La titolare della cantina omonima racconta la sua Next Generation: “Siamo chiamati a raccogliere un’eredità importante, in un tempo che chiede cambiamento e relazione diretta. Servono coraggio e visione”
di Camilla Rocca
Il destino di Chiara Petrelli era già segnato alla nascita: venne alla luce a Siena, a metà strada tra il Chianti e Montalcino, e fu battezzata da due agronomi. Suo padre ama dire che in famiglia il DNA ha la forma di un grappolo d’uva, una descrizione che, per quanto la riguarda, è sorprendentemente logica. Figlia d’arte, è cresciuta con la casa e la cantina una di fronte all’altra; per questo, insinuarsi nell’azienda di famiglia fu per lei un gesto naturale.
Da bambina, invece di dedicarsi ai compiti, preferiva trascorrere il tempo in cantina: imbottigliando, osservando gli altri lavorare o assaggiando di nascosto il vino (ma questo, naturalmente, non andrebbe detto a nessuno). Cominciò ad aiutare il padre già in tenera età, prima nel negozio e poi, a partire dai quattordici anni, affiancandolo nelle degustazioni. A quindici anni decise di imparare l’inglese per poter accogliere al meglio i turisti stranieri e offrire loro un servizio impeccabile. In pochi mesi divenne fluente e, due anni più tardi, iniziò a occuparsi dell’export.
Concluso il liceo, il suo contributo all’azienda si fece ancora più concreto: guidò un rebranding generale, partendo dal logo e dalle etichette, e partecipò a eventi e fiere internazionali. Parallelamente si iscrisse alla facoltà di Viticoltura ed Enologia dell’Università di Bologna, studiando a Cesena.
La laurea arrivò nel marzo 2020, in piena pandemia da Covid-19. Quel periodo di chiusura le offrì l’opportunità di frequentare corsi fondamentali per l’azienda e di perfezionare le esperienze enoturistiche.
Nel 2022 divenne ufficialmente titolare dell’azienda, assumendo sempre più responsabilità nella gestione. Nonostante la mole di documenti e incombenze burocratiche, continua a considerarsi un’enologa a tutti gli effetti, lavorando fianco a fianco con il padre e la squadra nella produzione dei vini.
Dopo anni di impegno e sacrifici, nel 2025 riuscì a realizzare un piccolo grande sogno: costruire una cucina aziendale per organizzare serate a tema e accogliere gruppi di turisti da ogni parte del mondo, offrendo degustazioni dei vini in abbinamento alla tradizione gastronomica salentina.
Che cos’è la next generation nel mondo del vino?
Possiamo forse dire che fanno parte della next generation tanti coraggiosi che hanno deciso di intraprendere un percorso bellissimo tanto quanto complicato.
Perché è un tema così forte in questo momento?
È così forte perché ci troviamo in mezzo a una silenziosa (ma non troppo) rivoluzione. La maggior parte di “noi” si trova a gestire aziende di famiglia già esistenti e che hanno vissuto un periodo di crescita per l’enologia, sia dal punto di vista commerciale sia da quello tecnologico. Noi abbiamo l’enorme responsabilità di fare bene tanto quanto chi ci ha preceduto. Ci troviamo, però, di fronte a tanti ostacoli: aumento dei costi, cambiamento climatico, diminuzione della manodopera, concorrenza, dazi, ecc.
Sostenibilità nel vino, importa davvero per la Next generation?
Importa davvero perché il cambiamento climatico sta diventando, negli anni, sempre più palpabile. Si avverte quindi la responsabilità di fare bene per il pianeta, sia per il presente sia per il futuro. Sono del parere che chi lavora con la natura avverte e sviluppi un rispetto più intimo e profondo nei confronti del pianeta.
Quanto è importante avere oggi in azienda un volto che racconti il brand?
È diventato importantissimo: i clienti cercano il contatto diretto con i produttori, vogliono ascoltare la storia che c’è dietro un sorso di vino, che è diventata quasi più importante della qualità stessa del prodotto. Non si tratta solo di apparenza, ma di avere un punto di riferimento, per il cliente così come per l’azienda stessa.
Possiamo dire che tu sei il volto della Next generation della tua cantina?
Ahimè possiamo dirlo! Ci scherzo sempre su perché mi sono presa la grande responsabilità di continuare ciò che mio nonno ha avviato e che mio padre (con lui e dopo di lui) ha continuato e migliorato. Entrambi hanno fatto un lavoro eccellente (per usare un eufemismo), tra gli alti e bassi che il gestire un’azienda comporta, e mi auguro di poter dire lo stesso di me tra qualche anno.
C’è stato qualche scontro generazionale da quando sei entrato in azienda?
Gli scontri generazionali sono all’ordine del giorno! Ho la fortuna di avere mio padre che lavora ancora con me e, per quanto mi lasci prendere le decisioni da sola, è pur sempre un papà e appartiene a un’altra generazione. “Compromesso” è diventata la parola d’ordine.
Cosa vorresti dire agli altri vignaioli? Un consiglio su come migliorare che noti spesso nei colleghi?
La cosa più spontanea, in questo momento, è: “coraggio”. Come già detto, gli ostacoli sono tanti, ma noto nei colleghi tanta energia e tanta voglia di fare, che in qualche modo mi contagia e mi sprona a fare del mio meglio!
Importatori, distributori, commercianti ti hanno considerato meno in quanto giovane? E in quanto donna? E all’estero?
Purtroppo, devo rispondere di sì. Essere una giovane donna può essere un vantaggio, ma è soprattutto un grosso limite. Che sia in azienda o durante una fiera, tutti danno per scontato che io sia la figlia che aiuta il papà o la ragazza immagine. Nessuno pensa mai che io possa avere un ruolo importante in azienda o anche semplicemente che io abbia studiato. Quando dico che i vini li faccio (anche) io la risposta è solitamente: “In che senso?”.
Devo dire che all’estero è leggermente diverso. Gli importatori sono molto più concreti, pensano a “fare”, più che a “parlare”, quindi importa poco chi sei: se ti trovi lì, vuol dire che sai e puoi fare quello che stai facendo. Negli Stati Uniti, soprattutto, hanno anche piacere a vedere la nuova generazione che si occupa di un’azienda.
Qual è il vino della cantina che meglio rappresenta la next generation?
Sicuramente il Petricore. È un rosato di Aleatico, che chiamo il “mio vino”, anche se dietro ogni bottiglia c’è sempre il lavoro di 13 persone. È nato proprio da uno scontro generazionale con mio padre, per citare la domanda precedente. Avevamo idee diverse su come lavorare appunto l’Aleatico, finchè non mi sono sentita dire “se lo vuoi fare, fallo”. Siamo ancora al secondo anno di produzione di questo vino, che, essendo prodotto da una cultivar aromatica, deve essere ancora un po’ compreso. Devo però dire, che questa caratteristica rispecchia appieno il mio modo di essere ed è una bella soddisfazione avere un vino che mi rappresenta.
Camilla Rocca
Una passione per il mondo del vino che parte dalle origini, si è allargata all’enoturismo e ai racconti delle persone, di quei volti, quelle mani, delle storie che sono dietro alla vigna