Il vitigno simbolo del Sud Europa diventa ponte culturale e climatico: una varietà antica che oggi, anche in Italia, cerca una voce contemporanea e internazionale
di Raffaello De Crescenzo
Nel panorama mondiale del vino, pochi nomi evocano con altrettanta immediatezza sole, roccia e pendenze vertiginose quanto quello di Álvaro Palacios. L’enologo spagnolo, formatosi tra Bordeaux e la Rioja più arida, è stato tra i protagonisti della rinascita della Garnacha nel Priorat, territorio dove questa varietà trova una delle sue espressioni più profonde grazie ai suoli scistosi, alle vigne antiche e a un clima in cui l’estate sembra non finire mai.
Qui Palacios, insieme ad altri visionari, ha trasformato un angolo marginale della Catalogna in una delle regioni più affascinanti del vino contemporaneo: etichette come L’Ermita, Finca Dofí e Camins del Priorat raccontano la Garnacha in tutta la sua potenza ed eleganza, tra frutti rossi intensi, note minerali e una tensione sapida che allunga il sorso.
Eppure la Garnacha – che in Italia assume nomi diversi, dal Cannonau all’Alicante fino al Tai Rosso – non è patrimonio esclusivo di Catalogna o Francia meridionale. È una varietà solare e adattabile, capace di interpretare climi caldi e suoli poveri restituendo ogni volta un’identità precisa.
“A livello Darwiniano, in questo vitigno vi è la capacità straordinaria di adattarsi plasticamente al terroir che lo accoglie, assorbendo e restituendo caratteri specifici provenienti dall’ambiente stesso – spiega l’esperto di varietà vitivinicole del Mediterraneo Pierluigi Gorgoni – A seconda del territorio in cui cresce, infatti, questa uva, più di altre e meglio di altre, assume caratteri identitari che le conferiscono un profilo strutturale aromatico definito e riconoscibile”.
Proprio per questa riconoscibilità, negli ultimi anni alcune cantine marchigiane stanno riscoprendo, con rinnovato interesse, questo vitigno, in un dialogo tra Mediterraneo e Marche, che plasma un racconto più ampio: non più vini “minori” rispetto ai grandi classici regionali, ma testimonianze di una vocazione antica, moderna e internazionale. Produttori piceni e maceratesi stanno amplificando la voce di questo vitigno, attraverso vinificazioni in purezza e stili contemporanei, aprendosi a mercati internazionali e a pubblici curiosi e consapevoli. E in un mondo dove il cambiamento climatico spinge verso varietà capaci di esprimere freschezza anche in condizioni di calore, queste uve mediterranee potrebbero diventare un ponte naturale tra l’identità del territorio marchigiano e il gusto globale del vino solare.
Così, se da una parte il nome di Palacios richiama immediatamente grandi vini di Garnacha mediterranea, dall’altra il cuore delle Marche batte con una forza e una storia propria, pronta a dialogare con quella stessa “mediterraneità” attraverso vini che, pur meno celebrati, raccontano una geografia, una cultura e una visione di territorio tanto intensa quanto affascinante.
Visione che si è voluta esplorare in occasione dell’ultima edizione di “Rosso di Sera”, svoltasi a fine novembre a Porto San Giorgio. Ha riscosso grande successo la masterclass dedicata ai grandi vini del Piceno ottenuti da questo vitigno, condotta da Pierluigi Gorgoni, da oltre venti anni docente di materie enologiche presso la prestigiosa Alma-Scuola internazionale di Cucina italiana, nonché responsabile degustatori della guida vini dell’Espresso per ben 10 anni.
