Gita a Terre del Marchesato: dalla collina al mare, degustazioni all’insegna del Bolgheri

Tempo di lettura: 9 minuti

La tecnologia non ha sostituito la tradizione, la sostenibilità è cultura quotidiana. Il racconto di un itinerario unico tra vigneti, cantine e storia

di Sara Calimari

Nella mia estate bolgherese, una mattina d’agosto prendo la strada che mi porta a Terre del Marchesato. Il sole è già alto, ma qui la luce sembra più morbida, filtrata da quella brezza costante che a Bolgheri non ti abbandona mai. L’arrivo è quasi teatrale: lasciata la macchina, il rumore del motore si spegne e subentra un silenzio abitato solo dal fruscio delle foglie. Si entra nella zona hospitality attraversando un giardino verdissimo, curato come un salotto all’aperto, e di fronte si alza la sala degustazione tutta a vetrate. Il tempo, da queste parti, ha un altro passo: la brezza accarezza le viti, il verde è saturo, l’aria profuma di macchia e di mare lontano.

Mi vengono in mente le radici di questa fattoria, che in realtà sono prima di tutto radici di famiglia. Prima che il nome Bolgheri diventasse sinonimo di grandi rossi, qui si facevano ortaggi, frutta, vita contadina vera. Nel 1954 il nonno Emilio decide di investire i risparmi di una vita in un appezzamento acquistato dal Marchese Mario Incisa della Rocchetta: terra ancora da plasmare, da cui ricavare sostentamento più che fama. È la scelta ostinata di un contadino che conosce la terra più dei libri, che sa leggere il cielo e capisce le piante dal rumore delle foglie. Da lì nasce quella trama familiare che oggi Maurizio Fuselli porta al calice, insieme a Giovanna e ai figli, dentro una delle zone più vocate del mondo, proprio nel triangolo “benedetto” che guarda Guado al Tasso, Sassicaia e Ornellaia.

Prima della degustazione, ci concediamo un giro tra i filari. Il caldo di agosto è pieno, ma l’aria si muove, costante, e rende tutto più lieve; il sole picchia, ma non brucia. I vigneti di Terre del Marchesato abbracciano l’azienda per circa sedici ettari su filari che corrono ordinati da est a ovest, per intercettare al meglio la luce e lasciare alla brezza del mare la libertà di passare tra i ceppi. Il suolo, qui nella zona delle Ferruggini, è argilloso a medio impasto, con sabbia e limo e quella componente ferrosa che dà carattere, nerbo, struttura: basta affondare il piede per sentire che è una terra che trattiene, che sostiene, che non dimentica l’acqua.

Trattamenti ridotti allo stretto indispensabile, scelta di tempi chirurgica, una sostenibilità che non è slogan ma pratica quotidiana. È quel tipo di approccio in cui la tecnologia non sostituisce l’esperienza, la affianca in silenzio.

La cantina è la naturale continuazione di questo racconto. Piccola, essenziale, funzionale: non un tempio scenografico, ma il cuore pulsante del lavoro. La vinificazione è moderna, le tecnologie sono precise, ma il filo conduttore è il rispetto di ciò che è già successo in vigna. Anche i lieviti, indigeni, raccontano questa scelta: accompagnare, non imporre.

Rientriamo verso la sala degustazione, dove ad attenderci c’è tutta la gamma di produzione, ma mi interessa soffermarmi sulla firma più intima dell’azienda: i monovarietali, vero manifesto di Terre del Marchesato. Qui non puoi nasconderti: quando scegli il “vitigno in purezza”, ogni dettaglio, dalla vigna al bicchiere, deve essere a fuoco.

