A Montecassiano, Roberta Palmieri e Gianluca Zitti hanno costruito una piccola oasi, anfore, agricoltura biologica, biodinamica e fermentazioni spontanee: poche bottiglie, molte etichette
di Raffaello De Crescenzo
Ci sono vini che nascono per il mercato e altri che, al contrario, sembrano nascere per puro piacere. La differenza può apparire sottile, ma nel bicchiere diventa evidente, soprattutto per chi il vino lo ama e ricerca costantemente emozioni attraverso questo magico nettare. È proprio questa la sensazione che torna alla mente pensando a La Lepre e la Luna, piccola realtà di Montecassiano, nel Maceratese, dove Roberta Palmieri e Gianluca Zitti hanno scelto, ormai più di dieci anni fa, di cambiare vita e diventare vignaioli.
Nel 2014 acquistano un terreno in località Commenda e l’anno successivo impiantano la prima vigna: diciassette filari, poco più di mezzo ettaro, realizzati praticamente con le proprie mani e con l’aiuto dell’agronomo Stefano Conti. L’idea, all’epoca, poteva sembrare persino temeraria: produrre pochissimo vino, lavorando in biologico, guardando alla biodinamica e sperimentando fin dall’inizio l’uso delle anfore di
terracotta. Nel 2017 arriva la prima vendemmia. Da circa 800 bottiglie e quattro etichette, la cantina è cresciuta mantenendo però una dimensione volutamente artigianale, nell’ordine di poche migliaia di bottiglie.
«Fare vino naturale non vuol dire lasciar fare alla natura e stare solamente a guardare, ma conoscere il processo per possederlo e intervenire il meno possibile»: parole e filosofia di vita di Gianluca Zitti, perfette per sintetizzare il suo progetto.
Perché qui la parola chiave non è assenza, ma misura. Non si tratta di abbandonare il vino a sé stesso, bensì di conoscerlo abbastanza da capire quando intervenire e, soprattutto, quando non farlo.
La filosofia parte dalla vigna: trattamenti ridotti all’essenziale, agricoltura biologica, attenzione alla biodiversità e minimo ricorso alle lavorazioni meccaniche. In cantina il principio rimane lo stesso: lieviti indigeni, nessuna correzione, nessuna chiarifica, interventi ridotti al minimo. E poi le anfore di terracotta, che rappresentano quasi una dichiarazione d’ntenti: riportare nella contemporaneità uno degli strumenti più antichi della storia della vinificazione, utilizzandolo non come semplice elemento di moda, ma come mezzo per accompagnare l’evoluzione del vino, oltre che per preservare e comunicare nel modo più puro e trasparente possibile, la qualità delle uve ed il lavoro fatto
È una filosofia che attraversa le diverse etichette della cantina e trova una delle sue espressioni più interessanti in Spirito, metodo ancestrale prodotto da uve Malvasia. Un vino che avevo già degustato un paio d’anni fa, quando la vendemmia 2022 era ancora relativamente giovane. Oggi, nell’estate 2026, quella stessa annata assume inevitabilmente un significato diverso.
Il 2022 di Spirito è una produzione minuscola: appena 779 bottiglie. Le uve provengono da una parcella di Montecassiano, in località Condotto, a circa 210 metri di altitudine, esposta a nord, con una densità di 4.500 piante per ettaro e una resa di circa 55 quintali. La raccolta è manuale e avviene nelle prime ore del mattino. Dalle uve si ricava esclusivamente il mosto fiore per naturale sgrondatura e, dopo una decantazione statica a 4 °C, la fermentazione parte spontaneamente, grazie ai lieviti indigeni. Una prima fase avviene in anfora e, raggiunto il corretto residuo zuccherino, il vino viene imbottigliato per completare la fermentazione e la presa di spuma. Nessuna sboccatura, nessun dosaggio, nessun solfito aggiunto.
Detta così potrebbe sembrare una successione di rinunce. In realtà, nel bicchiere, è esattamente il contrario.



Spirito non cerca la perfezione estetica della trasparenza assoluta, né quella rassicurante uniformità che spesso associamo agli spumanti. Il suo colore è luminoso, quasi limonato, attraversato da quella materia che ricorda immediatamente la sua natura. Al naso la Malvasia si racconta attraverso gli agrumi e i fiori, con richiami alla ginestra e al tiglio, cui si aggiunge una componente fruttata di albicocca.
Nel riassaggio del 2026, inoltre, emerge qualcosa in più: il tempo ha aggiunto profondità al vino, portando con sé una componente evolutiva, quasi di sottobosco, che si integra con il frutto senza cancellarne la freschezza. Proprio il tempo, in effetti, è la sorpresa più interessante di questa bottiglia.
In bocca è la sapidità a prendere il comando. La bolla è presente, persistente, ma non aggressiva: accompagna il sorso senza trasformarsi nel suo protagonista. La freschezza mantiene il vino vivo, mentre l’evoluzione gli ha regalato maggiore profondità. Non è una bollicina costruita per piacere attraverso la sola immediatezza: chiede attenzione, ma poi la restituisce.
Del resto, Gianluca ci aveva raccontato di aver assaggiato con grande soddisfazione bottiglie rimaste anche tre anni sui lieviti, differenti da quelle più giovani ma altrettanto affascinanti. La 2022 oggi sembra confermare proprio questa intuizione: per un vino così poco manipolato, il tempo non è necessariamente un nemico. Può diventare un ingrediente.
Ed è forse qui che La Lepre e la Luna trova la propria identità. In un’epoca nella
quale naturale, artigianale, biologico e biodinamico rischiano talvolta di trasformarsi in parole di marketing, questa piccola cantina marchigiana sembra ricordarci che prima delle definizioni viene il vino. E prima ancora del vino, la vigna.
Non sorprende allora che il nome stesso della cantina sia nato proprio qui, in località Commenda. Era agosto quando Roberta e Gianluca videro per la prima volta quel terreno: la luna piena illuminava la campagna e sotto gli ulivi correvano numerose famigliole di lepri. Poco dopo incontrarono la leggenda della lepre che, per generosità, sacrifica sé stessa per sfamare un viandante che si rivela poi essere Dio che, commosso da quel gesto, decide di portare l’anima di questa lepre sul tempio della luna, imprimendone l’immagine sulla superficie e rendendola eterna. Una storia diventata nome, logo e filo conduttore delle etichette di questa cantina.
A distanza di anni, quella luna sembra ancora stare lì, sopra i filari e Spirito 2022, riassaggiato oggi, restituisce la stessa idea da cui tutto era partito: un vino non deve necessariamente gridare per farsi ricordare.A volte è sufficiente lasciargli il tempo di parlare…
Raffaele De Crescenzo
Analista sensoriale laureato in Tecnologie Alimentari e in Viticoltura ed Enologia. Missionario del gusto con la passione per la divulgazione scientifica. Collabora con Vendemmie dal 2025, occupandosi soprattutto di interviste ed approfondimenti di settore