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BOLOGNA-MILAN

Bologna-Milan, la sfida tra bandiere, Maldini, Bulgarelli e le dinastie toscane del vino.

Tempo di lettura: 8 minuti

Neanche il tempo di riprendersi dalle sfide europee delle tante italiane rimaste in corsa ed ecco che la Serie A torna protagonista. Tanto meglio per noi di Champions Wine, pronti a dare il benvenuto alla giornata numero 30 con tante, ottime bottiglie da stappare. E a proposito di coppe europee, se serve qualche consiglio per abbinare al meglio il derby di Champions ecco pronto il Napoli-Milan che abbiamo raccontato per il campionato. Ma ora guardiamo dritto negli occhi il futuro e andiamo a tuffarci nella prossima giornata di Champions Wine con un Bologna-Milan tutto da gustare.

di Raffaele Cumani & Antonio Cardarelli

Se fosse un vino la stagione in corso, per i tifosi del Bologna, sarebbe sicuramente di un’ottima annata. Thiago Motta, ex interista di lusso (e triplete) e quindi ancora più carico in vista della sfida con i rossoneri, ha rimesso in sesto un’annata rossoblù partita come estremamente siccitosa e ha trasformato il Bologna in una delle squadre più sfiziose del campionato. Dall’altra parte c’è un Milan che fatica a tenere il passo in campionato dopo essere tornato al vecchio, grande amore: l’Europa. E si sa, i primi amori si dimenticano molto difficilmente. Ma per raccontare questo Bologna-Milan annata 2023 noi di Champions Wine siamo andati a ripescare qualche grande calciatore di epoche più o meno passate. Anzi, diciamola tutta: abbiamo scelto i calciatori con la “c” maiuscola, quelli che fanno ancora battere il cuore ai tifosi solo a sentire i nomi. Quelli che una volta si chiamavano bandiere e che oggi – non è nostalgia, ma un dato di fatto – sono merce sempre più rara. 

Bologna e Milan sono due nobili del calcio italiano. Due squadre dalla storia lunghissima, con tanti giocatori simbolo che meriterebbero non solo un articolo, ma anche qualcosa in più. Ma siccome il tempo è tiranno – tranne quando si tratta di assaggiare un buon vino, lì prendiamoci tutto il tempo che serve – anzi, proprio per avere più tempo per degustare abbiamo selezionato le due bandiere (a nostro sindacabilissimo giudizio) di Bologna e Milan: Giacomo Bulgarelli e Paolo Maldini.

Paolo Maldini rappresenta il Milan. È nato rossonero quando papà Cesare, originario di Trieste, giocava e vinceva a San Siro indossando quella fascia di capitano che sarà poi raccolta dal figlio. Fu proprio Cesare, nel 1963, ad alzare al cielo la prima Coppa dei Campioni vinta da una squadra italiana. E il vizio di sollevare la coppa dalle grandi orecchie è stato poi ereditato da Paolo. Essere figlio d’arte, nel calcio come in altri ambiti, non è semplice. L’etichetta di raccomandato è sempre lì, pronta per essere appiccicata al primo errore. Eppure, le gambe del giovane Paolo, fin dal giorno del suo provino al Milan, non hanno mai tremato. Fisico, tecnica, grinta: Paolo Maldini sembra un difensore disegnato al computer, ma la sua vera forza è nella sua testa. Determinazione e intelligenza gli hanno permesso di essere tra i primi difensori al mondo nell’arco della sua lunghissima carriera (647 presenze, secondo solo a Gigi Buffon, in 25 stagioni). Così, per rinfrescare la memoria, ecco un video celebrativo che il Milan ha dedicato a Paolo Maldini:

Pur non avendo mai vinto un pallone d’Oro – cosa difficilissima per un difensore – Maldini è stato inserito nel Fifa World Cup Dream Team stilato nel 2002 con i migliori giocatori della storia. Ed è l’unico italiano inserito nella top 11 dei migliori di sempre da France Football, ovviamente come terzino sinistro a completare una difesa 3 fin troppo propositiva con Cafù a destra e Beckenbauer centrale. Ma d’altra parte, dopo una carriera ad arare la fascia sinistra (lui che è destro naturale) Maldini ha dimostrato di aver imparato i segreti del difensore centrale da Franco Baresi (a proposito di bandiere…).

