Ilaria Tachis e il suo Podere La Villa: tornando a casa in mezzo alle vigne, al silenzio, alla memoria…

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Nel cuore della campagna fiorentina, dove un tempo si costruivano orologi e ora si fa vino, un progetto agricolo e familiare che porta avanti lo spirito del padre Giacomo

di Sara Calimari

L’ho vista entrare nella stanza ad adagio, senza clamore. Ero a fare un servizio per AIS a Scandicci, in una delle sale del Castello dell’Acciaiolo. Non l’avevo mai incontrata prima, ma il suo nome lo conoscevo da sempre. Come si può non conoscere quel cognome, Tachis? Un’eredità che vibra nella viticoltura italiana e che si sussurra sempre con rispetto nell’ambiente.

Mi ero chiesta più volte come potesse essere portare sulle spalle il nome di un padre, Giacomo Tachis, che ha cambiato per sempre il modo di fare vino in Italia. Ma quando Ilaria è entrata in quella sala, minuta, composta, con quei suoi grandi occhi profondi, non ho più pensato al peso di un’eredità. Ho sentito solo una presenza gentile, autentica, che senza dire nulla, già raccontava tutto.

E così ho capito che in lei non c’è l’ombra del padre, ma la continuità viva del suo spirito.

Cresciuta nel cuore della Toscana, Ilaria è figlia di una storia che ha radici forti. Racconta della madre, torinese, spaesata negli anni ’60 in un Chianti ancora contadino, fatto di botteghe chiuse per la raccolta delle olive e case fredde con i bagni esterni. Racconta di un padre che credeva profondamente nella forza di chi ha la terra nel sangue, nei figli dei mezzadri, nelle mani che conoscono la vigna prima ancora del vino. Ed è in questa umanità vera, nei gesti semplici, in questo paesaggio fatto di fumo nei camini, orti e silenzio, che si annida la sostanza del fare bene.

Ilaria ha studiato lingue, arte e letteratura. Ha viaggiato, ha raccontato la sua Toscana agli stranieri, ne ha promosso le cantine, i paesaggi, la storia. Ma poi qualcosa – o forse qualcuno – l’ha richiamata a casa: la nascita dei suoi figli, Riccardo e Nicolò, e la volontà di fare della propria terra una scelta, non solo un ricordo. Così è nato Podere La Villa che è allo stesso tempo famiglia, visione, gesto quotidiano. E nel 2022, dopo anni di sogni, è arrivata anche la cantina: piccola, elegante, sobria, ricavata dalla vecchia tinaia di una villa rinascimentale conosciuta come Villa Panerai, nome illustre nel mondo dell’orologeria e un tempo proprietaria dell’immobile.

All’ingresso della proprietà, accoglie gli ospiti un magnifico orto bio-attivo, realizzato con cura e grande maestria. Non si tratta soltanto di un luogo in cui crescono ortaggi di stagione, ma di un vero e proprio giardino del gusto, incorniciato da erbe aromatiche e arbusti mediterranei che raccontano la stessa attenzione al dettaglio e alla natura che Ilaria dedica al vino. Un angolo vivo e profumato, che rende visibile fin da subito quella promessa silenziosa di autenticità e rispetto che pervade ogni angolo del Podere.

Una tenuta d’ispirazione antica, ma proiettata al futuro, con un piccolo vigneto coltivato con cura e rispetto, dove ogni gesto è attento e pieno di amore.
Quello stesso amore con cui Ilaria ti accoglie, aprendo le porte del suo mondo con un sorriso immenso, e ti accompagna nella degustazione dei suoi vini (magistralmente seguiti da Alessandro Cellai), che sono narrazioni in bottiglia del suo universo: intime, emozionanti, vere, proprio come tutto ciò che la circonda.

Il primo vino al calice è il Pargolo – Chianti Classico DOCG 2023, un Chianti Classico che celebra la nascita del figlio Riccardo e del nuovo vigneto. Un vino che è respiro familiare e promessa di futuro, ottenuto da Sangiovese e una piccola percentuale di Merlot, affinato per 10/12 mesi in barrique usate e cemento, poi in bottiglia, per comporre la propria voce.

Alla vista, il colore è un rubino delicato con riflessi amaranto, vivo, vibrante. Il naso racconta prima il glicine e la lavanda, poi le erbe officinali, per aprirsi in un frutto nitido e succoso di ciliegia ferrovia e mora, con un finale che sfuma nel salmastro. In bocca è diretto, con un tannino centrale fruttato e preciso, accompagnato da un’acidità agrumata e una chiusura sapida, lunga, che richiama armonicamente il frutto su echi di ciliegia.

