“I fratelli Francesca e Giorgio: “L’export non è una perdita di identità, le radici familiari guidano il nostro vino ovunque. Abbiamo tenute in luoghi meravigliosi, aprirne le porte significa far vivere l’esperienza di vigne, cantine e territorio”
di Camilla Rocca
Dal Veneto alla Puglia passando dalla Toscana, abbiamo intervistato Francesca e Giorgio Tinazzi oggi al timone della cantina omonima, fondata dal padre Gian Andrea, una bella eredità da portare avanti insieme. Realtà vitivinicola presente in oltre 50 mercati a livello mondiale, l’azienda possiede complessivamente circa 60 ettari di vigneti di proprietà a testimonianza di una forte identità territoriale unita a una visione ampia e internazionale.
In Veneto si concentrano alcune delle principali tenute storiche: Poderi Campopian, situata in Valpolicella, Tenuta Valleselle a Bardolino e la sede aziendale di Lazise, fulcro organizzativo e gestionale del gruppo. Proseguendo verso il centro Italia, la famiglia Tinazzi è presente anche in Toscana con Tenuta Pian del Gallo, situata a Greve in Chianti, nel cuore di una delle aree vinicole più prestigiose del Paese. Infine, nel Sud Italia, in Puglia, si trovano Cantina San Giorgio e Feudo Croce, che completano il mosaico territoriale dell’azienda.
Un elemento centrale della filosofia Tinazzi è poi l’ospitalità, considerata parte integrante dell’esperienza enoturistica. L’azienda mette infatti a disposizione dei visitatori strutture ricettive immerse nei vigneti, offrendo soggiorni a stretto contatto con il territorio. A queste si affiancano percorsi di degustazione guidata, corsi di cucina e diverse attività pensate per valorizzare le tradizioni locali, il paesaggio e la cultura enogastronomica delle zone in cui l’azienda opera.
Cosa ha significato per voi entrare in azienda come terza generazione, tra eredità familiare e responsabilità personale?
G: Entrare in azienda come terza generazione ha significato prendere piena consapevolezza di una responsabilità che nasce molto prima di noi. La storia di Tinazzi inizia nel 1968 con nostro nonno Eugenio, che ha avuto l’intuizione di avviare questo progetto, poi sviluppato da nostro padre Gian Andrea in un’azienda strutturata e internazionale.
Per me è stato naturale inserirsi in questo percorso, rispettandone i valori ma con la consapevolezza che ogni generazione ha il dovere di interpretare il proprio tempo. Non si tratta di replicare ciò che è stato fatto, ma di portarlo avanti con visione e capacità di adattamento. Sentirsi parte di una storia così lunga è una spinta continua a fare meglio.
Quali valori ricevuti da vostro padre sentite di incarnare oggi e quali vorreste trasmettere alle generazioni future?
G: I valori che nostro padre ci ha trasmesso e che sento più miei sono il rispetto per il lavoro, il pragmatismo e soprattutto l’umiltà. L’umiltà di sapere che non si smette mai di imparare, che ogni risultato va guadagnato e che il confronto è sempre una risorsa.
Allo stesso tempo, credo che lasciare un’eredità significhi proprio questo: trasmettere un modo di fare le cose, non solo un’azienda solida. Costruire qualcosa che duri nel tempo, mantenendo vivi i legami con le persone, il territorio e la qualità. Sono valori concreti, che spero possano guidare anche le generazioni future.
In che modo l’identità familiare di Tinazzi si traduce concretamente nel lavoro quotidiano e nella relazione con i mercati internazionali?
G: “Family wines” non è uno slogan, è qualcosa che viviamo ogni giorno. Si traduce nel modo in cui lavoriamo, nel rapporto diretto con le persone e nella responsabilità che sentiamo verso la nostra storia. Nel lavoro commerciale significa costruire relazioni che vadano oltre la singola trattativa. Molti clienti conoscono la nostra famiglia da anni e riconoscono questa coerenza. Anche nei mercati esteri, dove il concetto di famiglia può essere percepito in modo diverso, è proprio questa autenticità a fare la differenza: crea fiducia e rende il nostro marchio riconoscibile.
Il vostro è stato più un passaggio generazionale o una convivenza tra generazioni? Come si è costruito questo equilibrio nel tempo?
F: Più che un passaggio generazionale, parlerei di una convivenza generazionale. Per anni abbiamo lavorato fianco a fianco, condividendo decisioni e responsabilità. È stato un percorso fatto di confronto continuo, ascolto e anche pazienza, ma ha permesso un trasferimento di competenze molto profondo. Questo equilibrio si è costruito nel tempo, senza rotture, ma attraverso una crescita progressiva che ci ha portato a sentirci sempre più parte attiva della guida dell’azienda.
