Bollicine “rumorose” nella Babele di Wine Paris 2026

Tempo di lettura: 6 minuti

In fiera si beve senza ricordare: ecco come aiutare la memoria. Si distinguono gli Champagne capaci di emergere dal brusio con una voce stilistica chiara

di Sara Calimari

Il primo impatto con Wine Paris è sempre acustico: un brusio continuo, calici che tintinnano, lingue diverse che si sovrappongono. L’edizione 2026, per chi nello Champagne cercava una bussola, si è rivelata soprattutto un percorso tra maison che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi ricordare, ma che costruiscono la propria identità nel tempo e la restituiscono con precisione nel bicchiere.

E tra i corridoi affollati, alcune soste hanno avuto la forza di trasformarsi in narrazione. Non per spettacolarità, ma per coerenza. Lo stand di Henriot è stato uno di questi luoghi. Pochi vini, raccontati con misura, e un’idea stilistica chiara che si ritrova in ogni sorso. Fondata a Reims nel 1808 da Apolline Henriot, la maison nasce con un’intuizione sorprendentemente moderna: non raccontare un’annata isolata, ma la complessità dei terroir attraverso l’assemblaggio. L’idea di conservare vini di riserva e costruire cuvée nel tempo non era solo tecnica, ma visione. Ancora oggi si percepisce nel modo in cui lo Chardonnay illumina l’insieme, portando tensione e finezza a un mosaico di 29 cru tra Montagne de Reims e Côte des Blancs.

Il Brut Souverain, cuvée storica, è stato il primo calice. Agrumi freschi, frutta gialla, gesso e pasticceria fine, con una bolla sottilissima che tiene insieme ampiezza e scorrevolezza. È uno Champagne che non cerca l’effetto immediato, ma un equilibrio cesellato: nessuna nota fuori posto, ogni elemento accordato. Il Millésime 2015, annata calda e concentrata, mostra invece la capacità della maison di interpretare il sole senza perdere tensione. Frutta nera matura, mineralità profonda, un sorso preciso e slanciato. Non opulenza, ma architettura. Il Rosé Millésimé 2015 aggiunge materia e carattere, con agrumi rossi, spezie sottili e una trama leggermente tannica che lo rende più strutturato di molti rosé di pari rango. E poi L’Inattendue 2018, Chardonnay da Chouilly Grand Cru: luminoso, ampio, quasi seducente, ma sostenuto da una freschezza che riporta tutto in asse. In sequenza, questi vini raccontano una forma di eleganza che non coincide con la leggerezza, ma con il controllo.

Poco distante, lo spazio di Abelé 1757 offre un’altra declinazione. Qui la storia pesa in modo diverso: fondata nel 1757 a Reims, è tra le più antiche maison della Champagne, ma la scelta non è quella dell’imponenza. Produzione volutamente limitata, cantine profonde, affinamenti lenti. Il risultato è uno stile che privilegia equilibrio e maturità controllata, più che tensione estrema. In un contesto fieristico dove molti Champagne cercano di stupire con energia immediata, Abelé lavora sulla misura.

Il Brut della casa è l’esempio più chiaro: Chardonnay, Pinot Noir e Meunier in equilibrio, un quarto di vini di riserva, profilo stratificato che parte da frutta nera e spezie dolci per arrivare a miele e mandorla. L’attacco è ampio, la progressione cremosa, il finale teso ma non affilato. Il Blanc de Blancs cambia registro, portando in primo piano la mineralità gessosa e un finale agrumato più lineare. Il Rosé, con Pinot Noir des Riceys e Chardonnay, è forse il più seduttivo: lampone e fragola, trama morbida ma sostenuta da una buona freschezza. Non sono vini che cercano la verticalità estrema (e proprio qui si può trovare il loro limite per chi ama tensioni più marcate), ma la coerenza stilistica è evidente: armonia, leggibilità, continuità.

Se Henriot lavora sull’eleganza come controllo e Abelé sulla misura, lo stand di Philipponnat riporta lo Champagne a una dimensione più strutturata, quasi aristocratica. Qui il filo conduttore è il Pinot Noir, inteso come strumento di espressione del terroir di Mareuil-sur-Aÿ, Aÿ e Avenay. La storia della famiglia, che risale al 1522, si percepisce nella calma con cui vengono presentati i vini: nessuna concessione alla moda, piuttosto una fedeltà ostinata a un’idea di Champagne costruita sulla durata.

