A Querciabella innovare il vino è una tradizione

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Quando il Chianti evocava solo rustica classicità, guardavano alla Borgogna. Se il biologico sembrava una follia, ne facevano una scelta etica: visita ad una delle prime cantine italiane capace di unire spirito internazionale e visione etica

Di Sara Calimari

Dove il tempo si fa custode, la natura un maestro e il rispetto del terroir un patto sacro.

Certe giornate sembrano già scritte in un altrove invisibile, in quell’intimo spazio dove il desiderio di solitudine incontra la possibilità dell’incontro. Era un sabato di primavera e avevo deciso di stare con me stessa. Senza programmi. Senza aspettative. Solo con la voglia di respirare il tempo che scorre, come quando si lascia che il vento apra da solo le pagine di un libro.

Così decido follemente di partire da Prato verso Greve in Chianti ad una degustazione organizzata in un’enoteca. Un calice tra le dita, qualche parola scambiata con altri appassionati, ed ecco che incontro Daniela Krystyna Cappuccio. Un sorriso aperto, occhi limpidi, la capacità rara di ascoltare davvero. Lavora per Querciabella, mi racconta. Le sue parole trasudano passione e rispetto. Prima di andare via, mi sussurra un invito che resta appeso dentro di me: “Se ti va, vieni a trovarci in cantina. Quando vuoi.”

Le cose autentiche, quelle dette con il cuore, restano. E così, qualche settimana dopo, quando la primavera aveva ormai ceduto il passo all’estate, sono salita fino a Ruffoli. Lì, tra boschi e pendenze aspre, dove l’altitudine accarezza le viti e il silenzio si fa guida, Querciabella custodisce il suo respiro.

Quel nome – Querciabella – è già un manifesto di forza e grazia. “Bella Quercia”: due parole che sembrano racchiudere l’essenza stessa del luogo. Qualcosa che resta, che cresce, che guarda avanti. Radicata come una grande storia, eppure sempre protesa verso il futuro, come solo la natura sa essere. Una bellezza che non ha bisogno di urlare, perché nasce dal silenzio della terra e dall’ascolto del tempo.

Radici profonde, visione verticale
Querciabella nasce nel 1974 per volontà di Giuseppe “Pepito” Castiglioni, imprenditore illuminato e sognatore lucido. Il suo obiettivo era chiaro: creare grandi vini toscani guardando ai modelli internazionali più raffinati. In un tempo in cui il Chianti Classico era ancora legato a uno stile tradizionale, Castiglioni porta il respiro ampio della Borgogna, la profondità del Bordeaux, la ricerca del dettaglio.

Alla sua scomparsa, nel 2003, la guida passa al figlio Sebastiano Cossia Castiglioni. Con lui Querciabella intraprende una strada coraggiosa, diventando una delle prime cantine in Italia ad adottare un’agricoltura biologica e interamente basata su pratiche vegetali. Un gesto radicale, non di tendenza, ma di convinzione. Qui il vino nasce da un pensiero: non esiste qualità senza etica. Nessuna eccellenza senza rispetto.

Oggi, alla soglia della 51ª vendemmia, la guida dell’azienda è affidata a Mita Castiglioni, figlia maggiore di Pepito, e ai suoi figli Andrea e Selene. La nuova generazione porta con sé uno sguardo attento e consapevole, senza perdere di vista lo spirito pionieristico che ha fatto di Querciabella un’icona del Chianti Classico. 

E camminando tra i filari della tenuta, si percepisce, infatti, subito un’armonia particolare. La vigna non è sfruttata, ma accudita. Il terreno respira, nutrito da compost vegetale, sovescio e rotazioni.

L’approccio è olistico: ogni pianta partecipa a un equilibrio più grande.

E in quel rispetto, in quel silenzioso ascolto del ritmo della terra, nasce una linea di vini che sorprende per coerenza e carattere. Eleganza è la parola che più spesso torna: non quella vistosa e decorativa, ma quella sussurrata, profonda, che lascia il segno come un profumo che resta anche dopo che la persona è andata via.

È in questa calda giornata di fine giugno che ho avuto il privilegio di assaggiare i vini di Querciabella in compagnia di Daniela e di Emilia Marinig, responsabile marketing. Più che una degustazione, è stata una condivisione. Un dialogo tra noi e i vini. E in ogni etichetta, come un filo invisibile, ho percepito la stessa cifra stilistica: una balsamicità elegante, sottile, francese nell’animo, ma con radici profondamente toscane.

Tra tutte le etichette – ognuna con un’identità precisa e coerente – ho scelto di raccontarne tre. Non perché le altre siano meno significative, ma perché queste, a mio avviso, condensano lo spirito profondo della cantina: l’eleganza balsamica, la tensione minerale, quella grazia francese nell’anima e toscana nelle radici che attraversa ogni sorso e rende Querciabella immediatamente riconoscibile.

Chianti Classico Gran Selezione 2019

Un Sangiovese autentico, che parla con voce chiara e senza sovrastrutture del suo territorio, incarnando l’essenza del Chianti Classico senza mai cadere nei cliché. La fermentazione in acciaio, con la tecnica del cappello sommerso che mantiene le bucce immerse per un’estrazione lenta e delicata, dona al vino profondità e finezza. L’affinamento di 18 mesi in botte grande modella ulteriormente la materia, regalando equilibrio e armonia.

Nel calice si apre un bouquet raffinato, dove la geologia arenaria dei suoli di Ruffoli si trasforma in un respiro balsamico vibrante: alloro e incenso selvatico si intrecciano a note di timida rosa, rabarbaro e radice di liquirizia. Un accenno di gesso evoca una mineralità elegante e sottile, che si svela con delicatezza.

