Luca D’Attoma festeggia 40 anni di carriera: “Cambiamento climatico, affrontarlo con strategie e adattamenti in cantina. Salute e vino: ha ragione Livi, è una questione di equilibrio. Il dealcolato al momento è più moda che qualità”

Tempo di lettura: 9 minuti

Parla uno degli enologi più influenti a livello internazionale: “La campagna contro il vino e non contro l’alcol, è un insulto all’educazione e alla cultura. Codice della strada? Propongo alcol test portatili. Tutela del territorio e del biologico: una responsabilità delle aziende”

di Federico Gordini

Da consulente di numerose cantine in diverse regioni d’Italia, lei gode di un punto di osservazione privilegiato sulla nostra produzione vinicola. Come valuta lo stato di salute attuale del vino italiano?

“Viviamo indubbiamente un’epoca di grande evoluzione. Il lavoro appassionato di numerosi produttori sta producendo un duplice effetto: da un lato, i territori e le denominazioni più blasonate stanno alzando ulteriormente l’asticella della qualità e della sostenibilità; dall’altro, stiamo assistendo a una valorizzazione e a un migliore posizionamento dei territori emergenti, vere e proprie gemme finora rimaste nell’ombra”.

40 anni di evoluzione: come è cambiato il ruolo dell’enologo

Nel 2025 lei celebra un traguardo significativo: quarant’anni di attività come enologo. In questo lungo periodo il mondo del vino ha subito profonde trasformazioni. Come si è evoluta la professione dell’enologo rispetto a quando ha iniziato il suo percorso?

“La professione dell’enologo ha attraversato una trasformazione radicale in questi 4 decenni. All’inizio della mia carriera, l’enologo era essenzialmente un tecnico di cantina, una figura specializzata che si occupava esclusivamente della vinificazione, senza altre competenze o responsabilità. Con il passare degli anni, questa professione ha notevolmente ampliato i suoi orizzonti. L’enologo contemporaneo deve possedere una conoscenza approfondita della viticoltura, diventando così una figura molto più completa e versatile. Questo allargamento di competenze ha reso la professione decisamente più affascinante, poiché oggi abbraccia l’intero processo produttivo, dalla cura del vigneto fino all’imbottigliamento. Un altro aspetto fondamentale dell’evoluzione riguarda la capacità degustativa. L’enologo moderno deve essere un degustatore estremamente raffinato, con una conoscenza ampia e dettagliata dei vini prodotti in tutto il mondo. Solo così può comprendere le tendenze globali e interpretare al meglio il potenziale del proprio territorio. Naturalmente, esiste ancora una distinzione importante tra gli enologi che operano come liberi professionisti e quelli che lavorano in esclusiva per una singola cantina, ma entrambe le categorie hanno beneficiato di questa evoluzione che ha reso la nostra professione più complessa, ma anche infinitamente più ricca e stimolante”.

I maestri e le influenze: da Vezzola a Tachis

La prima esperienza da tirocinante è stata in Bellavista, dove ha incontrato un grande enologo come Mattia Vezzola. Che importanza ha avuto per la sua carriera l’enologo bresciano?

“Posso dire di essere stato ‘battezzato’ in Franciacorta. Nonostante si trattasse di un tirocinio breve, ho ricevuto da Vezzola un insegnamento chiaro ed essenziale: massima attenzione e precisione, non lasciare nulla al caso e approfondire quanto più possibile ogni aspetto del lavoro. Mi ha trasmesso soprattutto il valore della curiosità intellettuale, fondamentale in questa professione”.

Ha avuto altri punti di riferimento per la professione?

“Come spesso ricordo, Giacomo Tachis che considero il padre degli enologi italiani, era un vero maestro nell’arte degli assemblaggi. All’inizio della mia attività da libero professionista, è stato un riferimento imprescindibile, una fonte d’ispirazione che ha segnato profondamente il mio approccio al lavoro”.

Nel 1991 ha iniziato il percorso da libero professionista che l’ha portata negli anni a divenire uno dei più grandi e stimati enologi internazionali: se dovesse indicare i vini o le aziende che hanno rappresentato un punto di svolta importante per la sua carriera, quale indicherebbe?