Si parte con il Papeo 2023, oggi DOC Bolgheri Bianco, un vermentino che ha deciso di vestirsi da grande rosso. Il nome è un omaggio al Poggio Papeo, dove il giovane Maurizio andava con il nonno Emilio a fare scorte di legna per la stagione fredda e, nel bicchiere, quella memoria diventa consistenza e profondità. L’annata 2023 non è stata facile per l’Italia, segnata da eventi estremi, piogge irregolari, temperature fuori quadro; a Bolgheri, però, il microclima ha fatto da scudo: un inverno mite, seguito da una primavera insolitamente piovosa, che ha garantito una provvista idrica ideale per affrontare un’estate calda e soleggiata. Le uve di Vermentino hanno raggiunto una maturazione concentrata, di grande complessità, a fronte di rese più contenute, ma di qualità altissima.

La raccolta avviene a mano in piccole casse, selezione in vigna e poi ancora sul tavolo di cernita. Dopo diraspatura e soffice pigiatura, la fermentazione alcolica comincia per i primi quattro giorni in barrique nuove di rovere francese, con le bucce, a temperatura controllata tra 18 e 24 °C: un bianco vinificato come un rosso, alla ricerca di struttura e materia. Dopo una lieve pressatura, il mosto prosegue la fermentazione in acciaio. L’affinamento continua per sei mesi in acciaio sulle fecce nobili, con bâtonnage quotidiani che donano cremosità e volume in bocca.

Nel calice il Papeo si presenta in un oro lucente, luminoso. Al naso è poliedrico: apre su note fruttate di mela, pera, nespola, scorza di pompelmo, poi arrivano i fiori di acacia e una sussurrata nota di vaniglia che non sovrasta, ma accompagna. In bocca l’ingresso è caratterizzato da una bella freschezza agrumata, coerente con il ritorno del pompelmo; c’è una sensazione di pienezza, una matericità del sorso che si arricchisce di cenni di nocciola e burro di arachidi. Il finale è saporito, lunghissimo, dove il gioco teso tra freschezza e sapidità rende questo vino praticamente infinito, capace di restare a lungo nella memoria gustativa. È un vermentino che non si accontenta di essere “solo” Bolgheri bianco, ma ambisce a parlare il linguaggio dei grandi vini gastronomici.

Dopo il bianco che pensa in grande, entriamo nel regno dei rossi monovarietali, dove la firma del territorio si incrocia con la mano dell’uomo. Tarabuso 2022, IGT Toscana Cabernet Sauvignon, è il primo. Il nome viene da un airone raro, il Botaurus stellaris, che ama frequentare i terreni nei pressi del vigneto di Cabernet: una presenza discreta, che diventa simbolo di quell’equilibrio tra coltura, ambiente e fauna che l’azienda ricerca da sempre. L’annata 2022 qui ha significato inverno poco piovoso con temperature miti, seguito da primavera ed estate calde e asciutte; l’irrigazione di soccorso, gestita con intelligenza, ha permesso alle uve di arrivare a maturazione ottimale, anticipando la vendemmia ai primi di settembre, ma regalando frutti di grande concentrazione.

Anche qui vendemmia a mano in piccole casse, diraspatura e pigiatura soffice. La fermentazione alcolica avviene in tini conici d’acciaio a 24–26 °C per una settimana, seguita da 10–15 giorni di macerazione, essenziali per estrarre colore, aromi e tannini. L’affinamento prosegue in barrique nuove di rovere francese per circa 18 mesi, nella barricaia a temperatura e umidità controllate, con svolgimento della malolattica in legno. Seguono altri dodici mesi di bottiglia prima del mercato.

Nel bicchiere il Tarabuso è rubino fitto, compatto. Il primo impatto è floreale di viola, immediatamente seguito da ciliegia e cassis; poi emergono note di cuoio che si legano a un’eco balsamico di foglie di alloro e bacche fresche di ginepro, su un finale salmastro che richiama la vicinanza del mare. Al sorso è eleganza pura: i tannini sono morbidi, fruttati, dalla trama finissima, sostenuti da una bella spalla acida che veicola il sorso, lo snellisce e rende la progressione tannica armonica, compiuta. La chiusura sulla nota di arancia sanguinella dona un guizzo agrumato che invoglia immediatamente al secondo assaggio.