Al palato, il vino entra con tannini centrali e di trama finissima, perfettamente integrati in un’acidità vivace e fruttata, che accompagna il sorso in una chiusura sapida, allungata e raffinata. Il finale, con sentori di cacao e tabacco dolce, lascia un’impronta calda e avvolgente.

Questo Chianti Classico affiora dalla terra di galestro senza clamore, con forza discreta e radici antiche. Un vino che racconta il tempo lento della terra e tocca l’anima di chi sa ascoltare.

Palafreno 2020
Un Merlot nato nel cuore del Chianti, ma lontano da ogni esasperazione stilistica. Nessuna ridondanza fruttata, nessuna nota verde a disturbare l’equilibrio. Solo misura, profondità e finezza.

Nel calice si presenta con un rubino profondo e luminoso, preludio a un profilo olfattivo ampio e stratificato. Il naso è un viaggio sottile e avvolgente: si apre con la ricchezza scura del cassis e della mora di gelso, poi si fa più complesso, con sentori balsamici di alloro e sfumature quasi selvatiche, che ricordano la foglia di ortica. A emergere lentamente, e con garbo, sono le note terziarie: scatola di sigari, chicco di caffè, soffuse suggestioni di humus si intrecciano a un sussurro di legno dolce, che parla più di atmosfera che di tecnica. 

All’assaggio l’ingresso è avvolgente, setoso, quasi vellutato. Entra al palato con passo lento, preciso ma mai rigido. La trama tannica è finissima, levigata, e accompagna un sorso che si allunga con sapidità composta, senza mai perdere l’equilibrio. C’è un respiro chiantigiano che torna e si fa riconoscere, come una carezza nota, familiare, rassicurante.

Batàr 2022
E poi arriva lui. Il Batàr. Il vino che ha fatto conoscere Querciabella nel mondo. Un bianco che sorprende per compostezza e tensione, ma che emoziona per armonia e profondità. Se il primo assaggio è stato, per me, una meraviglia istintiva – come il primo gelato da bambina – riconosco in Batàr l’opera compiuta di una visione enologica precisa e consapevole.

Il mio pensiero è volato subito al Corton-Charlemagne – caso vuole, assaggiato pochi mesi prima in una degustazione dedicata alla Côte de Beaune – per quella stessa purezza tagliente, per la verticalità austera e quella grazia minerale che nasce dalla pietra.

Nel calice, il Batàr si presenta con un giallo paglierino brillante, limpido e cangiante. Il profilo olfattivo è elegante e complesso: timo limonato, scorza d’agrume, dragoncello per poi virare su note più profonde e balsamiche di cera d’api e mentolo, fino ad accenti più speziati di pepe bianco e zenzero candito. È un profumo che invita al silenzio: complesso ma preciso, naturale ma scolpito.
Il legno si avverte, ma in modo invisibile: come un accompagnamento discreto, che esiste solo per rendere più netta la voce del vino.

In bocca, la magia si completa: è materico ma slanciato, animato da un’acidità affilata che sostiene il sorso con tensione e freschezza. La firma mentolata ritorna e amplifica l’allungo, mentre la sapidità chiude con eleganza su note minerali persistenti. L’origine si legge tutta: i suoli galestrosi di Ruffoli, tra i 350 e i 600 m di altitudine, donano struttura, nitidezza e un potenziale di evoluzione sorprendente. 

Un bianco che non si concede subito, ma si rivela a chi ha voglia di ascoltarlo. Francese nell’impronta, profondamente toscano nell’anima. Un grande vino, capace di durare e raccontare ogni anno una storia nuova – che viene dalla terra, ma parla la lingua dell’eleganza.

Confrontare il Batàr con un Corton-Charlemagne Grand Cru mi è risultato, quindi, spontaneo non solo come un esercizio stilistico personale, ma soprattutto come atto di riconoscimento. 

Entrambi nascono da terroir difficili, esigenti: il galestro di Ruffoli, friabile e drenante, e il calcare bianco misto a marne leggere della collina di Corton. Due suoli poveri, ma generosi nel tempo, capaci di imprimere nei vini una tensione minerale e una profondità che non ha bisogno di ornamenti.

Tecnicamente, le affinità sono sorprendenti: la fermentazione e l’affinamento in legno ben gestito. Ma è l’intenzione che accomuna i due: fare vini dove la mineralità non è solo un dettaglio, ma una colonna vertebrale. Dove l’equilibrio tra acidità e materia non impone, ma rivela: con la grazia precisa di ciò che nasce dall’ascolto. 

Il Batàr, come i grandi Corton-Charlemagne, sfugge alle definizioni. È bianco, ma con anima rocciosa. francese nell’impronta, ma inconfondibilmente toscano nel carattere. Un vino che non puoi descrivere. Lo ascolti.

Il silenzio dell’eleganza, l’etica come visione

Querciabella mi ha mostrato come il vino possa essere un gesto etico, un atto di bellezza e responsabilità. Ogni calice è una narrazione lenta, precisa, coerente.

Non si fa tendenza, ma si racconta un’identità. E ciò che ho portato via con me, oltre al ricordo di vini impeccabili, è l’idea che fare vino può essere una forma d’arte che parte dal rispetto: della terra, degli animali, del tempo, delle persone.

Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa e sicuramente eccentrica, racconta il mondo che la circonda, cercando sempre di trasmettere le emozioni che suscita in lei. Guarda al vino come alla più alta forma di storia del costume, indissolubilmente legato alla terra da cui nasce. Per lei, un calice è come un libro, che legge e racconta con umiltà nella sua genuinità.

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