“Ho iniziato la mia attività di libero professionista sulla costa toscana. Le collaborazioni più significative dei primi anni sono state con Le Macchiole a Bolgheri e Tua Rita a Suvereto, divenute nel tempo vere icone dell’enologia internazionale. Altre realtà con cui ho collaborato con grande soddisfazione e successo sono state l’Azienda Bertani nella Valpolicella e la Fattoria Le Pupille in Maremma. Oltre vent’anni fa è nato poi il progetto Duemani, un’iniziativa personale in un territorio allora poco esplorato come Riparbella. Infine, collaborazioni come quelle con Rosset Terroir in Valle d’Aosta, la Fattoria La Valentina in Abruzzo e Fonzone in Irpinia, Tua Rita a  Suvereto, Poggio al Tesoro a Bolgheri,  sono state e continuano ad essere punti di riferimento fondamentali nel mio percorso professionale”.

Affrontare il cambiamento climatico: strategie e adattamenti in vigna e in vantina

Il cambiamento climatico rappresenta una delle sfide più urgenti per il settore vitivinicolo contemporaneo. In che modo questo fenomeno ha modificato il suo approccio professionale e quali strategie ha sviluppato per affrontarlo?

“Un cappello grande e una camicia di lino bianca… Scherzi a parte, il cambiamento climatico ha completamente rivoluzionato la gestione del vigneto e la pianificazione dell’intero ciclo produttivo. Negli ultimi anni abbiamo dovuto ripensare molti dei paradigmi consolidati dell’enologia. In vigna, oggi ricerchiamo un equilibrio vegetativo molto più sofisticato, lavorando attentamente sull’esposizione dei grappoli, sulla gestione della chioma e sulle tecniche di potatura. Diventa fondamentale anche la scelta dell’altitudine e dell’esposizione dei nuovi impianti, privilegiando aree che un tempo sarebbero state considerate marginali. Dove possibile, l’irrigazione di soccorso è diventata uno strumento essenziale per gestire gli stress idrici sempre più frequenti. Le vendemmie anticipate, che un tempo rappresentavano una rarità, sono ormai la norma in quasi tutte le regioni italiane, con ripercussioni significative sugli equilibri organolettici dei vini. In cantina, questo si traduce nella necessità di adattare i protocolli di vinificazione per mantenere freschezza e complessità aromatica anche in annate particolarmente calde. È una sfida stimolante che ci impone di essere più attenti e reattivi, ma che offre anche nuove opportunità di espressione per territori finora considerati sfavoriti”.

Sulla riflessione di Angelo Gaja: “Chi demonizza il vino dimostra scarsa educazione e cultura”

Nelle scorse settimane uno scritto di Angelo Gaja, pubblicato da molte testate, ha avuto come tema la differenziazione tra l’alcol presente nel vino e nelle altre famiglie di prodotti alcolici. Qual è il suo punto di vista su questa riflessione?

“Ho letto con grande attenzione l’articolo di Angelo Gaja e condivido pienamente le sue considerazioni. Come lui stesso sottolinea, né i produttori né i comunicatori del settore stanno facendo abbastanza per risollevare le sorti del vino. Sono amareggiato dal fatto che non esista una campagna mediatica promossa dal Ministero delle Politiche Agricole, dagli opinion leader del settore o dalle associazioni dei produttori, per difendere il vino dall’essere ingiustamente ‘colpevolizzato di tutti i mali della società moderna’. Questa situazione mi rattrista profondamente: è come maltrattare ‘un nonno’, perché nel vino si condensano storia, cultura, sapienza, tradizione e piacere, proprio come nella compagnia di un anziano saggio. Chi demonizza il vino dimostra scarsa educazione e cultura. Un bicchiere di vino completa un pasto e il consumo moderato non ha mai creato problemi significativi. Inoltre, trovo scorretto che al vino vengano addossati tanti mali per la salute”. 