La Réserve Perpétuelle Brut è la sintesi più accessibile: un sistema di riserve avviato nel 1946 che dona profondità e continuità. Fiori di vite, pane tostato, piccoli frutti rossi, con un sorso vinoso e ampio sostenuto da freschezza. La versione Non Dosé della Réserve Perpétuelle accentua la lama acida, più diretta e gastronomica. Il Rosé d’assemblaggio introduce una trama fruttata elegante, mentre il Blanc de Noirs Extra-Brut 2020 mostra il lato più identitario: volume e slancio, frutti di bosco maturi e un finale su anice e liquirizia. La Cuvée 1522 Rosé 2015 porta la complessità a un livello superiore, con spezie, agrumi e una struttura tannica integrata che richiede attenzione.

Tra i calici più rivelatori, però, La Rémissonne 2015 restituisce la dimensione più parcellare e rigorosa della maison. Pinot Noir in purezza da un singolo terroir di Mareuil-sur-Aÿ, vinificato interamente in legno e senza malolattica, con lungo affinamento sui lieviti e dosaggio extra-brut. Nel bicchiere vira verso un bronzo dorato; al naso si muove tra albicocca, mela cotogna e fiori, con accenni speziati e una lieve sfumatura vanigliata. Il sorso è pieno ma teso, rotondo nella materia e sostenuto da una spinta agrumata che allunga la persistenza. È un vino che tiene insieme maturità e precisione, e che più di altri racconta la capacità di Philipponnat di lavorare sul tempo lungo senza perdere definizione.

Philopponnant non è immediatezza, e questo è parte del suo carattere: i suoi Champagne chiedono tempo, ascolto e, in fiera, dove tutto scorre veloce, è quasi una provocazione.

Il percorso si chiude con un banco che porta con sé un’altra idea di classicità: Gosset. Nata nel 1584 ad Aÿ, la maison continua a difendere una scelta stilistica precisa, come il rifiuto della fermentazione malolattica per preservare freschezza e struttura. È una decisione che definisce un profilo più teso e verticale rispetto a molte interpretazioni contemporanee. I due Celebris assaggiati a Wine Paris lo dimostrano con chiarezza.

Il Celebris Vintage 2012, con predominanza di Chardonnay (70% Chardonnay, 30% Pinot Noir), è lineare e stratificato: pera fresca, agrumi, pasticceria fine, poi un sorso teso, preciso, con una spina acida continua che sostiene la materia. Non è accomodante, ma nel tempo al calice rivela tutta la sua profondità. Il Celebris Rosé 2009 (70% Chardonnay, 30% Pinot Noir di cui il 9% vino rosso di Bouzy e Cumières) cambia colore ma non filosofia: arancia sanguinella, meringa al limone, una struttura energica e un finale leggermente amaricante che invita al pasto. Anche qui la seduzione non è immediata. È uno stile che può apparire austero a chi cerca cremosità e morbidezza al sorso, ma che alla distanza restituisce coerenza e capacità evolutiva.

Camminando tra i corridoi della fiera, il filo che unisce le degustazioni non è la somiglianza, ma la chiarezza delle identità. Henriot lavora sull’equilibrio come forma di eleganza, Abelé 1757 sulla misura e sulla maturità controllata, Philipponnat sulla profondità del Pinot Noir, Gosset su una tensione che attraversa il tempo. In un contesto come Wine Paris, dove la quantità di Champagne è enorme e il rischio di uniformità sempre presente, ciò che resta non sono i vini più rumorosi, ma quelli che mantengono una direzione e un’identità precisa nel tempo.

Quando ci si allontana dai banchi d’assaggio, il brusio riprende a riempire lo spazio, ma alcuni calici continuano a distinguersi nella memoria. Non per spettacolarità, ma per carattere. Wine Paris, alla fine, è questo: un luogo dove si assaggia molto e si trattiene poco, salvo quelle bottiglie capaci di trasformare un incontro rapido in una traccia più lunga. E le bolle che hanno segnato davvero questa edizione sono proprio quelle che non si esauriscono nel tempo del sorso, ma sedimentano, lasciando un’impronta precisa nella memoria gustativa e nell’emozione.

Immagine di Sara Calimari

Sara Calimari

Curiosa e sicuramente eccentrica, racconta il mondo che la circonda, cercando sempre di trasmettere le emozioni che suscita in lei. Guarda al vino come alla più alta forma di storia del costume, indissolubilmente legato alla terra da cui nasce. Per lei, un calice è come un libro, che legge e racconta con umiltà nella sua genuinità.

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