Se il Cabernet Sauvignon gioca sull’armonia tra potenza e finezza, Franchesato 2022 – IGT Toscana Cabernet Franc – sposta l’asse su un carattere più verticale e deciso. È il 100% Cabernet Franc di Terre del Marchesato, nato dal desiderio di Maurizio di ampliare il parterre dei monovarietali, vero orgoglio aziendale. Condivide con Tarabuso la stessa trama climatica del 2022. La fermentazione avviene in tini conici d’acciaio a 24–26 °C per una settimana e macerazione di 10–15 giorni. Affinamento in barrique nuove di rovere francese per circa 18 mesi con malolattica svolta in legno, poi un anno di riposo in bottiglia.

Il colore è un rosso rubino intenso, profondo. Al naso si apre su note fruttate di ciliegia e cassis, subito seguite da una varietale polvere di caffè – tratto distintivo del Cabernet Franc – e da una sfumatura di vaniglia bourbon. In bocca il sorso è succoso di ciliegia e mirtillo, polposo ma mai pesante. Il tannino è centrale, fine nella trama, perfettamente integrato. La bella sapidità finale allunga il sorso su note di cioccolato e caffè, creando una persistenza articolata, complessa, in cui il vitigno si racconta con precisione, ma anche con una certa sensualità.

Poi arriva Aldone 2022, IGT Toscana Merlot, e qui il discorso si fa quasi intimo. È il Merlot in purezza che porta il nomignolo del padre di Maurizio, Aldo, e nasce dalle vigne impiantate nel 1954: una vera memoria di famiglia. Anche lui figlio del 2022, con lo stesso andamento climatico e la stessa vendemmia anticipata, beneficia della maturazione perfetta di uve che, su questo suolo, trovano una sintesi magistrale tra spessore e freschezza. Vendemmia manuale, selezioni accurate, diraspatura e pigiatura soffice, fermentazione alcolica in barrique nuove di rovere francese a 24–26 °C per una settimana, seguita da 10–15 giorni di macerazione. L’affinamento continua per circa 18 mesi in barrique nuove, con malolattica in legno, e 12 mesi di bottiglia.

Nel calice un fitto rubino dai riflessi amaranto. Il naso si apre su effluvi di rosa e camelia, poi il frutto prende il centro della scena: mirtillo, lampone, ciliegia. Lentamente emergono cenni di macchia mediterranea ed erbe aromatiche – origano, maggiorana, mirto – per virare poi su eleganti note vegetali di gambo di rosa, cipresso e foglia di fico. Il quadro si completa con un balsamico di alloro e radice di liquirizia e un finale che richiama il tamarindo e il kumquat, tra acidità e dolcezza amaricante. Il sorso è dominato da una vibrante acidità fruttata che dialoga con una trama tannica setosa, come ci si aspetta da un grande Merlot. Il tannino è centrale, fitto ma mai aggressivo. La chiusura è saporita, lunghissima, su note di tabacco dolce e caffè che ne definiscono il respiro aristocratico.

E poi arriva lui, il vino che porta il nome di chi questa storia l’ha sognata, scritta e modellata: Maurizio Fuselli, IGT Toscana Petit Verdot 2022. È la dimostrazione che questo vitigno, spesso considerato comprimario, qui può diventare protagonista assoluto. Impiantato nel 1998, il Petit Verdot di Terre del Marchesato ha dovuto “diventare maggiorenne” prima di essere vinificato in purezza; è un vitigno caparbio, irruento, che richiede tempo e pazienza e oggi quel traguardo si conferma con una sicurezza impressionante.

La raccolta è manuale, in piccole casse, con doppia selezione. Dopo diraspatura e pigiatura soffice, la fermentazione alcolica avviene in barrique nuove di rovere francese a 24–26 °C per una settimana, seguita da 10–15 giorni di macerazione per estrarre colore, aromi e tannini. L’affinamento prosegue per circa 18 mesi in barrique nuove nella barricaia, con malolattica svolta in legno, e un ulteriore anno di bottiglia.