“Promuovere una campagna per gli alcoltest portatili”

“Osservo una campagna mediatica non tanto contro l’alcol in generale, quanto specificamente contro il vino. Non si parla mai della birra, che in Italia registra consumi considerevoli, né tantomeno dei cocktail alcolici. Lancio un’idea concreta per favorire un consumo responsabile: promuovere l’utilizzo di alcoltest portatili, facilmente reperibili e a basso costo, che permettano ai consumatori di monitorare il proprio livello alcolico. Si potrebbe realizzare una campagna pubblica, promossa dai vari Ministeri, con l’obiettivo di garantire maggiore sicurezza ai cittadini. È chiaro che la tolleranza all’alcol varia da persona a persona, entrando in gioco fattori come il peso corporeo. Non dovrebbe essere un problema portare con sé questi alcoltest, disponibili nelle farmacie, anche se noto che questa non è ancora un’abitudine diffusa”. 

C’è un dibattito molto importante tra clinici (l’ultimo intervento è stato dell’oncologo Lorenzo Livi sulla nostra testata) sugli effetti del consumo di vino sulla salute. Qual è il suo punto di vista?

“Il mio punto di vista, rispetto alle posizioni espresse dal professor Livi, eminente scienziato e profondo conoscitore della medicina oncologica, è di sostanziale accordo. In ogni ambito della vita è necessario trovare un equilibrio: l’eccesso è dannoso in qualsiasi campo. Ritengo fondamentale promuovere un’educazione alimentare fin dalle scuole elementari, per prevenire patologie che possono avere conseguenze gravi, come l’obesità e altre condizioni. Sappiamo tutti che l’alcol, in quanto tale, non fa bene alla salute. Se ne assumiamo con moderazione, però, può rappresentare un piacere senza rischi significativi”.

Il Fenomeno dei dealcolati: opportunità o moda passeggera?

Da dicembre i produttori vinicoli italiani hanno la possibilità di produrre vini dealcolati. Il trend del mondo no-low alcol è in grande ascesa nei mercati internazionali. Secondo la ricerca CGA by NIQ il 37% degli italiani che prevede di modificare le proprie abitudini di consumo ha dichiarato che consumerà più bevande analcoliche. Un dato che si rafforza notevolmente sulla generazione Z. Il dealcolato è un’opportunità ed è pensabile nel futuro pensare a vini dealcolati di eccellenza?

“Ho riflettuto a lungo sul processo di dealcolizzazione del vino e sulla bevanda che ne deriva. Attualmente mi sembra che l’interesse sia più orientato verso la novità che verso la qualità effettiva del prodotto. Chi è orientato al consumo di questo tipo di bevande deve necessariamente fare i conti anche con la questione dei solfiti aggiunti, un aspetto non secondario nella valutazione complessiva”.

Avremo un giorno la possibilità di assaggiare un vino dealcolato con la sua firma?

“No. Non posso considerarmi un sostenitore del vino dealcolato”.

La filosofia preponderante: rispetto per il territorio e per il biologico

Lei segue come consulente decine di aziende in Italia. Qual è il tratto distintivo della sua attività che accomuna le realtà con cui lavora?

“La maggior parte delle aziende dove svolgo la mia attività sono certificate biologiche. Il denominatore comune tra tutte è la volontà di adottare una gestione dei vigneti quanto meno invasiva possibile, con l’obiettivo primario di ottenere piante forti ed equilibrate. Non sono mai stato un sostenitore dell’enologia interventista, preferendo un approccio che rispetti e valorizzi l’espressione naturale del territorio”.

Molti dei suoi vini hanno raggiunto punteggi altissimi nelle guide internazionali più importanti. Nel 2025 il ruolo delle guide ha lo stesso peso delle epoche precedenti?

“Rispetto al passato le guide sono aumentate considerevolmente di numero, a testimonianza del fatto che il vino è diventato anche un ‘bene’ culturale ed economico di grande rilevanza. Ritengo che le guide enologiche e i vari opinion leader mantengano tuttora un ruolo importante per il mercato e, soprattutto, rappresentino uno strumento fondamentale per approfondire la conoscenza da parte dei nuovi consumatori”.

Quali sono gli ingredienti per costruire un vino di successo?

“Gli ingredienti essenziali sono tre: avere un’idea chiara dell’obiettivo da raggiungere, coltivare una passione autentica e disporre dei mezzi economici necessari per realizzare la propria visione”.

Lavora per committenti molto diversi, da grandi gruppi vinicoli a imprenditori che hanno deciso di cambiare la propria vita investendo nel vino. Che valore aggiunto porta questa diversità di esperienze al settore vinicolo?

