Dove il vino si fa di montagna, teso, fresco, dinamico e di un’eleganza tali da meritare al più presto una sottozona…
di Maria Vittoria Sparano
Arrivo a Mamoiada una mattina d’estate, ho un appuntamento per una degustazione. È uno di quegli incontri desiderati da tanto tempo per diverse ragioni. La prima fra tutte è che Luca Gungui non è uno di quei produttori che incontri tanto facilmente in giro per fiere di settore, anzi non lo incontri affatto. Difficile è anche riuscire a intercettare sulla penisola una qualche degustazione con le sue etichette. Quasi impossibile trovare una bottiglia in enoteca, almeno dalle mie parti (centro Italia). Insomma è una bella mattina d’inizio agosto, sono in Sardegna e ho finalmente l’occasione di incontrare Luca e assaggiare i suoi vini, sono emozionata e incuriosita, ma ancora del tutto inconsapevole di quanto questa visita sarà preziosa e speciale.
Entriamo, ci sediamo e iniziamo a chiacchierare. Quella di Luca è una “storia di ritorno”, come mi piace dire: le storie di ritorno sono quelle di persone, per lo più meridionali, che per necessità, per scelta o per caso, hanno lasciato la loro casa per un altrove che però, in fondo, non si è rivelato poi così soddisfacente, ma ha solo mal celato, dietro un’illusoria parvenza di futuro migliore, quella “vita agra” alla quale a volte ci si arrende, ma che in molti casi, per fortuna, diventa lo sprone che spinge al ritorno, appunto, unica via, unica strada per riappropriarsi di una dimensione più vicina a sé stessi, più autentica, più veritiera.
Così, dopo essersi occupato di diritto e di economia lontano da casa, Luca Gungui decide di ritornare a Mamoiada e sceglie di dedicarsi completamente alla piccola vigna di famiglia diventando, come lui stesso scrive, “vignaiolo sul granito disfatto sotto il cielo stellato”. Era il 2015 e in quell’anno Luca realizzava la sua prima vendemmia della vigna che dal suo bisnonno è passata di padre in figlio fino ad arrivare a lui: Nuraghe Sas de Melas è un vigneto completamente reimpiantato nel 2004 – poco più di un ettaro – con piante allevate ad alberello su un terreno sabbioso derivante da disfacimento granitico a circa 620 m. sul livello del mare e con esposizione sud-est. È questo uno dei due cru da cui Luca realizza i suoi due rossi, il vitigno è ovviamente il Cannonau.
Assaggiamo il Nuraghe Sas de Melas 2023, nel calice il colore è intenso, scuro nella tonalità del rubino che ancora mantiene il viola della gioventù. La balsamicità è immediata e apre a una complessità aromatica piena e delicata caratterizzata dalla dolcezza del frutto perfettamente maturo che si ritrova all’assaggio e da una meravigliosa macchia mediterranea; il tannino, che a Mamoiada ha – e deve avere – la sua importanza, è sottile e sfinato, merito di una raccolta fatta al momento giusto e di un’attenzione meticolosissima durante le fasi di vinificazione; il sorso è teso e dinamico, salino e profumato. Il calice vuoto emana profumi di rose e ciliegie croccanti. Un vino completo, distintivo per grazia e fascino.
Il secondo cru di Cannonau è il Sa Cava de Pulenaria, assaggiato anche questo nell’annata 2023. Qui siamo a 750 m. sul livello del mare, un Cannonau di montagna vero e proprio. Meno di un ettaro (0,8 ha per la precisione), forte pendenza, esposizione sud-ovest, anche qui la matrice del suolo è il granito, tant’è che nelle immediate vicinanze della parcella si trova l’antica cava di granito – Sa Cava, appunto – dalle cui estrazioni sono state realizzate molte abitazioni della zona. Le piante di Cannonau sono giovani, di circa 6 anni, allevate ad alberello, dove prima il terreno era adibito a pascolo. Il colore nel calice è acceso, luminosissimo; i profumi floreali di rosa e peonia si mescolano alla frutta rossa; il sorso è un’ondata di freschezza, il tannino è scalpitante, senz’altro domabile con un periodo di riposo in bottiglia. A calice vuoto ciliegia bianca croccante e corbezzolo. Ancora una volta la marca distintiva del Cannonau di Luca Gungui è data da freschezza, eleganza e bevibilità.