Nel bicchiere il colore è un rubino fitto e impenetrabile, tipico della ricchezza polifenolica del Petit Verdot. L’incipit olfattivo è balsamico, con note di eucalipto, cipresso, mirto, alloro e foglia di fico. Il frutto è noir: mirtillo, mora di gelso, cassis. C’è il bosco nel bicchiere, sia nel frutto che nei richiami di sottobosco: corteccia, foglie bagnate, terra umida, fino a una elegante nota di scatola di sigari. L’ingresso in bocca è potenza controllata: il tannino è centrale, fruttato, ben gestito, sostenuto da una spalla acida sempre su ricordi di frutta che rende il sorso dinamico, vibrante, allungandolo nella sapidità. È un vino che sembra avanzare a piccoli passi, ma non arretra mai: rimane, disegna, convince.

Quando credi che il viaggio sia finito, Terre del Marchesato sorprende ancora con un ritorno al Vermentino, ma in una veste completamente diversa: Nobilis 2022, il «Muffato bolgherese», chiude la degustazione come un sipario di luce. Nasce dallo stesso vigneto di Vermentino, ma la raccolta avviene a novembre, a grappolo tardivo, quando la Botrytis cinerea ha trasformato gli acini, concentrando zuccheri e aromi. Le condizioni microclimatiche di Bolgheri in autunno – guazza notturna, foschia mattutina, sole pomeridiano – consentono lo sviluppo della muffa solo su alcuni filari, selezionati a mano. I grappoli vengono raccolti in piccole casse e pressati interi, con estrema delicatezza. La fermentazione alcolica si svolge in acciaio a 18–24 °C per circa un mese, quindi il vino affina per circa un anno in barrique nuove di rovere francese, in barricaia a temperatura e umidità controllate.

Nel calice è oro di una vivacità memorabile. L’incipit olfattivo è profondo e balsamico, su note di foglia di verbena e nepitella; lo zafferano, nitido, racconta la presenza della Botrytis. Si allunga poi su note minerali di pietra focaia, elicriso e lievito di pane, a cui seguono bergamotto, albicocca secca e un ritorno alla foglia di fico. All’assaggio è dolce, ma mai stucchevole: arriva al centro del palato con un ricordo umami di fungo shiitake, subito seguito dal succo di albicocca che ne ricorda la pienezza. Il tutto è sorretto da una spalla acida fruttata e da un soffio balsamico che ne allunga la persistenza, rendendo il sorso tridimensionale, complesso, sorprendente.

Esco nel giardino, i filari si allineano fino all’orizzonte, e per un attimo ho la sensazione che il tempo si sia davvero fermato qui, sospeso tra mare e collina, tra passato e futuro.

Penso alle mani che hanno plasmato tutto questo: quelle di Emilio, di Aldo, di Maurizio, dei figli che oggi camminano tra le vigne con la stessa naturalezza con cui altri attraversano i corridoi di casa propria. Ogni vino porta un nome che è un mondo, un ricordo, un pezzo di storia che non vuole sbiadire. Sono vini che non si limitano a essere bevuti: ti guardano, ti interpellano, ti chiedono di ascoltare.

Cammino verso l’auto con quella sensazione tranquilla che lasciano i posti sinceri: non ti travolgono, non ti seducono, semplicemente si lasciano conoscere, con naturalezza. E capisco che il valore di Terre del Marchesato sta proprio in questo: non cerca effetti, non costruisce scenari. Sta dove deve stare, saldo sulle sue radici, e lascia che sia il vino a parlare.

Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa e sicuramente eccentrica, racconta il mondo che la circonda, cercando sempre di trasmettere le emozioni che suscita in lei. Guarda al vino come alla più alta forma di storia del costume, indissolubilmente legato alla terra da cui nasce. Per lei, un calice è come un libro, che legge e racconta con umiltà nella sua genuinità.

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