Emiliano Sosa: “Le radici dell’aperitivo in Argentina sono italiane, anche quando brindiamo con un vermut locale”

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L’enologo sudamericano racconta la rinascita artigianale di alcuni distillati tra memoria e normative: “Da noi il codice della strada è più rigido ma ora serve più cultura, non solo regole”

di Raffaello De Crescenzo

C’è un “fil rouge” che unisce da sempre l’Italia e l’Argentina e che, inevitabilmente, ci conduce anche a tavola; da qui, allora, è inevitabile ritrovarsi a parlare di ciò che si beve nella patria del tango e di Maradona. Con Emiliano Sosa, enologo argentino, originario del dipartimento di Junín (Mendoza), incontriamo un interlocutore ideale per scoprire cosa si consuma sia a tavola che all’interno di bar e locali, oltre che in occasioni di feste, fiere ed eventi.

Emiliano, che ha fatto del mondo del mondo del vino, ma soprattutto dei distillati – tra cui vermouth (qui chiamati “vermut”), bítter, fernet e gin – il fulcro della sua attività, si è diplomato come tecnico superiore in Enologia all’IES di Junín e ha iniziato nel 2018 a lavorare presso la cantina del Grupo Peñaflor, dove ha approfondito la distillazione, sotto la guida di Roberto Castro. Da quel momento ad oggi, ha creato 25 ricette di vermut, 15 di bítter e 7 di fernet.

Attualmente lavora come consulente tecnico per piccole distillerie e vini artigianali in Argentina e Spagna, tenendo seminari in diversi paesi sudamericani ed offrendo formazione nei processi di produzione, macerazione, filtrazione, oltre ad occuparsi della parte burocratica per l’ottenimento delle licenze.

Nel 2020 ha progettato il primo vermut a base di Bonarda con botaniche della zona di Mendoza (jarilla, rosmarino, ecc…), venduto poi ad un’azienda spagnola. Attualmente ora sta lavorando all’apertura della prima vermutería della zona est di Mendoza e fornendo supporto tecnico per lo sviluppo di una distilleria, in partnership con una grande azienda argentina del settore.

Seppur ancora emergente, Emiliano Sosa ha ricevuto già diversi riconoscimenti, tra cui la medaglia d’argento al IV Campeonato Nacional de Cerveza y Gin 2024 a Buenos Aires, nella sua prima edizione per la categoria vermut, con il suo vermut “Rosso”, invecchiato 6 mesi in barrique,  prodotto con il marchio Famiglia Delle Vedove. Negli ultimi anni, inoltre, si è distinto in eventi regionali e internazionali come relatore.

“La tradizione del vermut ha radici profonde sia in Italia che, sorprendentemente, in Argentina, due Paesi legati da storia, emigrazione e con una cultura conviviale” ci racconta il giovane enologo.

Tra la fine dell’800 e la metà del ‘900, infatti, l’Argentina ha accolto milioni di immigrati italiani (soprattutto piemontesi e liguri), che portarono con sé abitudini, gusti e ingredienti della tradizione.

Il vermut è così diventato rapidamente parte della vita quotidiana argentina, sia in casa che nei bar, e non a caso “el vermú” si è affermato all’interno della “hora del vermut”, un momento conviviale simile al nostro aperitivo.

Bevuto generalmente con ghiaccio, una fetta d’arancia e un’oliva, il vermut è molto popolare nei “vermuteros”, locali revival dedicati al vermut tradizionale.

“La tradizione del vermut italiano qui in Argentina è molto forte, così come l’abitudine a fare aperitivo – ci spiega Emiliano, che aggiunge – Il vermut è diffuso ovunque e consumato prevalentemente nei fine settimana e durante i pasti domenicali; si tratta di un prodotto che sta  attraversando una bella riscoperta negli ultimi anni, grazie a produzioni artigianali locali (come Lunfa, La Fuerza e Carpano argentino), ed ai cocktail bar che lo reinterpretano in chiave moderna, soprattutto tra i giovani, attratti dalla nostalgia vintage e dal gusto amaro-elegante”.

Emiliano, a livello di mercato, quali sono i prodotti che muovono i volumi più interessanti dal punto di vista dell’import e dell’export?

Senza dubbio, i vermut e, come in Europa, il gin. In particolare, per quanto riguarda l’export, il vermut argentino sta crescendo, soprattutto a livello di marchi artigianali, con prodotto dallo stile classico, rivisitati. I Paesi principali sono la Spagna e il Regno Unito, oltre ad altre piccole quantità destinate ad altre nazioni europee. Per quanto riguarda brandy e liquori, la produzione locale è limitata e, di conseguenza, l’esportazione è minima e occasionale.

Permettimi di dire due parole anche sugli aperitivi in stile Fernet: il Fernet argentino, prodotto localmente, è molto richiesto nel Paese, ma con occasionali esportazioni in mercati con comunità argentine (ad esempio, in Spagna e negli Stati Uniti).