La lavorazione è la medesima per entrambi i cru: raccolta rigorosamente manuale, vinificazione in cantina sotterranea a temperatura stabile di 16/17 °C, piccole masse, lieviti indigeni, provenienti da microfermentazione precedente la raccolta, usati poi come starter per le fermentazioni post vendemmia, maturazione in acciaio e infine bottiglia. Il lavoro di Luca è rigoroso: il vino, per essere messo in commercio, deve essere tecnicamente ineccepibile, non deve avere alcun difetto. E l’annata 2023, nonostante le difficoltà date dalla peronospora che ha dimezzato il raccolto, ha garantito un’uva sana e di ottima qualità, presupposto necessario a un potenziale evolutivo che in una buona annata può spingersi fino a 15 anni.
C’è poi un’altra vigna, una delle più alte di Mamoiada, a 830 m. slm, Sa Ontana de sa Perda, con esposizione nord-est; da qui provengono le uve di Cannonau destinate al rosato En Rose dal leggero colore buccia di cipolla e dal naso pulito e delicato, piacevolmente floreale, che esplode in bocca con energia e freschezza. Il contatto con le bucce è molto breve, 15 minuti, la fermentazione in acciaio dove il vino rimane sulle fecce fini fino a gennaio/febbraio cui seguiranno periodi di travasi fino all’imbottigliamento di aprile/maggio.
Mamoiada è sena dubbio un territorio di grande vocazione in cui il Cannonau esce fuori dagli stereotipi per altitudine, presenza di roccia granitica, forti escursioni termiche, tutti elementi che contribuiscono a conferire verticalità ed eleganza oltre a una beva strepitosa. Si fa presto, prestissimo, a finire le bottiglie.
Ma per Luca non si tratta semplicemente di “fare del vino” – cosa che in realtà, di per sé, in ogni caso non è affatto semplice – ma di mettere in opera “un’idea ben precisa di fare il vino”, una volontà definita, netta e irrinunciabile, espressa a chiare lettere sull’etichetta dei suoi vini: Berteru, cioè veritiero. Tutte le bottiglie, rosso, rosato, riserva, hanno questo nome, quest’unico nome; scelta singolare ma doverosa, perché traduce un concetto molto preciso, quello della sincerità, dell’autenticità, della veridicità di ciò che si fa, di ciò che si intende fare. Non si tratta di attaccare bollini, seguire mode o tifare squadre, cose, tutte, tanto effimere quanto volubili, qui si parla di sentire il vino, per usare le parole di Luca, come un “fatto culturale”, come qualcosa che appartiene a un dove e a una comunità, che segna e traduce il carattere di un territorio e delle persone che lo abitano. Lavorare la terra, rispettare il benessere della pianta, intervenire solo e quando è necessario, curare nel dettaglio ogni singolo passaggio, in vigna e in cantina, numerare le bottiglie, perseguire un’idea, avere una visione e “metterla e sistema” e, sempre e comunque, fare di ogni annata un vino che sia figlio di quell’annata e non di sofisticazioni e omologazione, tutto questo significa Berteru.
Se quello che in un viaggio fa la differenza sono le persone, Luca Gungui è stato una di quelle persone, durante il mio viaggio alla scoperta della Sardegna. Grazie davvero, Luca, e “A medas annos”.
Maria Vittoria Sparano
Laureata in Lettere Classiche, sommelier professionista con esperienza in importanti sale stellate e docente per corsi di avvicinamento al mondo enoico. Ha collaborato con i più importanti e-commerce italiani di vino ed è sempre alla ricerca di piccoli produttori di grandi bottiglie.