua: quella del vento, della luce e dei terreni antichi che un tempo furono mare.
San Gimignano oggi è uno dei luoghi più completi dell’enoturismo italiano. Si passeggia tra vicoli medievali, si degustano vini con vista sulle torri, si cena nelle fattorie, si dorme tra i filari. Qui il vino non viene esibito: viene vissuto.
La Vernaccia è finalmente tornata dove merita di stare: al centro del racconto toscano. E lo fa come fanno le vere regine: con grazia e carattere, senza chiedere permesso.
Sara Calimari
Curiosa e sicuramente eccentrica, racconta il mondo che la circonda, cercando sempre di trasmettere le emozioni che suscita in lei. Guarda al vino come alla più alta forma di storia del costume, indissolubilmente legato alla terra da cui nasce. Per lei, un calice è come un libro, che legge e racconta con umiltà nella sua genuinità.