Dal Metodo Classico al ritorno del Classese: con il direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese abbiamo parlato di Pinot Nero, crescita, identità e sviluppo dell’enoturismo
di Angela Petroccione
Con 11.539 ettari vitati, circa 25 milioni di bottiglie prodotte ogni anno e sette denominazioni tutelate, l’Oltrepò Pavese rappresenta il principale areale viticolo della Lombardia. Un territorio ampio e articolato, nel quale il Pinot Nero ha assunto un ruolo sempre più centrale: nel 2026 è diventato la varietà maggiormente piantata e l’area concentra circa il 70% della produzione nazionale.
Negli ultimi anni il Consorzio di Tutela ha avviato un percorso di ridefinizione della sua identità. Il ritorno del Classese, il nuovo disciplinare del Metodo Classico Docg, l’annunciato progetto sui vini fermi legato alla menzione storica Montenapoleone e la prima mappa vitivinicola realizzata da Alessandro Masnaghetti segnano le principali direttrici di questa fase.
La mappa, presentata il 7 settembre scorso a Voghera e accompagnata da un manuale e da una declinazione tridimensionale dell’Oltrepò, propone una lettura del territorio organizzata anche attraverso le sue valli. Una chiave che permette di mettere in relazione comuni, dorsali e sistemi vallivi e di leggere con maggiore precisione differenze di altitudine, esposizione e paesaggio viticolo.
Il fulcro resta il Metodo Classico da Pinot Nero, con Blanc de Noirs e Rosé de Noirs individuati come espressioni capaci di rendere più riconoscibile l’Oltrepò. Parallelamente si lavora sulla coerenza della comunicazione, sui mercati, sulla crescita dei volumi e sulle prospettive dell’enoturismo.
Ne abbiamo parlato con Riccardo Binda, direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese.
Quale identità vuole mettere oggi il Consorzio al centro dell’Oltrepò Pavese?
L’identità principale è quella legata al progetto Classese e quindi al Metodo Classico. L’Oltrepò ha un’unicità al mondo, quella del focus su Blanc de Noirs e Rosé de Noirs. Esistono molti territori spumantistici nei quali viene utilizzato il Pinot Nero, ma sono pochi quelli in cui queste tipologie hanno un peso così centrale, basti pensare alla Champagne, dove rappresentano solo il 5% del totale.
Un patrimonio che dobbiamo imparare a valorizzare meglio. Vogliamo che, quando si pensa a un Blanc de Noirs o a un Rosé de Noirs, l’Oltrepò Pavese diventi il primo riferimento.
La mappa di Alessandro Masnaghetti come si inserisce in questa strategia?
Per costruire un’identità più definita servono strumenti di comunicazione adeguati. L’Oltrepò Pavese è stato a lungo raccontato in maniera molto eterogenea: aziende diverse potevano descrivere lo stesso luogo in modi differenti, rendendo meno riconoscibile il messaggio complessivo.
La mappa offre ai produttori una base comune. Quanto più la comunicazione è coerente, tanto maggiore può essere la sua efficacia sul mercato.
Non è una zonazione, come Masnaghetti stesso ha precisato, ma uno strumento che permette di leggere paesaggio, storia, caratteristiche naturali e identità delle diverse aree attraverso riferimenti condivisi.
Questo approfondimento ha modificato anche la percezione che i produttori avevano dell’Oltrepò?
Sì. Già la scelta di utilizzare le valli come chiave di lettura ha stimolato una riflessione diversa. Le valli sono sempre esistite, naturalmente, ma non erano mai state impiegate in maniera sistematica per costruire una visione complessiva dell’Oltrepò.
In alcune zone, penso alla Valle Versa o alla Valle Scuropasso, esisteva già una maggiore consapevolezza della propria identità, mentre nel complesso la narrazione rimaneva piuttosto frammentata.
