Incontro con Alessandro Campatelli, enologo: “Qui, nel cuore della Toscana, una storia millenaria di vino e passione”
di Sara Calimari
La strada che sale verso Riecine sembra voler rallentare chi la percorre. Curva dopo curva il Chianti Classico cambia ritmo. Il bosco avvolge la collina, lasciando affiorare le vigne solo a tratti, come se le custodisse. Nell’aria si mescolano i profumi della terra, delle foglie e delle erbe selvatiche. Sono sentori familiari, che allora sembrano appartenere soltanto al paesaggio e che, più tardi, riaffioreranno con sorprendente precisione dentro ai calici.
Alessandro Campatelli, enologo ed Amministratore Unico di Riecine, lo avevo incontrato tante volte, sempre durante una fiera, una degustazione, un evento. Ogni volta pochi minuti, il tempo di un saluto e di una promessa rimasta sospesa: «Quando passi da Gaiole, vieni a trovarmi». Quel giorno mi trovavo già nel cuore del Chianti Classico per un altro appuntamento e ho capito che era finalmente arrivato il momento di trasformare quell’invito in un incontro vero, senza l’orologio che scandisce il ritmo delle manifestazioni di settore.
Alessandro mi accoglie con la naturalezza di chi non ha bisogno di costruire una narrazione intorno al proprio lavoro. Non c’è fretta di entrare in cantina, né di iniziare una degustazione. Mi invita, piuttosto, a guardare quello che ci circonda: le vigne sembrano quasi nascoste, protette dal bosco, come se la natura avesse deciso di conservarle lontane da qualsiasi ostentazione.
Prima ancora che una cantina, Riecine è una storia di continuità. Una di quelle storie che attraversano il tempo, senza mai avere la sensazione di ricominciare davvero da capo.
Il nome Riecine compare, infatti, già nei documenti della Badia di San Lorenzo a Coltibuono. È il dicembre del 1112 quando alcune pergamene citano vigne situate proprio in questo luogo. Mille anni sono un tempo difficile persino da immaginare. Significano vedere cambiare il volto della Toscana, attraversare secoli di agricoltura, di famiglie, di raccolti e di stagioni, mentre queste colline continuano, ostinatamente, a fare ciò che hanno sempre fatto: coltivare vite.
Forse è proprio questa la sensazione più forte che si avverte qui. Nulla sembra voler cancellare ciò che è venuto prima; ogni passaggio aggiunge un tassello, senza mai interrompere il filo della memoria.
Quando nel 1971 John Dunkley e Palmina Abbagnano acquistano un piccolo nucleo di terra dal vicino monastero di Badia a Coltibuono, trovano una casa in pietra da recuperare e poco più di un ettaro di vigneto. Non immaginano certo di stare per costruire uno dei nomi destinati a diventare un punto di riferimento del Chianti Classico; cercano, piuttosto, un luogo da vivere e da comprendere, lasciandosi guidare da un’idea semplice ma rivoluzionaria per quegli anni: il Sangiovese non aveva bisogno di essere corretto, ma soltanto ascoltato.
Negli anni Settanta molti guardavano altrove, affascinati dai vitigni internazionali e da modelli produttivi che sembravano rappresentare il futuro del vino toscano. John Dunkley sceglie, invece, una strada diversa, quasi ostinata, convinto che il carattere di queste colline fosse già sufficiente a costruire grandi vini. Una convinzione che racchiuse in una frase destinata a diventare celebre: «Quando il barone Philippe de Rothschild pianterà il Sangiovese, io mi convertirò al Cabernet Sauvignon.»
Più che una provocazione, era una dichiarazione d’amore.
Il primo Chianti Classico di Riecine nasce con la vendemmia 1973 e porta già dentro quella filosofia: non rincorrere uno stile, ma lasciare che sia il luogo a trovare la propria voce.
È forse questo l’aspetto che colpisce maggiormente ascoltando Alessandro: nel raccontare la storia della cantina non insiste mai sui cambi di proprietà, sulle date o sugli investimenti, ma preferisce parlare delle persone come custodi temporanei di un’identità costruita nel tempo.
John e Palmina, Sean O’Callaghan, la famiglia Baumann, Lana Frank, nomi diversi che sembrano appartenere allo stesso racconto, uniti dall’idea che il compito di chi fa vino non sia quello di riscrivere ogni volta la storia, ma di aggiungere un capitolo senza alterarne il senso.
È una filosofia che si ritrova anche entrando in cantina, dove il rinnovamento voluto negli anni da Lana Frank ha ampliato gli spazi e introdotto strumenti moderni, ma senza cedere alla tentazione di rendere la tecnologia protagonista. I grandi tini di cemento non vetrificato, scelti come cuore della vinificazione, raccontano perfettamente questa visione: contenitori che non cercano di lasciare un’impronta aromatica, ma accompagnano il vino nel modo più discreto possibile, lasciando che siano il frutto e il territorio a parlare.
