I giovani si allontanano dalla tavola in famiglia e dal bicchiere, il linguaggio e la comunicazione sono sbagliati, codice della strada ed enoturismo: viaggio nei meandri di un mondo che deve avere coraggio e cambiare
di Alessandro Rossi
Perché i giovani non bevono più vino? Le cause sono molteplici, stratificate, e spesso mal interpretate. Proviamo a metterle in fila.
- Troppa responsabilità: troppo presto attribuire ai giovani di 18 anni il successo o l’insuccesso di un intero comparto, è eccessivo. A quell’età si bevono altre cose, si cercano esperienze diverse. Non si può pretendere che il vino sia già parte della loro quotidianità.
- Il punto di bevuta è cambiato: le nuove generazioni hanno modificato tempi, modi e luoghi del consumo, ma soprattutto stile. Il vino, invece, è rimasto spesso legato a un’impostazione stilistica rigida, poco flessibile. E molte aziende non hanno avuto il coraggio di adattarsi ai nuovi consumatori.
- È scomparsa la “tavola familiare”: un tempo, il vino si scopriva a casa, seduti a tavola con i genitori e con i nonni. Era un momento educativo, culturale. Oggi, la famiglia si riunisce meno, e quella trasmissione di valori si è interrotta.
- Il vino costa troppo: nei ristoranti i ricarichi sono altissimi, e il vino sta diventando un lusso. Con i giovani che iniziano a lavorare stabilmente oltre i 28 anni, la disponibilità economica scarseggia. Bere vino fuori casa diventa un privilegio per pochi.
- Confronto col passato: senza la possibilità di acquistare o degustare grandi annate o vini iconici (a prezzi accessibili come in passato), è difficile far comprendere cosa rappresentasse davvero il vino e fare confronti storici. Il racconto si è impoverito e alcuni vini sono oramai solo collezionabili o speculativi.
- Un linguaggio sbagliato: il linguaggio del vino è esclusivo non inclusivo e spesso fuori luogo. Il vino dovrebbe parlare a tutti, e non solo a chi già lo conosce. Serve un linguaggio nuovo, in sintonia con chi costruisce il futuro.
- Troppi influencer, poca autorevolezza: oggi nell’universo social, chiunque parla di vino, ma pochi hanno una formazione adeguata. “Influencer” – lo dice la parola stessa – influenza, in questo caso, gli acquisti il che implica soprattutto responsabilità . In realtà servirebbero più comunicatori capaci di educare, informare, appassionare. Ne abbiamo troppo pochi.
- Scarsa formazione culturale per i giovani: manca un’educazione diffusa al vino tra i 18 e i 22 anni. Non bastano le degustazioni: servono eventi, esperienze, percorsi formativi inclusivi e coinvolgenti.
- Il vino non è più uno status symbol: per le generazioni passate, il vino era anche simbolo di stile, gusto, maturità. Oggi questo valore simbolico si è affievolito, forse perso.
- Scarsa offerta al calice e declino dei wine bar: nei primi anni 2000 i wine bar erano ovunque, rappresentavano un accesso facile e informale al mondo del vino. Oggi sono sempre meno, e il vino al bicchiere — strumento fondamentale per avvicinarsi senza dover acquistare un’intera bottiglia — è diventato raro. Così si è persa anche quella fascia di vini economicamente accessibili, che un tempo educava, incuriosiva e appassionava le nuove generazioni.
- Il nodo delle patenti: le nuove normative del dicembre 2024 sulla guida sotto effetto di alcol hanno irrigidito le scelte dei più giovani, che spesso rinunciano al vino per paura di sanzioni.
- Un enoturismo poco accogliente: l’esperienza enoturistica dovrebbe essere l’ingresso ideale nel mondo del vino. Invece, in molti casi, è mal comunicata e poco empatica verso chi ne sa poco. All’estero, come negli USA ad esempio, l’accoglienza è più calda e i tour sono pensati anche per i neofiti.
- Un mondo che cambia: il mix etnico è in evoluzione, e molte nuove comunità consumano poco o niente alcol. Sommato al calo demografico, significa meno giovani e quindi meno futuri consumatori.
- Marketing insufficiente e fuori target: pochi contenuti pensati davvero per le nuove generazioni. Manca uno storytelling moderno: video, podcast, storie fatte bene. E affidarsi solo a influencer improvvisati peggiora il problema.
- Oggi l’alcol è spesso demonizzato, ridotto a simbolo di pericolo e irresponsabilità. In nome del salutismo estetico e della performance fisica, si guarda al vino a volte con sospetto. Ma questa visione è parziale. Il vino, se consumato con consapevolezza, è cultura, piacere, condivisione. Non è l’alcol il problema, ma l’assenza di educazione al consumo.
Alessandro Rossi
National Category Manager di Partesa, è uno dei veri game changer del mondo della distribuzione vinicola e dell’innovazione comunicativa del settore