Vigneron Wine House, una cantina tra le vie di Istanbul: degustare a Beyoğl

Tempo di lettura: 4 minuti

Una sommelier italiana, un oste turco. Viaggio tra sapori rossi della Mesopotamia e di Cabernet Sauvignon

di Sara Calimari

In una calda giornata d’agosto a Istanbul mi regalo un pomeriggio solo mio. Metto in pausa il rumore della città, mi spoglio della veste di “turista per caso”, rallento il passo e seguo un pensiero preciso, nato mesi prima in Italia leggendo un breve trafiletto su Forbes. Una di quelle segnalazioni che restano lì, come un appunto scritto a matita sul taccuino dei desideri.

Così mi ritrovo a camminare tra le strade di Beyoğlu, fino a imboccare una via laterale, proprio dietro la Galata Tower. Lì, quasi nascosta, mi aspetta Vigneron Wine House. Sulla porta incontro Hakan, il proprietario. Mi presento, gli dico che sono una sommelier e critica enogastronomica italiana, che avevo sentito parlare della sua enoteca e che ero lì per conoscerla da vicino. Mi ascolta, sorride subito, un sorriso pieno, autentico, e senza aggiungere altro mi invita a seguirlo all’interno.

Varcata la soglia, il tempo rallenta davvero. Le mura in pietra trattengono storie che partono dal 1881, dall’eredità della famiglia Camondo, e arrivano fino a oggi senza perdere continuità. Gli interni sono curati con misura: il legno scalda l’ambiente, la luce è morbida, pensata per accompagnare e non per imporsi, le bottiglie diventano parte del racconto. Tutto contribuisce a creare una sensazione familiare, immediata. È uno di quei luoghi che non hanno bisogno di presentazioni: entri e capisci che qui basta fermarsi, ascoltare, e prendersi il tempo giusto per concedersi un calice.  Hakan mi accompagna nella cantina e si ferma su alcune bottiglie di Chianti Classico e Brunello di Montalcino. Le nomina con naturalezza, quasi con affetto, come per tendermi un filo discreto verso casa. Ed è proprio lì che lo capisco: anche così lontano, sentire parlare italiano ha la stessa forza di bere un buon espresso all’estero, qualcosa che ti scalda dentro e ti fa sentire, per un attimo, riconosciuta.
 Mi propone di degustare insieme ed ovviamente accetto entusiasta. Parleremo in inglese, unica lingua in comune, ma sappiamo entrambi che il vino farà il resto.

Il primo calice è Shiluh-Dara 2022, e già dal nome capisco che non sarà un assaggio qualunque. È un rosso che affonda le radici nella Mesopotamia, nella regione del Tur Abdin, prodotto da Boğazkere e Öküzgözü, due tra i vitigni autoctoni più nobili dell’Anatolia, capaci di raccontare una storia antichissima con un linguaggio ancora attuale. Nel calice si presenta rubino intenso con riflessi granato, luminoso ma profondo. L’impatto olfattivo è immediatamente riconoscibile e identitario: una speziatura dolce e fine apre il bouquet con cannella, noce moscata, vaniglia bourbon e carruba, chiara firma del blend varietale. Seguono ricordi di tabacco dolce, note floreali di rosa e accenni balsamici su un richiamo elegante di gelso nero, che donano ampiezza e definizione.

Al palato l’ingresso è vivo e dinamico, sostenuto da una acidità agrumata che richiama il tamarindo e accompagna lo sviluppo del sorso. La trama tannica è ben integrata e contribuisce ad allungare la persistenza su sensazioni di speziatura dolce. Il finale torna su una dolcezza misurata di ciliegia, per chiudere su note più materiche e avvolgenti di marzapane e pasta di mandorle. Un vino che unisce struttura e profondità a un equilibrio sorprendente, capace di raccontare il dialogo tra tradizione, territorio e memoria, senza mai perdere precisione e bevibilità. Decidiamo poi di spostarci su un terreno per me più familiare, per osservare come anche i vitigni internazionali sappiano cambiare voce sotto questo cielo. Nel calice arriva Antioche Blend 2023, unione di Cabernet Sauvignon e Syrah, dove entrambi i vitigni si fanno riconoscere con chiarezza.

Il colore è rubino fitto e profondo, quasi impenetrabile, segno di una ricchezza polifenolica importante. Al naso la trama è nitida e stratificata: il Cabernet Sauvignon detta l’incipit con note di cassis e mora di gelso in gelée, scure e compatte, mentre la Syrah entra subito dopo con richiami di fragola matura che ammorbidiscono il profilo. A completare il quadro arrivano radice di liquirizia e incenso selvatico, che riportano alla profondità e carattere del Cabernet Sauvignon, prima di una chiusura sorprendente su sfumature agrumate di kumquat, capaci di donare slancio e freschezza. In bocca il sorso è coerente e lineare: la componente fruttata resta protagonista, sostenuta da una acidità che accompagna, ma non arriva a prevalere sull’impatto alcolico. La trama tannica è integrata e contribuisce alla struttura del vino, mentre l’alcol (13%) si percepisce con decisione, emergendo soprattutto nella progressione del sorso. La chiusura è pulita, continua, e restituisce un profilo riconoscibile, espresso con un accento diverso, profondamente legato al luogo in cui nasce.

A quel punto non siamo più un oste e una cliente, ma due appassionati seduti allo stesso bancone, che parlano la stessa lingua anche quando usano parole diverse. Ci interrompiamo, torniamo sui passaggi, sorridiamo. Hakan mi guarda degustare, prendere appunti, fermarmi a riflettere, oscillando tra l’incredulo e il divertito. E io, per un istante, mi vedo da fuori: una sommelier italiana, capelli blu e tanti tatuaggi, che in un afoso pomeriggio d’agosto si ritrova a parlare di acidità e trama tannica in un’enoteca di Istanbul davanti a un calice di Cabernet Sauvignon.

E forse il vino serve anche a questo: a mettere le persone sullo stesso piano, a sciogliere i pregiudizi e a creare incontri che non avevi previsto. E, senza fare rumore, riesce a farti sentire subito a casa anche quando sei lontana migliaia di chilometri. Quando arriva il momento di andare, saluto Hakan, lo ringrazio. Ci abbracciamo con la naturalezza di chi ha condiviso qualcosa di sincero, anche se breve. Esco di nuovo sulla strada, il rumore di Istanbul mi viene incontro, la Torre di Galata è lì, a due passi, come se fosse sempre stata parte della scena.

Mi allontano con il taccuino in borsa e il sapore del vino ancora in bocca. Il resto, semplicemente, resta con me.

Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa e sicuramente eccentrica, racconta il mondo che la circonda, cercando sempre di trasmettere le emozioni che suscita in lei. Guarda al vino come alla più alta forma di storia del costume, indissolubilmente legato alla terra da cui nasce. Per lei, un calice è come un libro, che legge e racconta con umiltà nella sua genuinità.

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