Vincenzo e Antonio, il sogno di regalare al mondo la ricetta della zia

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La caprese di Annuccia: “È il dolce che ricorda i nostri compleanni. Oggi trasformiamo la tradizione in un progetto imprenditoriale”

di Titti Casiello

“Mia mamma me la preparava solo il giorno del mio compleanno e di quello delle mie sorelle”.  Ed effettivamente tra mandorle e cioccolato il costo per una torta caprese non la rende di certo il dolce ideale per la colazione di ogni giorno.

Ma quella dei ricordi di Vincenzo Castellone, giovane caprese di nascita e napoletano di adozione, è una torta ancora più speciale “è fatta con la ricetta di zia Annuccia, la sorella di mia nonna Gilda.  A Capri ogni famiglia ha la sua ricetta e a casa mia era quella di Annuccia”.

“Sull’isola non si chiama neppure torta caprese, ma solo torta di mandorle” e mentre Vincenzo lo racconta sembra che un ricordo dolcissimo pervada la sua voce in un passaggio che gli scalda il cuore.

Quella ricetta parla di quel profumo zuccheroso che si liberava nell’aria durante i giorni di festa, con la cucina invasa dagli odori delle mandorle e dal calore delle mani che lavoravano l’impasto.

È una ricetta che racconta una storia di lunghi amori di famiglia, di vecchiaia, di nipoti, della vita insomma che riesce a reinventarsi continuamente, proprio come quella di Annuccia che oggi, novantaseienne “è regolarmente iscritta all’università della terza età. Per andare a fare gli esami a Napoli prende l’aliscafo da Capri”.

Lo storytelling è affascinante, ma se ci dovessimo fermare qui, forse, avremo già finito. Invece questa storia si è evoluta. E il vecchio ricettario di zia Annuccia incrocia, un settantennio dopo dalla sua prima pagina, le strade professionali di Vincenzo e del suo amico Antonio Valentino, 46 anni in due e un’energia contagiosa.

Visi puliti e occhi pieni di gioia, con Antonio appena laureato in economia e Vincenzo in dirittura d’arrivo nei suoi studi di architettura. I due sono amici da sempre e da sempre ci hanno creduto. In cosa? Nei sogni.

 “Capri Annuccia” è, infatti, la giovane realtà che hanno creato agli inizi di quest’anno nella piccola cucina della mamma di Vincenzo “non siamo partiti da zero ma da meno uno.  Non avevamo nemmeno i soldi per l’affitto di uno spazio nostro”. Poi il 26 marzo 2024 aprono la loro prima Partita Iva.

E oggi i due raccontano la loro bella storia imprenditoriale dal piccolo laboratorio in piazza Amedeo, nel pieno centro cittadino partenopeo, “ce l’ha subaffittato un pasticciere della zona”.

“A fine mese arriviamo a un fatturato di quattromila euro che reinvestiamo tutto per partecipare ad eventi o acquistare nuovi macchinari. Al momento non abbiamo un nostro stipendio e viviamo ancora in famiglia”.

Ci crede Antonio, ci crede moltissimo in quella sua voce che è un misto tra spensieratezza e determinazione e che fa davvero ben sperare per i giovani: “è’ un progetto unico, nessun’altra azienda si è mai specializzata nella produzione e commercializzazione della sola torta caprese”.

“Un business nuovo” continua Vincenzo, e questa visione di marketing li ha portati ad essere anche un case history da raccontare nelle sale universitarie napoletane a studenti della loro stessa età.

Eccola, allora, la loro caprese, che mescola elementi del passato con il presente, crea familiarità e novità all’unisono. Un po’ come guardare una vecchia pellicola rivisitata, con il nuovo che si unisce al nostalgico ma con un risultato finale, però, che sa sempre di autentico.

“Capri Annuccia è dedicata all’amore che noi decidiamo di donare ai nostri affetti” continua Antonio, con il cibo allora che non è mai solo nutrimento, ma un modo per ritrovarsi perché in fondo non c’è niente che ci faccia sentire più a casa di un boccone in grado di raccogliere tutti i nostri ricordi più belli.

E gli unici competitor in questo “contratto affettivo” con il cibo non possono che essere proprio quei piatti preparati con l’amorevole cura che soltanto una nonna può metterci.  “Non vogliamo però rubare il mattarello a nessuna nonna, ma solo prenderlo in prestito quando loro non hanno voglia di usarlo”.

Un messaggio, quello di Antonio e Vincenzo, in grado di unire generazioni con quella speranza che le tradizioni non si perdano e che anzi, con giovani come loro, possano essere ancora tramandate.

E allora materie di primissima qualità e packaging accattivanti che dalla cura dei dettagli arrivano ai piccoli e grandi formati “da cento grammi o da un chilo” in quelle confezioni monoporzione bianche e blu dove spunta un bel messaggio “una tira l’altra”.

Ma cos’è che le rende così buone?

“Non usiamo cacao ma cioccolato, solo mandorle intere e poi farina, uova fresche e zucchero”. Esiste un quinto ingrediente, dicono che sia segreto, intanto Antonio, però, ride e si lascia scappare “è solo olio di gomito”. 

“Le mandorle le trituriamo non troppo finemente perché in bocca si devono sentire”.

E forse, allora, è questa la peculiarità principale insieme a quella giusta calibratura di umidità interna, non così facile da trovare in una torta caprese, e che rappresenta il frutto di una giusta proporzione tra le mandorle sbriciolate e il cioccolato fondente.

La versione classica è intoccabile con la ricetta di zia Annuccia che non ammette rivisitazione, una variante, invece, è concessa con la caprese al cioccolato bianco e limone “la domenica mattina andiamo al mercatino della Coldiretti a comprare i limoni per preparare le torte”, nessuna essenza né concentrato.

Quindi, poi, si torna in laboratorio a mescolare ed impastare e si attende che si cuociano lentamente. Pronte per la consegna.

Ci vanno direttamente loro in giro per Napoli e provincia, ma le capresi di Annuccia iniziano a farsi scoprire in tutta Italia e fioccano anche le prime spedizioni on line. Finite le consegne è tempo di riposare, domani si ricomincia.

Nelle confezioni natalizie, all’interno, oltre la caprese, c’è un piccolo regalo di Antonio e Vincenzo: una cucchiarella di legno “come quelle che usavano le nostre nonne per prepararci le cose più buone. La possiamo usare anche noi quest’anno a Natale in famiglia, per far rivivere di nuovo quei momenti che oltre al buon cibo ci regalavano gioia”.

 

Immagine di Titti Casiello

Titti Casiello

Classe ’84, avvocato. Dopo una formazione all’AIS Milano, è diventata giornalista pubblicista e oggi collabora con alcune riviste e guide di settore.

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