Expecta – Chianti Classico Riserva DOCG 2022 è, invece, un sogno che prende forma. Una Riserva appena nata, ma già intensa. La selezione delle uve (di Sangiovese con sempre una piccola parte di Merlot) è manuale, la vinificazione avviene in tini d’acciaio per venti giorni, poi il vino riposa in tonneaux nuovi e barrique di secondo passaggio, quindi in cemento, prima dell’imbottigliamento.
Al calice, il colore è rubino con riflessi carminio, luminoso e fiero. Il profumo è un intreccio di poesia e memoria: petali di rosa, caramelle Leone alla violetta, su uno sfondo balsamico di alloro, incenso e mentolo. Il frutto è dolce, denso e avvolgente, come una confettura di ciliegia e prugna, che ricorda la crostata della domenica. In bocca, entra morbido e fine, i tannini sono già godibili, avvolgenti, e la freschezza si allunga nel sorso con una bellissima scia sapida.
È un vino che emoziona già nei suoi primi mesi di vita: una Riserva viva, in divenire e con una sua forte identità.

E poi c’è Giacomo – IGT Toscana Rosso. Il vino che è saluto e carezza. Dedicato a suo padre, come fosse una lettera scritta ogni anno per lui, questo Merlot in purezza è forse il più intimo tra i tre. Le uve sono selezionate a mano dai migliori vigneti (di 18-30 anni) di Podere La Villa, segue poi una vinificazione in acciaio per 20 giorni, successiva fermentazione malolattica in tino ed affinamento per 18 mesi in barrique di rovere francese (40–50 % nuove), con un ulteriore anno in bottiglia. Qui, il colore è un rubino fitto, intenso. Il bouquet è ricco, poliedrico: arancia essiccata, amarena, rosa, lavanda, mora di gelso, note minerali di salamoia e iodio; balsamico di alloro, resina e infine la china. Al palato è caldo, corposo, con tannini setosi ed eleganti, come ci si aspetta da un Merlot fatto bene. L’acidità e la mineralità sostengono il sorso e lo allungano sul finale in echi di mora. In questo vino non ho colto solo un eccellente Merlot toscano, ma un abbraccio, un grazie. Un canto d’amore di Ilaria per il padre e per quella terra che l’ha vista crescere.


Ma per capire fino in fondo la scelta di Ilaria, bisogna tornare indietro e posare lo sguardo su suo padre, Giacomo Tachis. Non fu solo un grande enologo, fu l’Enologo, con la “E” maiuscola. Un uomo che, entrando giovanissimo alla corte dei Marchesi Antinori, accese la scintilla di un nuovo linguaggio enologico in Italia. In un tempo in cui il vino si faceva con uve abbondanti e tecniche approssimative, lui osò guardare avanti. Andò a Bordeaux, studiò con Peynaud e tornò in Italia con idee nuove: la malolattica, l’uso attento del legno e l’introduzione di nuovi vitigni, come il Cabernet Sauvignon. Nacquero così rivoluzioni in bottiglia come, per citarne alcune, Tignanello, Sassicaia, Solaia, Cervaro della Sala (in collaborazione con Renzo Cotarella), il Batar di Querciabella, Milleunanotte e Ben Ryé a Donnafugata e, con esse, un Rinascimento del vino italiano. Ma la sua vera grandezza fu nell’ascolto della terra, dei vitigni, degli uomini.
Eppure, nonostante la fama, Giacomo Tachis era un uomo riservato, ironico, lucido. Preferiva le campagne alle platee, i silenzi della cantina al rumore dei premi. Era consapevole del suo ruolo, ma non ne fu mai prigioniero. Nel vino cercava verità, e quella verità l’ha trasmessa anche a sua figlia.

Ilaria è cresciuta in questo orizzonte e nei suoi vini non c’è solo una donna che ha scelto la vigna, ma una figlia che ha scelto di onorare la memoria.

E allora, ogni calice diventa un abbraccio: alla Toscana, alla Famiglia, al Padre.

Una dedica silenziosa che non ha bisogno di essere detta ad alta voce, perché vive nei gesti, nei filari curati, nel tempo paziente del vino. Vive negli occhi dei figli, nei silenzi pieni della campagna, nella bottiglia che si apre e sussurra un nome: Tachis.

È la promessa di una figlia al suo babbo. Quella di continuare, con amore e con onore, ciò che lui aveva cominciato. E farlo restare, attraverso il vino, per sempre.

Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa e sicuramente eccentrica, racconta il mondo che la circonda, cercando sempre di trasmettere le emozioni che suscita in lei. Guarda al vino come alla più alta forma di storia del costume, indissolubilmente legato alla terra da cui nasce. Per lei, un calice è come un libro, che legge e racconta con umiltà nella sua genuinità.

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