A livello di import, invece, il vermut europeo continua a guidare il mercato, anche se, ripeto, c’è una ripresa dei vermut artigianali nazionali. Gli aperitivi di importazione, come Campari, Aperol, Ramazzotti e Amaro Montenegro, tra gli altri, hanno una buona presenza, mentre per quanto riguarda i distillati premium, i whisky scozzesi ed irlandesi, il rum caraibico, il brandy spagnolo e la vodka russo-polacca continuano a essere i più importati in termini di volume e varietà.

Fra i più giovani, cosa va per la maggiore e qual è la percezione nei confronti dei prodotti alcol free?

Ti confermo che i vermut argentini stanno avendo un forte revival tra i giovani, soprattutto in formato tap (alla spina), cocktail o soda. Si tratta di prodotti percepiti come retrò, ma al contempo moderni e versatili.

Forte è la crescita del gin tonic e del gin argentino: attraente per l’identità locale, l’estetica del marchio e la possibilità di personalizzare il drink; a livello di cocktail da aperitivo, i drink più gettonati sono il Negroni, lo Spritz, il Cynar Julep, il Boulevardier e le loro varianti con fernet o amari.

In generale vi è un aumento dell’interesse per la storia, le tradizioni ed i prodotti artigianali: i giovani apprezzano i drink che hanno una storia, un’origine e ingredienti naturali.

Per quanto riguarda i prodotti senza alcol, diciamo che stiamo assistendo ad una transizione culturale. Prima queste bevande erano viste come bevande “inferiori” o “per donne incinte”, oggi alcuni consumatori le scelgono per la salute, la guida o lo stile di vita. In generale, la qualità sensoriale e la disponibilità devono ancora essere migliorate, tuttavia da poco si inizia a trovare anche il vermut analcolico o “zero”, con marchi internazionali, mentre rimane ancora scarso nell’offerta locale. Diciamo che è più considerato una “curiosità” che uno standard.

Discorso simile per gli aperitivi analcolici che, in Paesi come la Spagna o il Regno Unito, vedono la loro offerta crescere, mentre in Argentina siamo ancora agli inizi, ma c’è un importante potenziale di sviluppo, anche grazie alla legge “Zero Alcool”.

Cosa prevede la legge per chi guida dopo aver assunto alcol?

In Italia e in Argentina, guidare sotto l’effetto di alcol comporta sanzioni significative, ma con differenze nei limiti legali e nelle pene. L’Italia ha un limite di alcolemia di 0,5 g/l, con sanzioni che variano in base al tasso rilevato, mentre l’Argentina, in molte province, ha introdotto la legge “Zero alcol” che vieta completamente la guida dopo aver consumato alcol, a tutti: non solo ai neopatentati.

Le sanzioni variano tra le province, ma generalmente comprendono multe pesanti, sospensione della patente e, in alcuni casi, revoca definitiva della patente, confisca del veicolo, fino all’arresto ed alla detenzione. La legge “Zero Alcol” mira a ridurre drasticamente gli incidenti stradali legati al consumo di questa sostanza, ma ancora molto c’è da fare, soprattutto a livello culturale.

Parliamo per un attimo degli italiani in Argentina: chi sono e di che si occupano, prevalentemente?

Gli italiani in Argentina costituiscono una delle più grandi comunità di immigrati, anche perchè circa il 60% degli argentini ha radici italiane. A Mendoza le loro occupazioni principali sono soprattutto nella viticoltura, in agricoltura e nel commercio.

In passato sono stati loro ad avviare diverse aziende vitivinicole e fabbriche, anche se molti hanno vissuto come artigiani o professionisti in vari settori.

Un italiano molto famoso, nel mondo della gastronomia, ad esempio, è lo chef Donato De Santis, milanese, ma di origini pugliesi, che vive qui da molti anni ed è un imprenditore di successo, con numerosi locali a Buenos Aires, oltre che giudice a MasterChef Argentina ed esperto divulgatore di olio d’oliva.

Quali usanze hanno lasciato?

A livello di gastronomia, gli italiani hanno lasciato molto: dalla pizza alla pasta, passando per il vino e l’aceto (tipo balsamico) fatti in casa, il gelato artigianale e, ovviamente, il vermut e i liquori! A livello di usanze di vita comune, invece, si tende ad associare gli italiani alla famiglia numerosa, con lunghe tavolate domenicali. Per quanto riguarda le tradizioni religiose, molte feste patronali sono nate proprio grazie agli italiani. A livello di costume, invece, gli italiani sono famosi per il gesticolare (“hablar con las manos”) e per alcuni modi di parlare: si ritiene, infatti, che siano stati loro ad inserire l’uso dell’intercalare “che”, e ad aver influenzato il lunfardo (il tipico gergo ricco di vocaboli italiani che si parla nelle città del Rio de la Plata).

Gli italiani hanno trasformato Mendoza e l’Argentina intera con il loro lavoro, la cultura del vino e del cibo ed il loro modo di intendere la vita familiare come una comunità: sono una parte fondamentale dell’identità argentina!

Immagine di Raffaello De Crescenzo

Raffaello De Crescenzo

Analista sensoriale laureato in Tecnologie Alimentari e in Viticoltura ed Enologia. Missionario del gusto con la passione per la divulgazione scientifica. Collabora con Vendemmie dal 2025, occupandosi soprattutto di interviste ed approfondimenti di settore

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