Viaggio a Madeira con profumo di mirto, aperitivi, polpi e il vino di Thomas Jefferson

Tempo di lettura: 7 minuti

Vi raccontiamo un incantevole weekend: trekking, beach club, pesce da scegliere al banco del ristorante, avventure naturali dal mare ai monti

di Titti Casiello 

È considerato uno dei più pericolosi al mondo, l’aeroporto di Funchal, intitolato al suo nativo più famoso Cristiano Ronaldo.

Confina da un lato con la montagna e dall’altro con l’Oceano, ma vale la pena sfidare la sorte con un aereo, mai diretto dall’Italia, che plana sulle onde atlantiche per aprirsi ad una terra situata, all’incirca, all’altezza di Casablanca in Marocco.

È Madeira, l’isola principale dell’arcipelago portoghese insieme con Porto Santo e le tre disabitate e protette Ilhas Desertas.

Qui dai costoni rocciosi, dove spuntano rami di oleandro, ibisco e colorati fiori di buganvillea, si riconoscono gli odori di un clima tipicamente tropicale: alloro, eucalipto, mirto e pini fanno da enclave all’imponente foresta fluviale che padroneggia la parte più alta dell’isola. Nel mentre goccioloni di improvvisi acquazzoni cadono sulle foglie di banano mentre i frutti di maracuja diventano ancora più lucidi.

La sensazione è che nessuna opera umana sappia reggere dinnanzi a così tanta escrescenza della natura che si percepisce qui a Madeira.

Tre giorni per scoprire Madeira

Giorno 1

Dalla costa più selvaggia e ventosa situata sul versante settentrionale la prima tappa è Porto Moniz. La vista dall’alto è un incanto per gli occhi, coi tanti cerchi di acqua azzurra, poi turchese e blu cobalto che sfiorano e proteggono dalle increspate onde atlantiche.

A lungo questi antichi bacini naturali, frutto delle colate laviche riversate in mare, sono stati luogo di facile lavoro per i pescador del paese con i pesci che, al sopraggiungere della bassa marea, rimanevano intrappolati così da facilitare la loro cottura.

Oggi, invece, sono piscine naturali per i bagnanti con affaccio diretto sulle acque oceaniche. Accessibili da due vie: nella parte moderna, con un biglietto di ingresso di 3€, dove è possibile fittare anche sedie a sdraio e ombrelloni, o nella parte antica, gratuita e priva di servizi, dove la natura sembra regnare ancor più incontrastata.

Scendendo, poi, lungo la costa nord sono le più selvagge piscine di Seixal e un imponente arco di lava, sotto il quale si può nuotare, a ricordare nuovamente l’architettura vulcanica dell’isola. Il consiglio è di parcheggiare l’auto e appropinquarsi a piedi, la strada in discesa è così ripida che le acque oceaniche sembrano creare una voragine azzurra e poi di un intenso blu cobalto.

D’obbligo è una visita a una delle tante cantine vitivinicole che popolano l’isola. È qui, infatti, che nascono i vinhos torna viagem, quei vini cioè che dopo essere stati fortificati per affrontare le lunghe traversate oceaniche ritornavano invenduti di nuovo a casa. Eppure, nonostante la mancata vendita, al loro ritorno erano ancora più buoni. Quelle alte temperature che avevano sopportato durante il loro viaggio li avevano arricchiti di odori e sapori. Da qui, allora, si ideò l’ingegnoso sistema di estufagem, riscaldando il vino con delle stufe capaci di riprodurre, senza l’affannoso viaggio in nave, quegli stessi vinhos torna viagem.

L’aperitivo è nel centro di Funchal, capoluogo dell’isola, da Ameu.gosto con una selezione di vini portoghesi naturali, come un calice di Uivo Vinhas Velhas ottenuto da un blend di oltre 15 uve autoctone provenienti dalla valle del Douro, e semplici e sfiziosi aperitivi, come le olive servite con una spruzzata di succo di arancia.

Poco distante, in una viuzza del centro storico, la cena è, invece, da Akua dove nella piccola cucina a vista va in scena l’unione dell’ispirazione gourmet dello chef Júlio Pereira con i valori culturali portoghesi.L’antipasto è a base di sardine, melanzane e frutto della passione, mentre a riequilibrare la brezza costiera è una ceviche di pesce bianco e poi un tonno brasato su un denso e quantomai delizioso fondo di verdure accompagnato da riso scuro e katsuobushi.

