Una degustazione verticale per celebrare i 50 anni di un’icona: il Soave Classico Vigneto Calvarino
di Maddalena Peruzzi
La famiglia Pieropan ha voluto celebrare così questo traguardo: lasciando parlare il vino, con una sontuosa verticale di sette annate di Soave Classico Vigneto Calvarino. Leonildo Pieropan, venuto a mancare cinque anni fa, amava definirlo “il vero Soave” perché, dei suoi vini, era quello che rappresentava meglio il territorio. Produrre vini sinceri, fedeli espressioni del proprio terroir, per lui era fondamentale.
Leonildo diceva sempre: “Bevi il vino e conosci chi lo fa”– racconta la moglie Teresita, con la composta commozione di chi racconta una storia, quella della propria vita, sentendo il peso della mancanza di chi con lei questa storia l’ha vissuta, l’ha scritta, passo dopo passo – ecco perché ha sempre portato avanti la sua idea di Soave, andando dritto per la sua strada, anche quando era controcorrente, anche quando era in salita, con onestà, integrità e impegno”.
Oggi il Vigneto Calvarino è composto da otto ettari, per un totale di circa 70.000 bottiglie prodotte all’anno. Per Teresita e per i figli Andrea a Dario, che portano avanti l’azienda, questo è “il vino di famiglia, il cuore della famiglia Pieropan”.
“Il mio bisnonno, che si chiamava Leonildo come mio padre, ha fondato l’azienda Pieropan nel 1880 – spiega Dario Pieropan, enologo – era un medico, ma aveva la passione per il vino. Poi mio padre l’ha sviluppata, raggiungendo un grande successo nazionale e internazionale negli anni Settanta e Ottanta. Il Vigneto Calvarino è stato acquistato nel 1901, il nome significa ‘piccolo calvario’ perché è difficile da lavorare, a causa delle pendenze importanti e della roccia basaltica che compone il suolo”.
È una storia che affonda le radici molto indietro nel tempo, quella del Calvarino. Una storia basata su scelte lungimiranti, spesso difficili e certamente non scontate. Leonildo intuisce già negli anni Settanta l’importanza di valorizzare “i cru”, le singole parcelle, ognuna intesa come espressione unica e identitaria di un territorio. In etichetta inserisce quindi la parola “Vigneto”. È il 1971. All’epoca sono pochissimi i produttori italiani che etichettano i vini con i nomi degli appezzamenti, si preferisce dare risalto a denominazioni e marchi aziendali. Ma Leonildo fin da subito ci tiene a valorizzare il luogo in cui il vino nasce, il suo terroir unico e come tale inimitabile e prezioso.
“Sin dall’inizio sono state impiegate sia uve Garganega che Trebbiano – spiega Andrea Pieropan, agronomo dell’azienda -. Mio padre ha sempre creduto nei due vitigni autoctoni del Soave e ha sempre utilizzato solo quelli, anche negli anni in cui era normale introdurre varietà internazionali per ‘migliorare’ il Soave. Nel Calvarino c’è la massima percentuale ammessa di Trebbiano, ovvero il 30%. Un vitigno che ha la grande virtù di ritenere l’acidità e di conferire particolari note fruttate senza le quali il vino non sarebbe lo stesso. Il Trebbiano è fondamentale per l’equilibrio del Calvarino e senza dubbio per la sua longevità”.
A tal proposito, Ian D’agata, intervenuto nel corso della degustazione, ha dichiarato che il Trebbiano è uno dei segreti del successo di questo vino che a suo parere è tra i migliori vini bianchi italiani.
“Nostro padre è stato innovativo anche per quanto riguarda gli affinamenti – racconta Dario – perché ha compreso il potenziale evolutivo del Soave. Il Calvarino ha sempre fatto un lungo affinamento a contatto con le fecce fini e solo fermentazione in cemento, niente acciaio e niente botte. Da quando ho cominciato anch’io a lavorare in azienda, abbiamo iniziato a tenere ancora più a lungo il vino in cantina prima di venderlo: 12-15 mesi sulle fecce fini in vasche di cemento vetrificato, per dargli il tempo di esprimere al meglio il suo potenziale”.
E arriviamo alla degustazione verticale, magistralmente condotta da Filippo Bartolotta e Gabriele Gorelli, insieme a Dario e Andrea Pieropan, giovedì 6 aprile, a Soave, nella nuova cantina dedicata proprio a Leonildo Pieropan. Sette annate di Calvarino a confronto, da quella corrente ovvero la 2021, fino alla 1987, passando attraverso la 2016, la 2010, la 2005, la 1992 e la 1990. Un vertiginoso viaggio nel tempo che ci dimostra quanto il vino Soave sia stato ingiustamente sottovalutato nel corso della sua storia, soprattutto per quanto riguarda il suo potenziale di invecchiamento. Quando è fatto come si deve, il Soave può avere una lunga vita davanti, esprimendo negli anni diversi aspetti, spesso sorprendenti, della propria personalità.
Leonildo lo sapeva. Il Calvarino ne è la prova.