“Questa diversità rappresenta una delle ricchezze più stimolanti del mio lavoro. Da una parte collaboro con grandi cantine storiche, che possiedono strutture consolidate, team professionali rodati e una profonda conoscenza del settore vitivinicolo. Dall’altra, ho la fortuna di lavorare con imprenditori provenienti da ambiti completamente diversi, che hanno trovato nel vino una seconda vita professionale. È particolarmente interessante osservare come questi nuovi attori portino in dote al mondo del vino approcci, visioni e modalità di business sviluppati nei loro settori di provenienza. Questi imprenditori introducono spesso prospettive innovative nella comunicazione, nella costruzione del brand e nella distribuzione, creando un prezioso scambio di competenze. Inoltre, portano con sé reti di relazioni e network che appartengono a mondi diversi, allargando così gli orizzonti del settore vinicolo. Questo flusso di idee e persone nuove rappresenta un arricchimento fondamentale per un settore che, pur basandosi sulla tradizione, deve continuamente rinnovarsi. Personalmente, trovo che questa contaminazione di esperienze e background sia fonte di grande stimolo creativo. Ogni progetto diventa un’opportunità non solo di creare vini eccellenti, ma anche di confrontarsi con visioni imprenditoriali diverse, in un dialogo che contribuisce a far evolvere il mondo del vino nel suo complesso”.

Sostenibilità e tutela del territorio: la responsabilità delle aziende vinicole

 Chiudiamo su un tema molto importante: le aziende vinicole hanno un ruolo fondamentale di custodi e gestori di un territorio e di ecosistemi sempre più fragili. Come può la conduzione agricola aiutare a difendere questo patrimonio?

È necessario evitare le colture intensive L’agricoltura sta vivendo un momento particolarmente difficoltoso a causa della carenza di manodopera e ove ci sia una pur minima disponibilità, manca comunque la specializzazione questa è una problematica che sta condizionando tantissimo il comparto dell’agroalimentare. Pertanto la carenza di personale non permette di custodire i territori agricoli con sufficienza. Sarebbe molto bello pensare a rivedere le nostre campagne tenute dagli agricoltori di una volta i quali lavoravano  i modo certosino e permettevano non solo di coltivare i suoli ma anche di preservarli . Non voglio fare dell’utopia, il mondo è andato avanti, ma ogni tanto fa bene fermarsi. La terra ha bisogno della coscienza dell’uomo non va maltrattata. Oggi siamo in un mondo in cui l’agricoltura, nel nostro caso la viticultura, per motivi anche economici utilizza le tecniche spinte invasive per le piante e per l’ambiente dove la chimica fa da padrona. Ormai è manifesto, cioè è chiaro per tutti che questo non ci avvantaggia nel lungo termine.  E’ importante ricominciare e diffondere la vera agricoltura ed in una chiave moderna intendo la non esasperazione delle coltivazioni. Pur comprendendo le sfide dell’agricoltura moderna, come la carenza di manodopera, dobbiamo applicare quanto più possibile i principi fondamentali della buona agricoltura. Non si può perseguire la qualità, né tantomeno preservare l’ambiente, industrializzando completamente l’agricoltura. Le aziende vitivinicole sono custodi di un patrimonio paesaggistico e culturale che va oltre la semplice produzione. Dobbiamo recuperare e valorizzare pratiche tradizionali, integrandole con tecnologie sostenibili. L’approccio biologico e biodinamico, ad esempio, non rappresenta solo una scelta etica, ma anche una valida strategia per mantenere la biodiversità e la salute dei suoli. Credo fermamente che la sostenibilità non sia solo un valore astratto, ma una necessità concreta per garantire la continuità della nostra attività. Un territorio rispettato e preservato è la premessa indispensabile per la produzione di vini autentici e distintivi. Come enologi e viticoltori, abbiamo la responsabilità di trasmettere questo patrimonio alle future generazioni, possibilmente in condizioni migliori di come lo abbiamo ricevuto”.

 

Immagine di Federico Gordini

Federico Gordini

Editore di MWW Media – Vendemmie, ha un’esperienza ventennale nell’ambito della comunicazione per il settore agro-alimentare ed è l’ideatore e produttore di format come Milano Food Week, Milano Wine Week e World Aperitivo Day.

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