Qual è stata la sfida più grande nel bilanciare continuità e innovazione all’interno dell’azienda?
F: La sfida più complessa è stata capire cosa rappresentava davvero un valore fondante e cosa invece era legato a un contesto ormai superato. La continuità non significa immobilità, ma capacità di distinguere. Nel mio lavoro questo si è tradotto nell’introdurre più struttura e controllo senza snaturare un’azienda cresciuta anche grazie alla sua flessibilità. Il difficile è stato far convivere questi due elementi, evitando sia la nostalgia sia un’innovazione fine a sé stessa.
Quanto è stato determinante definire ruoli e responsabilità chiari nella gestione dell’azienda familiare?
F: È stato determinante. Avere ruoli distinti ci ha permesso di lavorare con serenità e di concentrarci ciascuno sulle proprie responsabilità. Nel mio caso l’area amministrativa e finanziaria, per Giorgio quella commerciale.
In un’azienda familiare le emozioni fanno parte del lavoro, quindi avere chiarezza nei ruoli è fondamentale per evitare sovrapposizioni e tensioni. La chiarezza libera energie e rende il confronto più costruttivo.
Essere fratelli e allo stesso tempo amministratori: come gestite il confronto quando le visioni divergono?
F: Con franchezza e rispetto. Non evitiamo il confronto, anzi lo consideriamo una parte fondamentale del nostro modo di lavorare. Quando le visioni divergono ci fermiamo, analizziamo e discutiamo, anche in modo acceso se serve, ma sempre con un obiettivo comune. Alla fine è la fiducia reciproca a fare la differenza. Essere fratelli è una sfida, ma è anche un grande vantaggio: la conoscenza profonda dell’altro permette di lavorare con sincerità e intensità.
In quali ambiti sentite di aver portato il cambiamento più significativo rispetto alla generazione precedente?
F: Abbiamo lavorato molto sul rafforzamento della struttura manageriale, sul controllo di gestione e sulla strategia nei mercati internazionali, rendendo l’azienda più solida e strutturata. Parallelamente abbiamo sviluppato il progetto di hospitality, con gli agriturismi in Veneto e Toscana. È un’estensione naturale della nostra visione, che mette al centro l’esperienza e il contatto diretto con il consumatore.
Il progetto Tinazzi (R)Evolution riflette anche un cambio generazionale nel modo di intendere la sostenibilità?
F: Sì, rappresenta chiaramente un cambio di sensibilità. Per noi la sostenibilità non è solo ambientale, ma riguarda anche aspetti produttivi, economici e sociali. Abbiamo scelto di lavorare su obiettivi concreti e misurabili, integrandola nella strategia aziendale. È un percorso di miglioramento continuo che guarda al lungo periodo e alla responsabilità verso territorio, persone e future generazioni.
Con un export così dominante, come riuscite a mantenere coerenza identitaria adattandovi a mercati diversi?
G: L’internazionalizzazione è una sfida quotidiana. Operare in mercati diversi significa bilanciare coerenza del marchio e adattamento ai contesti locali. La nostra generazione ha portato un approccio più strutturato e analitico: ogni decisione viene valutata anche per il suo impatto globale. L’export ci obbliga a pensare in grande, ma senza perdere l’autenticità che ci distingue.
Come riuscite a preservare l’identità dei singoli territori operando in regioni così diverse?
F: La chiave è il rispetto delle peculiarità di ciascun territorio. Veneto, Toscana e Puglia sono regioni molto diverse e il nostro compito è valorizzarle senza uniformarle. In ogni progetto lavoriamo per esaltare le caratteristiche locali, anche grazie a team forti e competenti. Questo ci permette di mantenere coerenza nel marchio, offrendo però vini autentici e riconoscibili per ciascun territorio.
Che ruolo avranno enoturismo e nuove generazioni nel futuro di Tinazzi?
F: L’enoturismo rappresenta un focus importante per il futuro. Per anni ci siamo concentrati sull’export, oggi sentiamo l’esigenza di aprire le porte delle nostre aziende e condividere in modo diretto la nostra realtà. Significa far vivere l’esperienza Tinazzi a 360 gradi: vigne, cantine, territorio. Per le nuove generazioni sarà il modo più autentico per comprendere chi siamo e portare avanti questa storia con consapevolezza.
G: Ci immaginiamo una quarta generazione, ma senza forzature. Deve nascere naturalmente, con curiosità ed entusiasmo. Il nostro obiettivo è trasmettere valori solidi, lasciando spazio a chi verrà dopo di noi di interpretare il proprio tempo.
Camilla Rocca
Una passione per il mondo del vino che parte dalle origini, si è allargata all’enoturismo e ai racconti delle persone, di quei volti, quelle mani, delle storie che sono dietro alla vigna