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La Cornasella

Tempo di lettura: 4 minuti

Kalos-Epias dal greco antico, taglio bordolese nelle sue radici. Siamo in Valcalepio, la fascia collinare tra due fiumi che dopo millenni, secoli e sviluppi recenti, si trova davanti a un bivio, resistere o rivoluzionarsi? Le parole di Alessandro Perletti dell’Azienda La Cornasella di Grumello del Monte.

di Nello Gatti

Il tuo sito apre con una frase: “la nostra idea di vino bergamasco”. Quale sarebbe?

Il nostro progetto è nato appunto da un’idea. Prima ancora di valutare aspetti tecnici e pratici quello che ci ha mosso fin dall’inizio è stata la volontà di intraprendere una strada nostra, identitaria e precisa con un focus sulla valorizzazione dei vitigni autoctoni e tradizionali bergamaschi. Abbiamo fatto della necessità una virtù e visto che oltre ai classici Merlot e Cabernet Sauvignon avevamo una vigna di Moscato di Scanzo (all’epoca destinata all’estirpo, successivamente diventata il cuore pulsante dell’azienda) abbiamo cominciato a sperimentare con questo vitigno.

La nostra idea di viticoltura bergamasca mira a una valorizzazione del territorio senza forzature: ben venga la complementarietà tra vitigni autoctoni (oltre al Moscato di Scanzo abbiamo piantato Franconia – Imberghem) e i progetti di altre aziende sulla Merera e Incrocio, purché il risultato sia qualitativamente appagante e sostenibile.

I vini della bergamasca hanno vissuto periodi di alti e bassi, ma con grande interesse stiamo assistendo allo sviluppo di diverse realtà che stanno perfezionando la linea e diffondendo il marchio altrove. La vostra storia come nasce? Quali sono stati i principali ostacoli e cosa prevedi nella Valcalepio del futuro?

L’azienda vinifica dagli anni ‘60 ma è solo dagli anni 2000 che diventa proprietà di Stefano Gavazzeni. Dopo un periodo di stop nel 2016 ha ripreso a vinificare con un progetto totalmente nuovo. In realtà il  progetto su Bergamo è stato accolto con entusiasmo da molti ristoratori ed è grazie a loro se oggi si è creato un certo interesse. La difficoltà più grande è quella di far conoscere il vino fuori dai nostri confini, per questo riteniamo necessaria una collaborazione tra produttori bergamaschi. L’unione fa la forza, si spera! 

valcalepio

Si parla di viticoltura a più riprese nel corso dei secoli, addirittura millenni, nel tuo areale, eppure questo forte legame storico non ha del tutto accompagnato la diffusione del brand Valcalepio. Quali sono le strategie che pensate di adottare per una migliore diffusione?

Il nostro territorio ha una storia importante in termini di produzione viticola ed è evidente che Bergamo presenti alcune aree a forte vocazione. Oggi noi produciamo quasi esclusivamente IGT tranne un passito DOC. È innegabile che il brand Valcalepio allo stato attuale non sia contemporaneo con le esigenze di molti produttori e ognuno stia cercando di percorrere la propria strada nel modo migliore.

Bisogna per forza di cose approfondire la conoscenza del territorio viste le molte differenze a livello di suoli, esposizione, altitudine e orientarci verso un indirizzo enologico che sia il più coerente possibile rispetto alla zona di produzione.  Trovo che le nostre caratteristiche territoriali siano l’aspetto più interessante e che possano essere in qualche modo anche uno strumento comunicativo. 

Siete a pochi km da Milano e all’orizzonte intravedete gli aerei che atterrano ad Orio al Serio, uno scalo aeroportuale molto importante. Riuscite a sfruttare questi fattori a voi favorevoli in chiave enoturistica e come ravvivare questo legame tra il consumatore e la visita al territorio/cantina?

Nel nostro caso specifico non siamo ancora in grado di offrire un servizio di ospitalità di un certo livello. Il turista viene indirizzato da contatti diretti (ristoratori, enotecari ecc..) e quando viene da noi apprezza la nostra artigianalità. Tendenzialmente ha già assaggiato i nostri vini e ne è rimasto colpito. Su questo punto in futuro credo si possano fare grandi cose a livello enoturistico perché le persone sono davvero interessate a conoscerci.

La Valcalepio si trova davanti a un bivio: insistere sul taglio bordolese o ripristinare l’importanza degli autoctoni. Che strada avete scelto e come la rappresentate nella vostra produzione?

Crediamo che Bergamo possa offrire anche altro oltre al taglio bordolese che comunque ha una sua dimensione e un suo peso all’interno dell’enologia bergamasca.

Focus sul piccolo principe locale: il Moscato di Scanzo. È nota la micro-DOCG che segue un disciplinare e prevede l’appassimento. Voi invece come avete deciso di interpretare questo vitigno e con quali risultati?

Se non avessimo avuto questo vitigno probabilmente  oggi avremmo ben poco da raccontare. Crediamo che la personalità e la riconoscibilità dei vini derivanti da Moscato di Scanzo sia straordinaria e assolutamente identitaria. Il plus è che è un vitigno solo nostro (bergamasco) e che la sperimentazione in passato è stata poca. Abbiamo davanti un libro bianco su cui scrivere, poi sono sempre i vini a parlare. Se il vino piace abbiamo vinto. Abbiamo cominciato a sperimentare con questo vitigno vinificato prima in rosso,  poi in rosato e da 3 anni in bianco (usciremo a aprile con le prime bottiglie).

Previsioni future: la Valcalepio di domani?

La nostra generazione ha l’opportunità di riscrivere la storia del territorio. È un lusso per pochi. Le difficoltà saranno tante, le soddisfazioni speriamo altrettante!

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