Mentre Alessandro racconta il lavoro in vigna, appare evidente che anche le scelte agronomiche seguono la stessa logica. L’agricoltura biologica, adottata ormai da molti anni, non viene presentata come un’etichetta da esibire, ma come il modo più coerente per mantenere vivo l’equilibrio di questo ecosistema. Le lavorazioni sono ridotte al minimo indispensabile, il terreno resta inerbito, le piante vengono lasciate esprimere con naturalezza, cercando un equilibrio che oggi è diventato ancora più importante di fronte alle sfide imposte dal cambiamento climatico. Non c’è alcuna ricerca dell’effetto scenografico; tutto sembra orientato verso un unico obiettivo: preservare l’identità di questo luogo.
Ed è forse proprio questa identità che, a Riecine, trova il modo di esprimersi anche oltre il vino. Prima ancora che il vino finisca nei calici, infatti, è l’arte a raccontarne la nascita.
Mentre attraversiamo gli spazi della cantina, mi accorgo che il racconto non passa soltanto dalle parole di Alessandro, ma scorre anche sulle pareti. I murales di ZED1 accompagnano il visitatore lungo tutto il percorso, seguendo il viaggio dell’uva dai primi due acini fino alla sua trasformazione in vino. Non sembrano essere lì per decorare gli ambienti, ma per dare forma a ciò che normalmente resta invisibile: il tempo, l’attesa, il cambiamento.






Camminando tra quei murales, si ha la sensazione che l’arte non accompagni semplicemente la visita, ma ne faccia pienamente parte; proprio come il paesaggio che accompagna ogni filare, diventa un altro modo con cui Riecine racconta sé stessa.
Solo a quel punto Alessandro prende le bottiglie e quando i calici iniziano finalmente a riempirsi, la sensazione è quella di ritrovare qualcosa che avevo già incontrato lungo la strada. Quei profumi respirati tra il bosco e le vigne riaffiorano con naturalezza, trasformati dal tempo, dall’uva e dal lavoro dell’uomo. È in quel momento che il racconto si ricompone: ogni vino diventa una diversa sfumatura dello stesso luogo, senza mai perdere il legame con la terra da cui nasce.
Cominciamo da Palmina 2025 – Rosato Toscana IGT, il rosato dedicato a una delle persone che quella storia ha contribuito a scriverla. Nasce da Sangiovese raccolto con anticipo rispetto ai rossi e fermenta nei tini di cemento non vetrificato Nomblot. Rosa salmone vibrante, il bouquet si apre su richiami di nepitella, foglia di verbena ed erbe aromatiche, seguiti da arancia rossa, delicate suggestioni minerali nel ricordo di cipria e una leggera sfumatura d’incenso selvatico. Il sorso è teso e sapido, sostenuto da una vibrante freschezza agrumata, che accompagna un finale lungo e preciso.
Bianco di Riecine – ispirato agli scritti di Luigi Veronelli dedicati al bianco prodotto negli anni Settanta da John Dunkley e Palmina Abbagnano – nasce da vecchi vigneti di Trebbiano; fermenta poi spontaneamente e macera in anfore di cocciopesto, con una piccola parte affinata in tonneau.
L’ambra luminosa anticipa un profilo complesso di scorza d’arancia essiccata, albicocca disidratata, zenzero candito, cardamomo e corteccia di cassia, cui seguono richiami di resina e fieno. Al palato è materico e avvolgente, sostenuto da una vivace spalla acida che accompagna un lungo finale che richiama la frutta secca, si allunga su sensazioni speziate e chiude con un elegante ritorno amaricante che ricorda il tamarindo, conferendo al vino una persistenza di notevole personalità.
Il Chianti Classico 2024 rappresenta ancora oggi la sintesi della filosofia di Riecine. Sangiovese in purezza, fermenta spontaneamente in cemento e affina tra botti grandi, tonneaux esausti e cemento.
Rubino luminoso di media intensità, si apre su alloro e incenso selvatico, seguiti da ciliegia durone, arancia sanguinella e viola mammola. Il sorso è giocato sull’equilibrio tra un tannino finissimo e un’acidità agrumata che dona slancio e accompagna un finale lungo e sapido, con ricordi di tamarindo e frutta secca.
Chianti Classico Riserva 2023 nasce dalla selezione delle migliori parcelle destinate al Chianti Classico e affina ventiquattro mesi in un’unica botte Grenier di rovere non tostato prima del ritorno in cemento.
Al naso la componente balsamica si fa ancora più articolata, dove all’alloro si affiancano felce, foglie d’ortica, radice di china e liquirizia, mentre il frutto evolve verso la ciliegia durone e la mora di gelso. Emergono progressivamente note di sottobosco e tabacco umido che ampliano ulteriormente la complessità aromatica. Al palato la trama tannica è fine e fruttata, sostenuta da una sorprendente freschezza, che rende impercettibile la gradazione alcolica (15,5%). Chiude lungo, profondo, con un elegante ritorno di liquirizia.
