La viticoltura inquina: PiWi è un rimedio, ma fa discutere

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Gli agrofarmaci per contrastare le criticità contaminano l’ambiente, la soluzione (che deriva dall’acronimo tedesco “resistente ai funghi”) per molti rappresenta ancora un’incognita

di Paolo Caruso

La viticoltura è una delle attività agricole che causano più inquinamento in agricoltura (Pertot et al., 2017): l’istituto di statistica europeo (EuroStat) ha determinato che la coltivazione della vite libera nell’ambiente di gran lunga il maggior quantitativo di fitosanitari per ettaro. Sono soprattutto i frequenti attacchi di botrite, peronospora e oidio a costringere i produttori ad intervenire con agrofarmaci che sono causa di contaminazione ambientale.

Per cercare di porre rimedio a questa situazione si sperimentano soluzioni in grado di mitigare gli effetti nocivi di queste sostanze; l’UE, ad esempio, ha promosso iniziative come la Direttiva 128/2009/CE e la strategia “Farm to Fork”, che puntano a ridurre del 50% l’uso dei pesticidi entro il 2030.

In questo contesto, per la viticoltura una strategia promettente potrebbe riguardare l’adozione di varietà di uve resistenti ai funghi chiamate PiWi, che – grazie a questa capacità – riducono la necessità di utilizzare pesticidi. PiWi è un’abbreviazione che deriva dalla parola tedesca “Pilzwiderstandsfähig”, ovvero resistente ai funghi. Malgrado questa loro superiore resistenza alle patologie si traduca anche in un risparmio economico, l’adozione di queste varietà non è ancora ampiamente diffusa tra i viticoltori europei.

Le opinioni sui vini ottenuti dalle varietà PIWI sono molto discordanti fra loro e animano accesi dibattiti. Se da un lato è conclamato il minore impatto ambientale della coltivazione di queste varietà rispetto a quelle tradizionali, di contro le opinioni sulle qualità organolettiche dei vini che vengono ottenuti sono molto divergenti tra gli intenditori.

L’accusa più frequente che viene rivolta a questi vitigni è data dalla loro incapacità di incarnare e riflettere il terroir di origine e di non competere in quanto a complessità, eleganza e qualità con i vini tradizionali. Di contro i sostenitori dei vini PIWI affermano che durante degustazioni alla cieca, è estremamente difficile distinguere i vini PIWI dai vini tradizionali.

Attualmente il Registro Nazionale delle Varietà di Vino comprende 34 varietà Piwi*, coltivate in Trentino Alto-Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Abruzzo, Emilia Romagna e Marche.

Recentemente è stato pubblicato sulla rivista Environmental Development, uno studio scientifico dal titolo “Nudging interventions to foster the reduction of pesticides in viticulture. Insights from Italian winegrowersche” (Vella et al., 2024), che indaga sulla possibilità che i viticoltori siciliani adottino le varietà PiWi nel prossimo quinquennio.

Lo studio ha testato la propensione degli agricoltori alla sostituzione varietale, valutando l’effetto delle informazioni sugli effetti ambientali dei pesticidi ed il confronto sociale con altri viticoltori nello stesso territorio.

È stato rilevato un effetto positivo sull’adozione delle varietà PiWi, anche se l’inclinazione ad adottare questa innovazione dipende dai benefici economici attesi e dalla propensione al rischio dei singoli imprenditori agricoli. Le varietà PiWi sembrano essere ben accettate dai viticoltori siciliani, con una probabilità media di adozione del 57,5% nei prossimi 5 anni. Questo dato è però influenzato dall’esperienza del viticoltore e dalle dimensioni aziendali: quelle più grandi e i viticoltori con maggiore competenza tendono ad adottare più facilmente queste innovazioni.

Lo studio ha anche rivelato che fattori sociali e personali, come la necessità di migliorare l’immagine o aderire a norme comunitarie, hanno un impatto positivo sull’adozione delle varietà PiWi. Ma il fattore più impattante per l’introduzione di queste varietà è quello economico: in questo contesto, gli incentivi finanziari potrebbero essere necessari per aumentare l’adozione.

Questa ricerca conferma, come se ce ne fosse bisogno, che le politiche agricole potrebbero beneficiare dell’integrazione tra mezzi tradizionali e l’adozione di nuove strategie produttive per incentivare la transizione ecologica in agricoltura, sempre che queste vengano supportate con adeguati strumenti di formazione e corredati da incentivi economici che, come ovvio, spesso fanno la differenza.

Ci rendiamo conto che la questione legata alle caratteristiche qualitative ed organolettiche per il mondo del vino è molto più importante rispetto ad altri settori, lo storytelling si fonda intimamente su aspetti storici, culturali e territoriali che sono difficilmente fungibili, ma oggi come non mai è necessario coniugare gli aspetti della sostenibilità economica, sociale ed ambientale: trascurare uno di questi 3 pilastri sarebbe esiziale per il futuro del nostro settore vitivinicolo.

Immagine di Paolo Caruso

Paolo Caruso

Creatore del progetto di comunicazione "Foodiverso" (Instagram, LinkedIn, Facebook), Paolo Caruso è agronomo, consulente per il "Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente" dell'Università di Catania e consulente di numerose aziende agroalimentari. È considerato uno dei maggiori esperti di agrobiodiversità

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