“Acciaio e seta”, come lo aveva ribattezzato Carlo Pellegatti, ha incarnato la grandeur dell’italica arte della difesa. Una volta appese le scarpette al chiodo, dopo qualche anno di tranquillità in cui ha comunque raggiunto il primato di essere l’unico ex calciatore professionista a qualificarsi per un torneo professionistico di tennis (il Challenger di Milano nel 2017), ecco che Maldini è tornato al suo vecchio amore. E ancora una volta ha riportato in alto il Milan, conquistando uno Scudetto dopo aver risanato il bilancio della società, puntando su una squadra giovane e propositiva. D’altra parte, il suo carisma è ancora intatto, come dimostrano le parole del fortissimo terzino Theo Hernandez che ha candidamente detto di aver scelto il Milan soprattutto perché chiamato dal suo idolo Paolo Maldini. E anche da dirigente la grinta è quella di un tempo: chiedere a Luciano Spalletti per info.  

I più giovani (o meglio i più ex giovani) ricordano il garbato accento emiliano e l’ironia di Giacomo Bulgarelli da Medicina, bassa bolognese, per il commento tecnico in FIFA al fianco di un Massimo Caputi ispiratissimo telecronista. Icona “quasi” culturale dell’epoca, “Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un «prosatore realista»” dice Pier Paolo Pasolini, accanito tifoso rossoblù, che lo fece comparire nel documentario Comizi d’amore e che pare avesse tentato di convincerlo a partecipare anche ai Racconti di Canterbury. 

Qui potete vedere lo spezzone iperrealistico del momento, quando si dice il calcio di una volta…

Bandiera rossoblù per antonomasia, oggi dà anche il nome alla curva dei tifosi felsinei, rinominata a furor di popolo dopo la sua scomparsa. Addio Andrea Costa, pioniere del socialismo romantico (perché siamo pur sempre a Bologna… ma questa è come sempre un’altra storia), onore al Capitano che la curva salutava ogni domenica strillando dai megafoni dei capi ultrà. “Onorevole Giacomino, salute!” più che un coro della curva sembra quasi un brindisi irriverente con in mano un bicchiere di pignoletto frizzante dei Colli bolognesi davanti ad un ricco piatto di tagliatelle fumanti. Non scomodiamo il lambrusco, perché lì siamo a Modena. E proprio dopo un 7-1 rifilato al Modena il Dottore, l’allenatore Fulvio Bernardini, uno che ha vinto lo scudetto a Firenze e a Bologna (scusate se è poco…) e che ha portato la Viola in finale di Coppa Campioni, si lascia andare alla frase che etichetta il ciclo degli anni ’60 di quel Bologna: “così si gioca solo in Paradiso!” 

E l’onorevole Giacomino va anche oltre quel ciclo: 17 stagioni da protagonista, il gran rifiuto di passare proprio al Milan, due Coppe Italia vinte e soprattutto uno scudetto, il solo del Dopoguerra del fu “squadrone che tremare il mondo fa”. L’unico titolo assegnato in uno spareggio: è il 7 giugno del 1964 e, dopo un campionato al veleno per una penalizzazione poi rimossa ai rossoblù per doping, contro la Grande Inter del Mago Herrera scende in campo a Roma un Bologna deciso a regalare il settimo scudetto all’appena scomparso presidentissimo Renato Dall’Ara (che dà invece il nome all’intero stadio bolognese). Il tabellino finale dice 2-0 e, mentre in televisione va in onda La Tv dei ragazzi con l’Orso Yoghi e Lassie, chi segue alla radio o è allo stadio non crede ai propri occhi. Il Dottore spiazza il Mago inserendo il terzino “Johnny” Capra per imbrigliare le sortite di Mariolino Corso, Giacomino canta e porta la croce, morde le caviglie di Suarez e tocca per Fogli che insacca l’1-0, Nielsen poi raddoppia fissando il risultato. Bologna campione e “cielo capovolto” come recita il documentario su quello spareggio di cui favoriamo trailer ricco di attualissimi e vippissimi tifosi rossoblù (perché la musica su Champions Wine non va mai in vacanza e, come recita, un Luca Carboni sornionissimo: Bologna è una regola!)