Giorno 2

I colori vivaci e i profumi intensi si presentano cangianti già alle prime luci del mattino al Mercado dos Lavradores nel pieno centro cittadino di Funchal. All’ingresso della struttura art déco che lo accoglie, tra pregevoli azulejos (le tipiche piastrelli portoghesi) donne vestite in abiti tradizionali sorridono ai visitatori tra fiori esotici, piante, bulbi e semi. Ma è nel patio che, però, va in scena lo spettacolo principale con il vocio dei mercanti. In un pullulare ordinato di turisti e gente del luogo, tra chi guarda incuriosito i frutti dai colori più insoliti e chi palpa per scegliere quelli più maturi, una cromia inedita di pantoni si mostra dal fucsia del frutto del drago all’arancio della maracuja per arrivare, poi, a una delizia assoluta: è il Monstera, innesto tra un ananas e una banana, vero e proprio signature della frutta esotica dell’isola.

Oltre il patio, c’è, poi, ancora un altro spettacolo che si mostra: quello del pesce. Fresco, freschissimo, pescato di notte nelle profondità dell’Atlantico e già disposto alle prime luci dell’alba sui lunghi banconi dove i coltelli degli abili pescivendoli maneggiano con cura tranci di pesce spatola, merluzzo e tonno.

Per comprendere la violenza e l’imponenza di quell’oceano bisogna andare necessariamente a Ponta de São Lourenco, l’angolo più orientale di Madeira: l’acqua, gli scogli, la pietra e i pendii ripidi, poi i tratti scoscesi e la rena sul finale, tutto per arrivare, dopo tre ore di cammino impervio, a un intatto paradiso della natura che, nella sua punta estrema, sprofonda tra le acque più cristalline dell’isola. Vale allora fermarsi al ritorno e godere con calma con un bicchiere di Ponca, la tipica bevanda dell’isola a base di base di aguardente, miele d’api e succo di limone. Non c’è bar o chiosco che non abbia anche la sua versione tradizionale e pure quella rivisitata.

Nella pittoresca cittadina portuale di Camara de Lobos il menu per la cena di Vila do Peixe è senza pagine, si sceglie direttamente al banco dove dietro a una sfilza di pesci dagli occhi ancora vividi, spuntano i fumi delle affumicature e delle cotture roventi.  Sono grigliati, al forno, al sale, al vapore, in carpaccio, alla tartara, ma tutti hanno un minimo denominatore: si avverte nei piatti un’armonia tra il mare e le tecniche di cottura portate alla massima espressione come con le lapas (patelle di mare) fritte con aglio e olio e portate a tavola ancora nella padella bollente. Nell’attesa o nel durante irrinunciabile è un pezzo di bolo do caco, il tipico pane madeirense alle patate dolci “cunzato” con aglio, olio e prezzemolo.

Giorno 3

Definito uno dei trekking più spettacolari d’Europa, il Pico Ruivo offre la vista panoramica più alta di Madeira. Partendo da Achada do Teixera, dopo quasi tre ore di cammino, c’è un piccolo punto di ristoro ad appena 500 metri dalla vetta. Vale la pena fermarsi però e alzare gli occhi al cielo per vedere come quel costone di montagna, divorato dal vento e dalle erbe selvatiche, mostri l’ultima impervia scalinata, li su, a 1862 metri, alla fine, sembra quasi che si tocchi il paradiso.

Ma non esiste Madeira senza il suo rum e quindi senza la sua canna da zucchero introdotta sull’isola dalla Sicilia nel 1425. Vale, allora, una visita agli Engenhos da Calheta: uno dei quattro mulini da zucchero ancora in funzione. Da qui, da aprile a giugno, va in scena il suggestivo processo di fermentazione del succo fresco dello zucchero di canna per la produzione di quello che diventerà, poi, rum agricolo.

E nei pressi dell’Engenhos una sosta d’eccezione per un aperitivo al tramonto è nell’esclusivo beach club del Saccharum resort (gruppo Savoy), mentre alla sera passeggiando lungo la raffinata Estrada Monumental di Funchal, eleganza e gusto si succedono tra i più ricercati ristoranti della città. Avista, bib Gourmand della guida Michelin, è al piano rialzato di un bellissimo palazzo del XX secolo sede dell’esclusivo Cliff Bay Hotel. Con un menu firmato dal prestigioso chef Benoît Sinthon (due stelle michelin del vicino Il Gallo d’Oro) il ristorante regala sedute intime e ricercate con una vista impareggiabile sull’altrove oceanico. Nei piatti estetica e gustosità si rincorrono come con l’asparago dal giardino con arancia, uovo confit e aringa o con il rinfrescante polpo pescato nelle acque fredde dell’Algarve con salsa pil-pil, patate dolci e mela verde. Non si può che terminare il pasto e salutare l’isola con un calice del vino che l’ha resa celebre nel mondo, il vino di Madeira, quello bevuto anche da Thomas Jefferson per brindare alla firma della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Immagine di Titti Casiello

Titti Casiello

Classe ’84, avvocato. Dopo una formazione all’AIS Milano, è diventata giornalista pubblicista e oggi collabora con alcune riviste e guide di settore.

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