La provocazione di Faraone: parlare meno di vino per farlo capire meglio…

Tempo di lettura: 4 minuti

In scena a Giulianova il WineTalk con Andrea Zanfi per riflettere sulla comunicazione enologica

di Raffaello De Crescenzo

Se è vero, com’è vero, che il mondo del vino attraversa una fase di crisi, è altrettanto vero che non se n’è mai parlato così tanto. Convegni, analisi, editoriali, tavole rotonde: ogni voce prova a spiegare che cosa non funzioni, anche se, forse, il nodo è proprio legato al modo in cui se ne parla…

È da questa riflessione che è partito il WineTalk del 30 ottobre svoltosi presso l’azienda Faraone Vini, a Giulianova, in provincia di Teramo. Una serata dal titolo che suona come un programma: «Abbandoniamo le abitudini e provochiamo un pensiero critico». Un evento, con tavola rotonda, degustazione e momento conviviale, guidato da Andrea Zanfi, della rivista Bubbles, sul tema «La comunicazione attuale attorno al mondo del vino».

La tesi di partenza è netta: parlare troppo di vino, o metterlo su un piedistallo, in questo momento storico non funziona. «Fuori da un determinato ambiente, infatti, il vino non è seguito e compreso come è sempre stato», ha spiegato Zanfi, indicando negli under 30 un esempio evidente: un rapporto con il vino profondamente diverso, sul cui disinteresse c’è da riflettere.

La soluzione proposta passa da un gesto semplice, che è anche il più difficile: rimettere l’uomo al centro. Sia ciò che sta dietro una bottiglia, sia ciò che le sta davanti, cioè il consumatore, il ristoratore, il cliente. Anche chi non è del settore, ha sottolineato, può avere qualcosa da dire e porre domande utili, mentre il sistema rischia di diventare «un po’ narcisistico», concentrato sulle proprie aspettative. Il tutto dentro una società complessa, nella quale occorre mettersi costantemente in dubbio e analizzarsi in modo critico.

Per Zanfi, è proprio l’elemento umano a rendere il vino diverso da birra, distillati e cocktail: raccontare chi c’è dietro una bottiglia la rende affascinante, unica e coinvolgente. E c’è un dato, quasi una provocazione, a ridimensionare l’ossessione tecnica: «Tutto il mondo del vino non si può riassumere solo sul 2% legato agli aspetti tecnici del vino stesso». Il valore aggiunto, secondo lo scrittore toscano, è un altro: «la socializzazione, la possibilità di attivare un canale di comunicazione tra le persone».

Da qui la sintesi, volutamente disarmante: «Se il vino è buono, è buono. Non c’è bisogno di parlare più di tanto».

Nel bicchiere, durante la serata, è stato servito il Trebbiano Santa Maria 2022, assaggiato in anteprima esclusiva e in vendita dal giorno dopo. Un vino che dimostra, per l’ennesima volta, come l’azienda sappia realizzare un prodotto estremamente coerente con il suo territorio e costante tra le varie annate. La freschezza, infatti, risulta sempre presente, assieme ai sentori floreali delicati ed intriganti, anche nelle annate 2012 e 2002, proposte durante la serata. L’annata più antica, in particolare, offre spunti interessanti sia per un naso particolarmente aromatico (figlio di una “contaminazione” con un po’ di malvasia), che per un sorso pieno, con richiami all’albicocca candita.

Prima della serata, bellissimo giro della cantina, con assaggi direttamente dalle vasche, utilissimi per capire la coerenza tra vino e territorio e l’evoluzione di un prodotto, prima ancora di andare in bottiglia.

Il tema della serata è stato molto dibattuto dai presenti, dimostrando come l’azienda Faraone abbia centrato il segno con questa serata, coinvolgendo i presenti su argomentazioni molto sentite anche da parte dei produttori stessi. La famiglia, che rivendica la nascita a Giulianova, nel 1983, del primo spumante metodo classico d’Abruzzo, ragiona infatti da tempo sul rapporto con i consumatori più giovani. Federico Faraone, titolare dell’azienda, ha raccontato dell’importanza di coinvolgere sempre più le nuove generazioni che oggi tendono a bere meno vino, perché attratti dalle bevande energizzanti o dai cocktail: prodotti visti come di più facile approccio ed immediatezza. Questo, dunque, un compito che spetta ai produttori: riportare la bottiglia sulla tavola, come accadeva un tempo. Forse è questo il messaggio che resta dopo una serata come questa: più che aggiungere parole al racconto del vino, serve togliere ciò che lo allontana. Meno piedistallo, più persone e un bicchiere buono, che parli quando serve…

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