Giovanni Mameli, titolare della Ceresé: “Fare vino non basta, bisogna inseguire il bello non per calcolo, ma per amore”
di Mattia Marzola
A chi non è mai capitato di credere di conoscere un posto alla perfezione per poi scoprire un mondo nuovo dietro l’angolo. Ecco, questo è quello che è successo a me e al mio ospite entrando per la prima volta alla cantina Ceresé.
Sì, perché Montevecchia io l’ho frequentata da sempre, dalle prime gite con gli amici appena presa la patente, alle fughe romantiche con la fidanzata, e, ormai adulto, per aperitivi del sabato sera con la famiglia e i vecchi amici. Eppure, mai avrei immaginato che lì, tra le colline lecchesi e il santuario sulle cui scale, su e giù, ho più volte consumato le suole, si nascondesse una realtà tanto sorprendente quanto votata alla bellezza.
La prima impressione entrando da Ceresé è che qui non si cerchino la fama delle grandi cantine o il pubblico di massa. Niente selfie, niente influencer del vino. Qui si lavora per fare le cose bene, con passione e cura, senza dimenticare di divertirsi nel farlo. «Le posso dire — racconta Giovanni Mameli, fondatore e anima della cantina insieme alla moglie Anna Maria Bonatti — che anche prima di questa avventura, nel mio lavoro da venditore, ho sempre svolto tutto con grande entusiasmo. È essenziale per l’equilibrio psicologico: le difficoltà si superano anche imparando a divertirsi, e il mio entusiasmo ha sempre coinvolto chi lavorava con me, soprattutto mia moglie, abbiamo fatto tutto insieme, e non avrebbe potuto essere altrimenti». E così tuttora, ispirati ed entusiasti, appaino coloro che aiutano Giovanni nella gestione della cantina, i figli Anna e Oscar, che dirige oggi Ceresè, e loro coniugi Gloria Graziosi e Giacomo Anelli oltre all’altra nuota Erika Buccheri insieme a tutti i dipendenti.
Il passato di Giovanni, nel settore dei prodotti per il disegno tecnico e per le belle arti, spiega bene il legame tra vino e arte che anima oggi Ceresé. «Anche la mia cantina è predisposta all’arte. Nella parte privata ospitiamo installazioni importanti: la prima arrivò da un amico che non aveva potuto esporre a New York, con delle antilopi, e le portò qui. Poi un altro amico scolpì animali immaginari. Da lì è nato il nostro “zoo innaturale”. La parte più importante della collezione oggi è privata, ma vogliamo svilupparla anche in spazi pubblici: in cantina, in giardino, nella sala degustazione. Non è un investimento rifugio, è amore per il bello».
Questa stessa sensibilità per il bello si riflette nella struttura della cantina: discreta, mimetizzata tra le colline, progettata dall’architetto Pietro Pizzi con cemento rosso, mattoni e Cor-Ten. Un lavoro che gli è valso il Premio Italiano di Architettura 2024 al Maxxi di Roma.
La vigna occupa 21 ettari di Pinot Nero, Merlot, Sauvignon Blanc e Chardonnay. Raccolta manuale, selezione dei grappoli da mani esperte, con una filosofia chiara: non stravolgere quello che la natura concede, rispettare il territorio e le persone che lo abitano.
E proprio su quest’onda ci siamo fermati per una degustazione. Merciré Rosato, fresco e floreale, con note di ribes e agrumi. Rossopuro, un Merlot caldo e avvolgente, con ciliegia matura e viola. Rubirosso, Pinot Nero in purezza, rosso rubino, tannini setosi e un retrogusto mandorlato. Abbiamo chiuso con una grappa di Pinot Nero, distillata con alambicco discontinuo, capace anch’essa di sorprenderci per profilo e bevibilità.
Ma limitarsi ai vini, rimanendo a stomaco vuoto, in una simile realtà, avrebbe avuto il gusto di un’esperienza a metà, e quindi con i bianchi ci siamo lasciati tentare da una selezione di formaggi di loro produzione: caprini freschi e stagionati, un erborinato dalla personalità decisa e una robiola che ha giocato in dolcezza con le acidità più vibranti dei vini. I rossi invece sono arrivati in tavola con un curioso “capreggio” in grado di ricordare i sentori di un taleggio ma con tutte le note di un formaggio di capra, oltre ad una piccola ma centrata selezione di salumi, tra cui uno speciale prodotto della casa fatto con carne di capra — un dettaglio che da solo basta a dire quanto qui la filiera sia davvero corta e sincera.
«Non avevamo concepito tutto questo all’inizio — spiega Giovanni —. Volevamo solo ristrutturare una vecchia casa di campagna, in una zona purtroppo segnata dallo spaccio. Ma quando è nato un villaggio di trecento abitazioni, e altre sarebbero sorte davanti a noi, abbiamo deciso di reagire. Abbiamo acquistato i terreni, li abbiamo convertiti a vigne, e intorno sono arrivati frutteto, pollaio e capre».
Le capre, oggi, sono al centro di un progetto che porterà presto a un caseificio. «Abbiamo un ovile pensato per il benessere animale e una sala di mungitura attrezzata. Non usiamo antibiotici: se necessario, separiamo l’animale dal gruppo. Quando finirà il periodo dei parti inaugureremo il caseificio».





L’attenzione alla sostenibilità si ritrova in ogni scelta, anche nella gestione del pollaio. «Abbiamo comprato in Polonia un pollaio mobile. Le galline, se lasciate libere, devastano e sporcano, mentre spostandole possiamo controllare l’erba, concimare in modo naturale ed evitare intrusioni batteriologiche. È molto più igienico e funzionale».
Arte, vino, agricoltura, sostenibilità: tutto a Ceresé è tenuto insieme dallo stesso filo. Non per moda o calcolo, ma per passione, un mondo imprevisto e autentico, dove il bello non è un vezzo, ma un impegno quotidiano.











Mattia Marzola
Giocoliere di parole, voracissimo lettore, buona forchetta (e buon bicchiere) ha deciso di unire le sue inclinazioni, diventando così appassionato docente di lettere ed entusiasta giornalista enogastronomico, anche se poi scrive di tutto.