“Nel Piceno questa varietà era presente da cent’anni e più; si trattava di scoprirla e valorizzarne le virtù – afferma ancora Gorgoni – Marco Casolanetti, dell’azienda “Oasi degli Angeli” è stato il principale artefice della rinascita di questo vitigno nella zona e da lì in poi sono fiorite altre esperienze altrettanto valide, al punto che oggi, le nove etichette di Grenache delle Marche sono qualitativamente tra l’ottimo e l’eccellente, mai di meno. Il lavoro di Oasi degli Angeli è un sicuro riferimento e fonte d’ispirazione circa la capacità di interpretazione in una chiave “naturale” del vino, in generale, e di questo vitigno in particolare”.
Lo stesso Kupra, celeberrimo vino dell’Oasi degli Angeli, è cambiato dalle sue prime annate a oggi, con uno sviluppo espressivo in cui la sua grandiosità non si manifesta muscolarmente, in genere ha infatti un corpo meno “ingombrante” rispetto al Montepulciano, ma nella complessa seduzione aromatica e profondità, sempre raccontando la sua terra, la macchia aromatica, i colli che guardano il mare.
“Sono vini che richiedono impegno in campo e grande lavoro in cantina, per un affinamento in grado di valorizzare il vino ottenuto. Tutto ciò si ripercuote sul livello economico, importante, di questi prodotti, da regalarsi sicuramente in occasioni speciali – afferma ancora Gorgoni – L’esperienza dei produttori merita di essere riconosciuta a livello internazionale, per la capacità di rivalutazione di un terroir a dir poco formidabile”.
La Degustazione
La Ribalta 2020 di Pantaleone è un vino emblematico, che gioca proprio su questo equilibrio: rosso intenso, avvolgente, ma mai eccessivo, in cui il frutto maturo e le spezie dialogano con una trama tannica fitta e ordinata. Un vino che rivendica il diritto di stare al centro della scena, come suggerisce il nome, e che racconta con chiarezza una vocazione mediterranea reinterpretata con precisione enologica.
Accanto a questa visione, emerge la sensibilità di Clara Marcelli con Ruggine 2020: un vino dal profilo più intimo, quasi introspettivo, dove il Grenache si fa materia, profondità, sfumatura. Qui il calore del vitigno è bilanciato da una lettura elegante, fatta di note ferrose, frutti scuri e una beva sorprendentemente dinamica.
Più diretto e gastronomico è il Rossomatò 2020 di Walter Mattoni, che interpreta il vitigno in chiave conviviale, puntando su immediatezza, succosità e una freschezza che invita al secondo bicchiere. Una dimostrazione di come il Grenache possa essere anche vino quotidiano di qualità, senza rinunciare a personalità e riconoscibilità.
Con Isra 2020, Maria Letizia Allevi propone una versione intensa e misurata, dove la maturità del frutto si accompagna a una struttura solida e a un sorso profondo, mentre Irene Cameli, con Red 2020, lavora su un registro più contemporaneo, fatto di precisione aromatica, pulizia e tensione, parlando a un pubblico curioso e trasversale.
Anche Poderi San Lazzaro, con Pistò 2020, conferma come questo vitigno possa essere declinato in chiave territoriale, restituendo un vino caldo ma mai statico, mentre Dianetti, con Michelangelo 2020, firma un rosso di carattere, in cui il Grenache diventa strumento di espressione artistica e identitaria.
Chiudono, idealmente, questo percorso Le Caniette, con Cinabro 2020, e Oasi degli Angeli, che con Kupra 2022 spinge l’asticella verso una lettura più potente e internazionale, senza perdere il legame con il suolo e il clima marchigiano.
Vini che, nel loro insieme, raccontano una nuova pagina del vino marchigiano: meno scontata, più mediterranea, capace di dialogare con il presente e con il futuro. Il Grenache, nel sud delle Marche, non è più una comparsa silenziosa, ma una voce autorevole, pronta a conquistare la sua ribalta.
Raffaello De Crescenzo
Analista sensoriale laureato in Tecnologie Alimentari e in Viticoltura ed Enologia. Missionario del gusto con la passione per la divulgazione scientifica. Collabora con Vendemmie dal 2025, occupandosi soprattutto di interviste ed approfondimenti di settore