Hanno affrontato conflitti, esclusioni e difficoltà, ma sono pronti a far riemergere quei millenni di intreccio culturale che riconducono la penisola balcanica alla tradizione vitivinicola. Parola a Kristina Lukic da Vinarija Dalia.
di Nello Gatti
Hai studiato in Italia e proprio nel Belpaese ti sei approcciata al mondo del vino. Come è avvenuto?
Ho cominciato per caso. Da adolescente ovviamente si beveva vino con gli amici, non di certo quello buono, ma come poi ci hanno insegnato all’Università per capire cos’è il vino buono prima bisogna berne tanto di quello cattivo! Così, agli sgoccioli dell’ultimo anno delle scuole superiori non avevo un’idea chiara su quello che avrei voluto fare da grande. Nella lista delle Facoltà c’era Viticoltura ed Enologia che ha colto l’attenzione della mia migliore amica e così è partita con un: “Kri, andiamo a studiare Enologia” e istintivamente mi ci vedevo bene come enologa pur non sapendo in realtà quasi nulla di cosa significasse questo mestiere. Da lì è iniziata la mia strada. Fino ad oggi non ho mai avuto dubbi, ma come si fa a non amare questo mondo e tutto ciò che c’è intorno?
E dopo gli studi, come sei passata dalla teoria alla pratica?
Conclusi gli studi ho iniziato a raccogliere esperienze nel Nuovo e Vecchio Mondo, da assistente di laboratorio a cantiniera, da assistente enologa a enologa. Una delle esperienze decisive della mia carriera è stata in Champagne, in Côte de Bar. Lì ho avuto modo di approfondire il lavoro in vigna, la biodinamica e l’approccio alla vinificazione naturale. Da lì in poi ho avuto un’immagine chiara di quello che avrei voluto fare e la voglia di tornare in Serbia era sempre più forte. Era il momento giusto. Nell’aprile del 2021 sono rientrata nel mio paese natale, ho comprato un pò di terra in un paesino nella Valle di Negotin con l’obiettivo di piantare su circa una decina di ettari, varietà autoctone, fare viticoltura biologica e approcciarmi alla vigna secondo i principi della biodinamica.
Al tuo rientro in Serbia, che Paese hai ritrovato sulla produzione e sui consumi di vino?
Lo scenario vitivinicolo della Serbia è cambiato moltissimo negli ultimi 15 anni. In passato la cultura del vino era molto forte, ne sono la prova le Pivnice di Rogljevo, Smedovac e Rajac, cioè delle cantine in pietra calcarea del 19’ secolo. Ogni famiglia, o quasi, in questi villaggi ne possedeva una dove produceva vino per autoconsumo o commercio. Un’altra prova sono le medaglie vinte nei concorsi a Parigi e documenti di florido commercio con regioni francesi come Bordeaux. La vite in questi territori risale comunque all’epoca dei romani. Ci sono in Serbia dei territori estremamente vocati alla coltivazione nonostante abbiano attraversato complicati momenti storici. Ma la situazione sta profondamente cambiando, i vini stanno raggiungendo alti standard di qualità e ci si sta impegnando nella ricerca sempre più approfondita circa le peculiarità territoriali. Purtroppo per quanto riguarda il consumo, la rakija e la birra superano ancora il vino ma sono fiduciosa che in futuro ci saranno dei grandi cambiamenti, visto il forte interesse nelle nuove generazioni.
Quali sono gli elementi che caratterizzano la tua produzione?
Prodotti sinceri e diretti, che siano la rappresentazione rispettosa del terroir. Ma l’obiettivo ancora più ambizioso è di attirare altri giovani a tornare a lavorare la terra, ripristinare un maggior numero di vigneti e fare buon vino! Io faccio parte di una piccola associazione di giovani produttori delle pvnice di Negotin, (Mladi sa Rajačkih pivnica) e da un paio di anni ci stiamo impegnando nel ripristino di vigneti oltre che a presentarci insieme sul mercato. Prossimo step? Ci piacerebbe creare un legame con altre associazioni di produttori di vini naturali d’Europa. La strada è molto lunga ma ci crediamo fortemente; si lavora duramente ma ci si diverte anche tantissimo.
Come trovano i consumatori i tuoi vini e cosa piace?
La scena dei vini naturali in Serbia è agli inizi: vedo confusione e curiosità. Ma devo dire che la reazione del pubblico è in generale molto positiva. Si insospettiscono quando vedono, ad esempio, il deposito in un vino non filtrato. Cerco sempre di spiegare come viene prodotto, la funzione dei vari elementi nel vino, cerco di trasmettere il mio lavoro e la mia prospettiva: trovo fondamentale l’educazione al consumatore.
A mia sorpresa e con grande piacere ho notato che piacciono sempre di più i vini freschi e fruttati. Dico a sorpresa perché, a differenza del resto d’Europa, qua fino a non molto tempo fa dominavano i vini corposi e barricati. Ora si ricerca la freschezza ed il frutto… meno male!