Il percorso prosegue con Chianti Classico Gran Selezione Vigna Gittori 2021. Qui il Sangiovese affonda le proprie radici nel macigno del Chianti Classico, trovando un equilibrio straordinario tra maturità e tensione. Dopo la fermentazione spontanea e una lunga macerazione, il vino affina ventiquattro mesi in tonneaux usati, preservando integralmente il carattere del vigneto.
Il profilo olfattivo si sviluppa con eleganza quasi aristocratica. Il balsamico torna protagonista attraverso alloro, eucalipto, bacche fresche di ginepro, china, accompagnati da rosmarino in fiore, mora e mirtillo in confettura e una raffinata nota floreale che richiama le caramelle Leone alla violetta.
Il sorso colpisce per profondità e armonia. Il tannino è finissimo e fruttato, perfettamente integrato nella freschezza agrumata, ancora una volta giocata sui richiami dell’arancia sanguinella, che imprime slancio e verticalità. Nel finale la componente sapida si amplifica progressivamente lasciando emergere una sorprendente sensazione umami, che prolunga la persistenza con rara eleganza.
È uno di quei vini nei quali struttura e leggerezza convivono in perfetto equilibrio, dimostrando come la grandezza non dipenda mai dalla sola concentrazione, ma dalla capacità di mantenere tensione e precisione fino all’ultimo istante del sorso.
Riecine di Riecine – Toscana IGT, nasce esclusivamente dalle vigne più vecchie della tenuta e affina trentasei mesi in uova di cemento non vetrificato.
Si apre su ciliegia matura, rabarbaro, china, liquirizia, note mentolate e incenso selvatico, con sfumature speziate di cumino e pepe nero. Il sorso è preciso e slanciato, sostenuto da un tannino cesellato e da una freschezza continua che accompagna un finale lungo, elegante e delicatamente tostato. È forse la più autentica interpretazione del pensiero di Riecine: essenziale nella forma, profondissimo nell’espressione.
La Gioia 2021 – Toscana IGT Ottenuto dalla selezione delle migliori uve Sangiovese aziendali, affina ventiquattro mesi in tonneaux, solo in parte nuovi.
L’incipit olfattivo richiama alloro, liquirizia, resina, cassis, mirtillo e ciliegia matura, completati da tabacco biondo e humus. Il sorso è pieno e raffinato, con trama tannica vellutata, freschezza vibrante e un finale che richiama nocciola tostata, cioccolato fondente e ciliegia.
TreSette 2018 – Toscana IGT è il vino che meno ci si aspetterebbe di incontrare a Riecine. Merlot in purezza affinato nei tre tonneaux da sette ettolitri, da cui prende il nome. Un’interpretazione che dimostra come questo vitigno possa esprimersi con sorprendente coerenza anche a Gaiole.
Esordisce su cassis, mora di gelso, rosmarino, mirto e raffinate note balsamiche di liquirizia, china e resina. Il sorso conserva la morbidezza del Merlot, ma trova nella freschezza del territorio una tensione inaspettata. La trama tannica è piena, fruttata e setosa, accompagnando una progressione dinamica e di grande pulizia.
La degustazione sembrava ormai conclusa, quando Alessandro mi propone di scendere insieme nello storico della cantina. Camminando tra le bottiglie gli racconto che il 1982 è il mio anno di nascita. Si ferma, sorride e inizia a cercare con lo sguardo.
«Eccolo!»
È un Vin Santo del 1982.
Un gesto semplice, ma capace di trasformare una degustazione in un ricordo, non solo perché oggi il Vin Santo non viene più prodotto a Riecine – l’ultima annata è stata la 2011 – ma perché quella bottiglia custodisce un frammento della memoria della cantina.
Nel calice è di un’ambra vibrante. Il tempo ha cesellato un bouquet di grande profondità, dove albicocca disidratata, fico secco e zafferano si intrecciano a resina, funghi essiccati e delicate sfumature speziate. Il sorso è ricco e avvolgente, sostenuto da una freschezza ancora sorprendente che accompagna una persistenza lunghissima di frutta secca, note balsamiche e un elegante accenno umami, che accompagna il vino fino all’ultimo istante.
Quando lascio Riecine, quella strada mi sembra diversa da come l’avevo percorsa poche ore prima. Forse perché so che, tra quei boschi e quelle vigne, non cresce soltanto il Sangiovese, ma un’idea di vino che ha imparato, da oltre mille anni, ad ascoltare il proprio territorio prima ancora di raccontarlo.
Sara Calimari
Curiosa e sicuramente eccentrica, racconta il mondo che la circonda, cercando sempre di trasmettere le emozioni che suscita in lei. Guarda al vino come alla più alta forma di storia del costume, indissolubilmente legato alla terra da cui nasce. Per lei, un calice è come un libro, che legge e racconta con umiltà nella sua genuinità.