Il nuovo volto di Tenuta Malavasi racconta la next gen che punta sulla sostenibilità: “Il futuro del vino è nella comunicazione, ma non solo. Bisogna puntare al territorio e alla tradizione”
di Camilla Rocca
Tenuta Malavasi è una realtà vitivinicola del basso Garda che ha fatto della Turbiana e della denominazione Lugana DOC il cuore della propria identità. La cantina interpreta il territorio con un approccio contemporaneo, fondato su sostenibilità agricola, vinificazioni poco invasive e una costante ricerca di autenticità espressiva. Oggi alla guida dell’azienda c’è Francesco Parolini, che ha consolidato una produzione centrata su tre etichette: Lugana DOC Camilla, Lugana DOC San Giacomo e Lugana DOC Riserva Hottone, ognuna capace di raccontare una diversa sfumatura della Turbiana gardesana. Tre interpretazioni accomunate da precisione tecnica, equilibrio e una spiccata vocazione all’abbinamento gastronomico
Che cosa rappresenta, per te, la next generation nel mondo del vino?
Per me la next generation nel vino è innanzitutto un cambio di mentalità che attraversa l’intera filiera. È l’incontro tra radici profonde e visione contemporanea: un modo nuovo di interpretare la tradizione, rinnovandola e allontanandola da alcuni dogmi che oggi rischierebbero di renderla meno accessibile. Significa spingere verso un settore più trasparente, sostenibile e aperto, senza perdere di vista la valorizzazione del territorio e l’obiettivo di una qualità di prodotto sempre più alta.
Perché ritieni che oggi il tema del ricambio generazionale nel vino sia così centrale?
Perché diversi fattori stanno accelerando più delle cantine stesse. Il profilo dei consumatori evolve rapidamente, così come il clima e le dinamiche di consumo, e questo impone un ripensamento sia sul piano produttivo che su quello commerciale. Servono competenze più agili, flessibilità mentale e una forte capacità di adattamento: caratteristiche che oggi trovano espressione soprattutto nelle nuove leve, rendendo il ricambio generazionale un tema cruciale per la continuità e la competitività del settore.
Quanto conta davvero la sostenibilità per la next generation dei produttori, e come la interpretate concretamente in cantina?
Per noi produttori la sostenibilità è diventata un pilastro imprescindibile. Non è più un valore aggiunto, ma un approccio proattivo che deve guidare ogni scelta, dalla vigna alla bottiglia, per rispondere in modo efficace alle nuove esigenze ambientali e di mercato.
In Tenuta Malavasi questa esigenza la interpretiamo attraverso pratiche e protocolli riconosciuti a livello nazionale e internazionale, sia in vigneto sia in cantina. In campo puntiamo su inerbimento e promozione della biodiversità, oltre che su tecnologie di precisione che riducono sprechi e interventi superflui. In cantina lavoriamo con materiali riciclati, packaging più leggeri e soluzioni che abbassano consumi ed emissioni. Sono solo alcuni esempi di un percorso molto più ampio. La sostenibilità, oggi, richiede un impegno costante e una visione che abbracci ogni fase del processo produttivo.
Quanto è importante, secondo te, avere oggi un volto giovane e riconoscibile che racconti l’identità della cantina?
Oggi è davvero molto importante, è quasi un fattore chiave per le cantine avere un volto giovane che trasmetta alle nuove generazioni di consumatori il perché quel vino viene fatto e la storia che si cela dietro quella singola bottiglia.
In che modo stai contribuendo a innovare l’azienda?
Cerco di apportare continui miglioramenti sotto il profilo della sostenibilità e cerco di comunicare in modo più trasparente e diretto al consumatore i valori, la storia e anche la visione futura che guidano la nostra azienda.
Per me innovare non significa stravolgere ciò che siamo, ma evolvere nel rispetto della nostra identità. Significa saper coniugare tradizione e innovazione, valorizzando il patrimonio che abbiamo costruito nel tempo e rendendolo sempre più attuale.
Hai vissuto momenti di confronto o scontro generazionale da quando sei entrato in azienda? Come li avete trasformati in crescita?
Sì, certamente. È una dinamica che accomuna gran parte della next generation, sia nel momento dell’ingresso in azienda sia durante il vero e proprio passaggio generazionale. Personalmente ho sempre vissuto questi confronti, e talvolta anche gli inevitabili attriti, come un’opportunità di crescita. Dal dialogo tra visioni diverse, a volte anche molto distanti, possono nascere prospettive nuove e soluzioni che migliorano il lavoro di tutti.
Credo che questo tipo di confronto rappresenti una componente essenziale del processo di innovazione ed evoluzione di un’azienda. Per costruire il futuro, infatti, è fondamentale conoscere e valorizzare il percorso che ci ha portato fin qui: solo comprendendo davvero da dove veniamo possiamo decidere con chiarezza dove vogliamo andare.
C’è un consiglio che daresti ai tuoi colleghi vignaioli, qualcosa che noti spesso e su cui il settore potrebbe migliorare?
Credo che nel nostro settore ci sia ancora molto spazio per rafforzare il senso di unione e collaborazione tra colleghi. Il mondo del vino è composto da realtà molto diverse e spesso altamente frammentate. Proprio per questo credo sia importante sviluppare una maggiore consapevolezza del fatto che, oltre agli obiettivi individuali di ciascuna azienda, esiste anche un interesse collettivo da tutelare e valorizzare. In alcuni contesti, agire con una visione più condivisa e orientata al bene del settore nel suo complesso potrebbe generare maggiore valore per tutti. Una collaborazione più forte, più dialogo e una maggiore capacità di fare sistema renderebbero il comparto più solido, competitivo e capace di affrontare le sfide future. Alla fine, se cresce il valore del settore, ne beneficiano anche le singole aziende che ne fanno parte.
Ti è mai capitato che importatori o distributori ti considerassero “di meno” per via della tua giovane età?
Sì, può capitare, e credo faccia parte del percorso, soprattutto quando si è giovani e si entra in un settore dove esperienza e credibilità hanno un peso importante. L’importante è non viverlo come un ostacolo o un motivo di scoraggiamento, ma piuttosto come uno stimolo a crescere, migliorarsi e dimostrare il proprio valore nel tempo.
Qual è il vino che senti più rappresentativo della vostra next generation e della vostra visione sostenibile?
Personalmente non identificherei un vino in particolare, perché ciò che rappresenta davvero la nostra next generation non è una singola etichetta, ma un modo preciso di intendere la produzione. Per me, il vino che incarna questa visione deve rispondere ad alcuni requisiti fondamentali: nascere nel rispetto di protocolli di sostenibilità concreti, valorizzare la storia e l’identità del territorio ed essere un’espressione autentica del suo terroir. Allo stesso tempo deve saper interpretare la contemporaneità, affrontando le sfide del presente senza perdere il legame con la tradizione. In sintesi, credo in un vino capace di unire innovazione e radici, che guardi al futuro con responsabilità e visione.
Camilla Rocca
Una passione per il mondo del vino che parte dalle origini, si è allargata all’enoturismo e ai racconti delle persone, di quei volti, quelle mani, delle storie che sono dietro alla vigna