“…Mio babbo è andato a vincere lo scudetto. No, lui non è un giocatore del Bologna. Magari! Se lo fosse mi piacerebbe che fosse Bulgarelli…” il Cielo Capovolto inizia così, perché il Bulga, “bolognese a vita”, di quella squadra era la bandiera e il perno, centrocampista di recupero e rifinitura, grinta e tocco, l’8 perfetto. Giocatore diventato feticcio nella Nazionale di quell’Edmondo Fabbri che pur di non rinunciare a lui lo fa giocare infortunato lasciando l’Italia in 10 (ai tempi non c’erano le sostituzioni) e decreta il disastro mondiale di Inghilterra ‘66. Ma questa come sempre è ancora un’altra storia e a pensarci oggi certi drammi popolari sembrano quasi poca cosa e poi, si sa, tutti hanno una propria Corea…

Se nel calcio le bandiere sono diventate come le mezze stagioni, non si può dire lo stesso del vino. Noi irriverenti appassionati eno-calcistici abbiamo a lungo riflettuto su come definire bandiera una cantina. Cantine bandiere dell’enologia italiana nel mondo la cui produzione è un riferimento tutto italico, cantine che hanno fatto delle uve autoctone la propria bandiera con vini iconici o cantine attive dalla notte del tempo? Beh un po’ tutti questi fattori, ma c’è un dato mostruoso che balza subito agli occhi, quello della tradizione. 

Abbiamo così scelto di paragonare i monumenti Paolo Maldini e Giacomino Bulgarelli a tre nobili cantine toscane – e qui ci perdoneranno in particolare i tifosi rossoblù – attive almeno da più di mezzo migliaio di anni che hanno, tra un’innovazione e l’altra, rappresentato la grande tradizione della regione e del paese del mondo.

Castello di Brolio Gran Selezione
Antinori, Tignanello
Frescobaldi, Gorgona Rosso

Mille anni, anno più, anno meno… amici winelovers riusciamo a visualizzarli tutti insieme? Proviamoci, perché i Ricasoli nel Chianti hanno legato il proprio nome al vino dal 1141. No, non c’è nessun refuso. Il Castello di Brolio, che dà il nome al più iconico dei vini della tenuta, in quell’anno era già in possesso della famiglia. Le testimonianze del ‘600 ci raccontano di vini esportati in Europa ma è nel 1872 che grazie al “Barone di ferro” Bettino Ricasoli, politico e imprenditore agricolo, nasce la formula (magica) del Chianti. La bottiglia che non può mancare per la sfida è, come anticipavamo, il Chianti Classico Gran Selezione Castello di Brolio. Un rosso che ha corpo, avvolgenza e profondità e che testimonia la storia e lo scorrere dei secoli.

600 anni o poco più per la famiglia Antinori, che entra nell’Arte Fiorentina dei Vinattieri “solo” nel 1385 e porta avanti l’attività per 26 generazioni ininterrottamente. Roba da tentare un dribbling alla dinastia Maldini… Tradizione che parte dalla Toscana e sbarca via via in Umbria, Franciacorta, Langhe e Puglia e quindi alla conquista del Nuovo Mondo per un gruppo tra i più rappresentativi dell’italico nettare al mondo. Di Marchesi Antinori abbiamo scelto una delle bottiglie più importanti dell’enologia italiana, il Tignanello, vino che per lustro può sfidare le bandiere di giornata. All’inizio degli anni ‘70 da un unico vigneto nel Chianti Classico si inizia ad affinare il sangiovese in barrique e poi ad aggiungere percentuali di vitigni internazionali abbandonando di fatto la sopra citata formula del Ricasoli e posando una pietra miliare dell’universo Supertuscan. Un’etichetta da assaggiare almeno una volta nella vita, magari proprio durante questa sfida!

Pochi decenni prima inizia l’avventura enologica dei Frescobaldi, che già dal ‘400 riforniscono le corti europee di preziosi vini dalla loro “base” fiorentina, in cui costruiscono il primo ponte sull’Arno per collegarsi ai propri possedimenti “fuori porta” e, a quanto pare, innaffiano la creatività delle botteghe di artisti come Donatello o Brunelleschi. Nell’800 sono tra quelli che introducono in Toscana i vitigni internazionali. Ma qui abbiamo scelto una Toscana alternativa, di mare, e un progetto di cui siamo innamorati. Il Gorgona Rosso nasce infatti una decina di anni fa sull’omonima isola dell’Arcipelago Toscano adibita a penitenziario. Qui attorno ad un piccolo vigneto i detenuti sviluppano una professionalità che ne faciliti il reinserimento in società e producono un vino da sangiovese e vermentino nero che è un inno al futuro. Perché, sì, le bandiere fanno anche battere il cuore!

Come sempre ci siamo spinti in parallelismi arditi ma crediamo che gli abbinamenti possibili tra calcio e vino siano molteplici e servano a stimolare la fantasia e, come amiamo ricordare, scaldare il cuore. Siamo convinti che anche le nostre bandiere li apprezzerebbero. Godiamoci questo Bologna-Milan, squadre unite dal colore rosso, che sia toscano poi poco conta, l’importante è che ci faccia godere!

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