Anche alcuni dati contenuti nella pubblicazione, per esempio quelli relativi alle superfici vitate e al peso dei diversi comuni, hanno riservato sorprese. Diversi produttori avevano percezioni differenti e vedere i numeri messi nero su bianco ha permesso di leggere alcuni equilibri con maggiore precisione. È stato anche un percorso aggregante, accolto con grande partecipazione.
Quali sono oggi i mercati prioritari per il Metodo Classico dell’Oltrepò?
In questa fase il mercato principale è l’Italia. L’export del Metodo Classico è ancora limitato, anche perché i quantitativi disponibili non sono elevati. Prima dobbiamo consolidare la presenza sul mercato interno e successivamente sviluppare con maggiore continuità l’estero.
Per i prossimi due o tre anni circa il 90% degli investimenti sarà concentrato sull’Italia. Fuori dai confini nazionali guardiamo ad alcune piazze precise. Londra ci interessa soprattutto come hub internazionale di comunicazione e immagine, più che esclusivamente come mercato di vendita. Poi ci sono la Svizzera, per prossimità e maturità, e il Giappone, dove storicamente sono già presenti diverse aziende dell’Oltrepò.
Oggi il Metodo Classico vale circa 800 mila bottiglie. Quanto può crescere?
Tre anni fa eravamo intorno al mezzo milione di bottiglie, oggi siamo circa a 800 mila. Il potenziale produttivo è molto più ampio. Se tutto il Pinot Nero presente in Oltrepò fosse destinato al Metodo Classico, teoricamente si potrebbe arrivare nell’ordine dei 20 milioni di bottiglie e, con i vigneti che abbiamo ora, saremmo come la Franciacorta in termini produttivi. L’Oltrepò, però, è molto più grande e può crescere. Anche in un’ottica di cambiamento climatico non abbiamo i problemi di altri territori, perché arriviamo fino a 1.800 metri. Se volessimo aumentare la produzione, quindi, non avremmo problemi.
Non è questo, naturalmente, il traguardo che ci poniamo. Adesso dobbiamo raggiungere una massa critica adeguata. Mi auguro che nei prossimi due o tre anni si possa arrivare ai numeri dell’Alta Langa, quindi 2-3 milioni di bottiglie.
Quei quantitativi consentirebbero una presenza più efficace sul mercato. Possiamo investire molto nella comunicazione, ma se il vino non è sufficientemente reperibile diventa difficile consolidarne riconoscibilità e valore.
Crescere nei volumi senza indebolire il posizionamento: è questa la sfida principale del Classese?
Sì. Dobbiamo mantenere la direzione scelta. Il rischio sarebbe costruire un certo livello di riconoscibilità e poi, magari proprio di fronte al successo, lasciarsi attrarre da logiche che finirebbero per abbassarlo.
Il Classese deve rimanere un prodotto di eccellenza. Parte dal Pinot Nero, prevede la raccolta manuale e tempi di affinamento importanti. Sono scelte che comportano costi produttivi e che devono tradursi in un valore coerente.
La sfida sarà mantenere dritta la barra anche con l’aumento dei volumi, evitando di ripetere dinamiche che in passato hanno penalizzato altre produzioni.
Il ruolo dei Consorzi si sta ampliando anche verso lo sviluppo complessivo delle destinazioni. Quanto spazio c’è per l’enoturismo in Oltrepò?
Molto. Le nuove possibilità offerte dalla normativa rappresentano per noi un’opportunità importante e l’enoturismo è certamente uno degli ambiti sui quali l’Oltrepò deve crescere.
Abbiamo un’area di grande bellezza, ma esistono ancora alcune carenze infrastrutturali: posti letto, collegamenti, strade, connessioni. Come Consorzio possiamo fare molto sul fronte del vino e della promozione, ma lo sviluppo enoturistico richiede necessariamente un’azione comune con istituzioni e altri soggetti, perché coinvolge competenze che vanno oltre le nostre.
Le istituzioni ci hanno sostenuto nei progetti avviati negli ultimi anni e credo continueranno a farlo ma bisogna tener conto che quando si interviene su ambiti così diversi, aumentano inevitabilmente anche i soggetti e le variabili da coordinare.